Ci si metteva in posa. L’arrivo del fotografo, con il treppiede e la pesante macchina a lastre, era un avvenimento, un fatto da raccontare a casa. Lo scatto era studiato, l’inquadratura, la prospettiva, la luce, nulla era lasciato al caso perché il materiale costava e non si poteva sbagliare. Le fotografie servivano a fare cartoline, i professionisti arrivavano anche da lontano, da Milano o dalla Svizzera, da Como, prima ancora che a Varese si stabilisse il grande Alfredo Morbelli con la sua Leica e lo studio negozio in piazza XX Settembre.
L’architetto Giorgio Vassalli, colui che ha sovrinteso i lavori di restauro del campanile di San Vittore, è una delle ultime memorie storiche della nostra città e ama raccogliere immagini che la raccontano negli anni, come questa che ci ha mandato, relativa alla Piazza del Mercato, non ancora della Repubblica, e dello straordinario Chiosco Ponzini, messo lì all’ombra di un gigantesco ippocastano fiorito, con gli avventori seduti beatamente al tavolino per un attimo di ristoro.
A corona della piazza un’infilata di tigli, parte dei quali erano ancora presenti prima dello sventramento per far posto alla Corti, che dona al luogo un’idea bucolica, quella di una città davvero “ostaggio” del verde. Oltre ai tre uomini seduti - uno dei quali magari era proprio il signor Ponzini - non manca il ciclista con le mani sul manubrio della sua “macchina”, un militare in divisa e altri personaggi in posa davanti all’obiettivo.
Cosa mai avrà venduto il Chiosco Ponzini? Bibite e cartoline, forse i “pianeti della fortuna”, ma la piccola costruzione - nulla a che vedere con lo Chalet Martinelli alla stazione, dove si degustava la spillatura della birra Poretti - era un punto d’incontro per scambiare quattro chiacchiere magari in attesa del tram, bere un bicchiere in compagnia e parlare di politica o dei prezzi del bestiame, perché nella Piazza del Mercato i “marossèe” contrattavano i capi, come si legge in uno dei meravigliosi racconti de I nostri buoni villici di Speri Della Chiesa.
Cartoline dal passato, testimoni di una Varese “piccolo paese”, con la campagna che baciava la porta della città, le botteghe artigiane nel centro e la felicità racchiusa in un brindisi con gli amici, dopo ore di fatica. Magari al “Chiosco Varese”, come Ponzini battezzò la sua casetta di Piazza del Mercato sotto l’ippocastano, a due passi dalla caserma e dalla fermata del tram, simboli l’una di cattività e l’altra di evasione verso una periferia a volte sconosciuta.




