Che cos’è l’amor?
Te lo chiedi mentre respiri un San Valentino strano, trascorso a Masnago, in un giorno in cui contare i seggiolini vuoti è più facile del solito: 3891 paganti, raramente così pochi nell’era cestistico-varesina ascrivibile a Luis Scola.
Sì, ok, in tanti avranno programmato di uscire a cena, vista la ricorrenza. Sì, ok, in contemporanea c’erano anche i Mastini. Sì, ok, Inter-Juve dove la mettiamo? E l’inondazione, le cavallette?
Forse è tutto un caso. Però, mentre Varese-Brescia è un primo tempo che non sorprende nessuno, Bilan elude con i pick and roll centrali i raddoppi spalle a canestro pensati come contromisura alla sua classe, Della Valle bombarda as usual e il conto dei rimbalzi inizia a piangere, così come il punteggio, quei seggiolini vuoti davvero ti interrogano sul significato di amare la Pallacanestro Varese.
Oggi.
Un’impresa non scontata, che spesso trova tutto contro.
Non solo i risultati sportivi: nemici sono i ricordi, quelli che riportano a una bellezza sfiorita e non più recuperabile; nemica è la consuetudine, ovvero quelle domeniche troppo uguali a se stesse.
E nemiche sono le aspettative, quelle che chi usa sempre e solo il cervello (dimenticandosi del muscolo che vive in mezzo al petto) ti ordina ogni anno di tenere a bada: conta sopravvivere, senza Scola il vuoto, meglio una foresteria che un pivot, è la salvezza - non solo sportiva - l’unico vero obiettivo.
E anche tu sai che in fondo è così, non sei mica stupido. Però l’amore non è razionalità: è passione, desiderio, voglia di stupire e stupirsi, è non accontentarsi presi da una fame che non è quella dello stomaco, ma quella dell’anima.
A volte è difficile amare Varese, diciamoci la verità. La Varese che gioca il Moreyball e sconvolge - più nel male che nel bene - i tuoi capisaldi di decenni di basket. La Varese che conferma un allenatore per tre anni anche a dispetto di risultati (e del gioco stesso...) che forse, invece, avrebbero richiesto più prudenza. La Varese che ha ripreso a difendere dopo anni in cui è andato di moda non difendere (pensa te…), ma che in attacco pare spesso avere la complessità di idee della formazione dell'oratorio Santa Rosetta. La Varese che ti regala la vittoria a Milano, ma poi perde in casa contro Reggio Emilia. Terzultima.
A un certo punto, mentre questi interrogativi si sommano uno sull’altro senza risposta e mentre il film scorre già visto a corroborare i tuoi pensieri, qualcosa succede.
E parla.
E ti spiega.
E ti fa capire.
Succede che una squadra che ha una sola vera arma, la difesa, la prenda e la issi come una bandiera per far diventare possibile l’impossibile. Succede che Kastritis metta Assui su Della Valle e non tolga quasi più Renfro e tu gli faresti per questo un quinquennale. Succede che Stewart faccia tutto male, tranne una delle palle recuperate più decisive che rammenti negli ultimi anni. Succede che Nkamhoua, 28% da tre in stagione, azzecchi una tripla fondamentale, succede che Moore entri come il burro nella difesa bresciana. Succede che Freeman torni un giocatore.
Succede che gli arbitri si mettano a giocare insieme a quelli vestiti di blu, ma anche che il Lino Oldrini si metta insieme a Varese. E allora non c’è paragone. Succede che butti via tre occasioni e che la vittoria - prima assurdità, poi sogno, poi speranza - si allontani di nuovo. E succede che la più guardia di tutti i playmaker designati si ricordi di essere guardia, e pure forte, e si faccia largo con la sua mano dolce fino al ferro del successo.
Tutto intorno a te esplode: i seggiolini vuoti non contano più, i tifosi sono in campo, le orecchie ti scoppiano, gli occhi si inumidiscono, gli abbracci diventano un porto sicuro.
Lì, e solo lì, capisci perché ami Varese.
Ancora. Sempre.
E perché anche una sola vittoria - semplice, fine a se stessa, importante ma non certo panacea di tutti i mali - sia capace per una sera di farti dimenticare tutto e di farti tornare alla magia del primo bacio.




