io_viaggio_leggero - 31 gennaio 2026, 07:00

Condividere il viaggio: viaggiare con chi ami o con chi non conosci?

In questa rubrica troverete anche approfondimenti e riflessioni sul mondo Travel . Pensieri a voce alta e considerazioni su nuovi approcci e nuovi orizzonti: nel terzo millennio anche il modo di viaggiare è in continua mutazione

Condividere il viaggio: viaggiare con chi ami o con chi non conosci?

Viaggiare non è più soltanto una questione di destinazioni. È, anche soprattutto, una scelta di compagnia, e quindi di “posizione" emotiva. Sempre più spesso, prima ancora di decidere dove andare, decidiamo con chi. Ed è in questa decisione che si aprono due modalità radicalmente diverse di stare in movimento: viaggiare con chi amiamo o viaggiare con chi non conosciamo. Due esperienze che non si escludono, ma che rispondono a bisogni profondamente differenti.

Partire con i propri affetti, significa portare il legame dentro lo spazio e l’esperienza. Non si comincia mai da zero: si viaggia con una storia sulle spalle. Amori, amicizie, relazioni familiari entrano nel viaggio con il loro carico di complicità, aspettative, fragilità. Anche lontano da casa, restiamo riconoscibili. Il viaggio, in questo caso, non sospende l’identità: la espone. Con chi amiamo, il viaggio diventa un luogo emotivo. I ritmi si confrontano, le differenze emergono, le abitudini saltano. Il paesaggio può essere straordinario, ma può restare sullo sfondo rispetto a ciò che accade tra le persone. Ogni scelta – un itinerario, una deviazione, una sosta – diventa anche una negoziazione. Spostarsi insieme è un esercizio di ascolto continuo, che chiede presenza e disponibilità. C’è però una forza profonda: la condivisione affettiva. Sapere che qualcuno ci guarda con uno sguardo che ha memoria. È un viaggio che rassicura, anche quando è faticoso. Un’esperienza  che dice: possiamo muoverci senza perderci. Per questo, spesso, è quello delle fasi stabili della vita, dei momenti in cui si cerca conferma più che trasformazione.

Accanto a questa modalità, però, cresce un desiderio sempre più esplicito: quello di viaggiare con chi non conosciamo. Non come alternativa di ripiego, ma come scelta volontaria. Viaggi di gruppo, car sharing, ostelli, tavoli comuni. Spazi in cui la condivisione nasce senza storia e senza futuro, e proprio per questo appare più leggera. Con gli sconosciuti, il viaggio cambia natura. Non c’è un legame da proteggere, non c’è un ruolo da mantenere. Nessuno sa chi siamo stati prima, nessuno sa chi saremo dopo. Questa assenza di continuità libera una forma rara di libertà. Possiamo essere presenti senza dover essere coerenti. Possiamo parlare molto o restare in silenzio. Possiamo raccontarci a metà, o non raccontarci affatto. Possiamo anche mentire ! Il viaggio con sconosciuti è, prima di tutto, un’esperienza di sospensione identitaria. Non chiede profondità, e proprio per questo spesso la genera. Le conversazioni sono improvvise, non archiviate. Le confidenze non hanno conseguenze. Ci si incontra in un tempo chiuso, autosufficiente, che non prevede durata. È una socialità fragile, ma intensa, che accompagna senza invadere.

Cambia anche il rapporto con il tempo. Con chi amiamo, il viaggio è inserito in una linea lunga: prima, durante, dopo. Si pensa già al ritorno, al racconto, alla memoria condivisa che resterà. Con gli sconosciuti, il tempo è solo presente. Un tratto di strada, una sera, una notte. Poi basta. Non c’è nostalgia, perché non c’è promessa. Quest’ultima forma risponde a un bisogno profondamente contemporaneo: stare insieme senza vincolo. Condividere senza dover costruire. Essere visti senza essere definiti. È un modo per sottrarsi, per un momento, alla narrazione continua di sé. Per smettere di spiegarsi, di giustificarsi, di portare sempre con sé il proprio passato. Il viaggio condiviso, oggi, nasce proprio dalla tensione tra queste due modalità. Da un lato, il bisogno di trasporto affettivo: qualcuno accanto che renda il movimento più umano, che accompagni le transizioni, che dia un ritmo emotivo allo spostamento. Dall’altro, il desiderio di libertà relazionale, di anonimato temporaneo, di incontri senza futuro.

Non si tratta di stabilire quale sia il modo giusto di viaggiare. Si tratta di riconoscere che ogni modalità risponde a un momento della vita. Quando cerchiamo stabilità, scegliamo chi ci conosce. Quando cerchiamo ridefinizione, scegliamo chi non sa nulla di noi. Entrambe le scelte sono legittime. Entrambe raccontano qualcosa del nostro vissuto. Forse il viaggio tra sconosciuti è diventato, oggi, così centrale perché riflette una trasformazione più ampia. Viviamo in un tempo che desidera legami, ma ne teme il peso. Che cerca intimità, ma rifiuta le conseguenze. L’esperienza all’estero diventa allora uno spazio di sperimentazione: un luogo in cui provare a stare insieme in modi diversi.

Alla fine, viaggiare con chi ami o con chi non conosci risponde solo ad un esigenza specifica e temporanea. È una grammatica alternata del movimento contemporaneo. Due modi di attraversare se stessi, prima di tutto.

Marco Di Masci

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