Un Occhio sul Mondo - 28 marzo 2026, 09:00

“Israele non è il solo problema del Libano”

Il punto di vista di Marcello Bellacicco

“Israele non è il solo problema del Libano”

Joe Raggi non è il nome di un giocatore di baseball americano, bensì del Ministro degli Esteri libanese che, un paio di giorni fa, ha ufficializzato il provvedimento di espulsione dal Paese all'Ambasciatore iraniano a Beirut, assumendo in tal modo una delle più dure e traumatiche decisioni che il Libano ha adottato negli ultimi anni. Espellere il rappresentante ufficiale del Governo degli Ayatollah significa dare uno schiaffo in faccia contemporaneamente a Teheran ma, soprattutto ad Ezbollah che, con la sua ala politica, fa parte del Governo dello stesso Raggi. Infatti, chi conosce il Partito di Dio, sa perfettamente che possiede più anime, che vanno da quella militare/terroristica, a quella sociale a quella politica, per cui tale decisione ha inevitabilmente creato tensioni e condanne da parte dei Ministri e dei Parlamentari del Movimento sciita sostenuto dall'Iran, i quali hanno immediatamente invitato il diplomatico amico a non lasciare il suo posto.

Una situazione tanto paradossale quanto pericolosa, che si può determinare solo in un contesto particolarissimo come quello libanese, che vede la compagine governativa e il Parlamento equamente divisi tra i Cristiani, che esprimono il Presidente del Libano Joseph Aoun, gli Islamici Sunniti, a cui appartiene il Capo del Governo Nawaf Salam e gli Islamici Sciiti, che hanno il Presidente del Parlamento Nabih Berri. Potrebbe anche sembrare una situazione di altissima democrazia, se non fosse che gli ultimi, che si identificano proprio in Hezbollah, dispongono anche di un'ala militare che, per capacità operative, è ben superiore allo stesso Esercito libanese.

L'espulsione dell'Ambasciatore, che non determina la rottura dei rapporti diplomatici tra Iran e Libano, visto che l'Ambasciata rimarrà per ora ancora aperta, è stata decisa in quanto una parte del Governo ha ritenuto che, nelle ultime settimane (praticamente dall'inizio della guerra USA/Israele con l'Iran), Teheran abbia tenuto un approccio di eccessiva ingerenza negli affari interni libanesi. Detto in questo modo, che è poi quello ufficiale di Beirut, si potrebbe anche farci una risata sopra, visto che sono ormai molti anni che Hezbollah viene costantemente e pesantemente supportato dall'Iran, con armamenti e aiuti, consentendogli di contrapporsi militarmente ad un esercito come quello israeliano. Pertanto c'é da chiedersi cosa realmente abbia determinato un provvedimento che, potenzialmente, potrebbe portare il Libano a deflagrare in una nuova guerra civile.

Alcuni analisti ritengono che si possa trattare di una svolta epocale, volendo considerare l'espulsione una vera e propria sfida lanciata a Teheran, ma potrebbe trattarsi di un ottimistico azzardo di valutazione. Infatti, c'é da chiedersi se, con un atto del genere, l'attuale Governo sia disposto a perdere il sostegno della componente sciita, indebolendosi ulteriormente e peggiorando le tensioni interne già esistenti, dopo che alcuni dei maggiori esponenti governativi, compreso il Presidente Aoun, hanno condannato l'attacco di Hezbollah a Israele, quale azione concomitante alla reazione iraniana contro Tel Aviv.

Più plausibile potrebbe sembrare il tentativo della parte politica libanese più moderata di blandire Israele, cercando di limitare i danni dei suoi bombardamenti, che ormai sono arrivati a colpire anche la Capitale e non solo nei quartieri sotto il controllo del Partito di Dio. Indubbiamente, stanno facendo il loro effetto anche le operazioni “stile Gaza” che le IDF-Israel Defence Force stanno per ora conducendo solo nella parte meridionale del Libano, ma che potrebbero estendersi anche a tutta la Nazione. La procedura di Tel Aviv, sperimentata con i Palestinesi, sembra essersi ormai consolidata, procedendo con preventivi ordini di evacuazione per la popolazione e successiva distruzione sistematica delle abitazioni, in modo da impedirne il ritorno.

Ma il sud del Libano è tradizionalmente il territorio di Hezbollah, che lo governa sotto tutti gli aspetti, compresa l'assistenza sociale, per cui non può accettare che venga progressivamente e metodicamente spopolato e distrutto dagli Israeliani, senza opporre una resistenza con tutto il potenziale di cui dispone, compreso quello che gli consente di colpire anche il territorio di Tel Aviv. L'ala militare del Partito di Dio, come detto è ben più forte dell'Esercito regolare libanese (per questo non ci vuole molto), ma è anche decisamente più organizzato e armato di Hamas, tanto è vero che le stesse Forze israeliane hanno mobilitato per questa esigenza ben 100.000 riservisti, nella consapevolezza che lo scontro è e sarà ben più duro rispetto a quello che le ha portate a distruggere Gaza.

I primi combattimenti sono già cominciati ed hanno sinora causato un migliaio di morti, ma se si dovesse arrivare alla guerra totale, un'eventualità decisamente possibile perché Tel Aviv sembra intenzionata a farla finita anche con Hezbollah, molto probabilmente le operazioni non si limiteranno alla sola parte meridionale del Libano, perché le forze sciite saranno costrette ad estendere a nord il loro spazio di manovra, per sfuggire agli attacchi delle IDF e per tutelare i rifornimenti dall'Iran. E allora, ciò che resterà del Governo libanese, che ha anche il controllo dell'Esercito, difficilmente potrà rimanere neutrale con un conflitto sul proprio territorio, per cui dovrà decidere cosa fare e da che parte stare. Una scelta che, qualunque sia, comporterà un nuovo spargimento di sangue che, purtroppo, sarà in gran parte versato dalla popolazione.

In questi giorni, la Francia si sta mostrando particolarmente attiva nel cercare di disinnescare questa sorta di bomba ad orologeria, ma una delle condizioni poste da Israele, per l'avvio di una trattativa di pace, consiste nel completo disarmo di Hezbollah, il che equivale ad una sottoscrizione di fallimento a priori.

Si tratta pertanto di una situazione che sembra essere condannata a degenerare ulteriormente, verso uno scenario senza esclusione di colpi, esasperato da un odio atavico e senza ritorno. E in tutto questo, perlomeno sino alla fine del 2027, termine di prevista chiusura della missione UNIFIL 2, l'Italia continua a mantenere in quell'area più di mille soldati Sono i Caschi Blu di un'operazione dell'ONU che è assolutamente impossibilitata a intervenire, sia per le sue Regole di Ingaggio, che risultano ridicole nel confronto con la gravità degli eventi sia per gli armamenti di cui dispongono, che potrebbero rivelarsi insufficienti anche solo per garantire l'incolumità personale dei nostri Militari.

Qualche settimana fa il Governo italiano ha solennemente confermato la nostra fedeltà all'impegno preso con le Nazioni Unite, pur nella piena consapevolezza delle oggettive deficienze della Missione. C'é solo da sperare che cotanta fermezza politica non la debbano poi pagare quelli che sul campo, in questo caso veramente minato, ci sono per davvero.



 

Generale Marcello BELLACICCO

Autore del Libro “Noi ci abbiamo creduto” - Diario di 6 mesi di missione in Afghanistan

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Esperto di Politica Internazionale di cui parla sul suo Canale Youtube “Free Mind

Disponibile su https://youtube.com/@freemindita?si=3NIJrMVgCbS5tAd1

Marcello Bellacicco

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