Calcio - 22 gennaio 2026, 11:12

Sean Sogliano alla Gazzetta: «Io, ds di una volta: decido, incido, soffro. A Varese ho dato l'anima, Verona grande amore»

Bella e lunga intervista oggi sulla Rosea al direttore varesino dei miracoli. Profeta in patria - sua la scalata che ha portato i biancorossi dall’Eccellenza alla Serie B - ma profeta anche in tante altre piazze della “provincia” del pallone, sempre più interessato al "come" che al "dove": «La grande occasione? Il Milan, ma non volevo essere un problema. Neto Pereira? Preso scolandomi una bottiglia di grappa...»

Sean Sogliano alla Gazzetta: «Io, ds di una volta: decido, incido, soffro. A Varese ho dato l'anima, Verona grande amore»

Il no al Milan Volevo essere un ds, non un problema»), la sua storia di difensore arcigno che faceva giocare le sue squadre «10 contro 10, perché quello che dovevo marcare lo dovevo annullare», il percorso da dirigente in cui spesso è sembrato che tutto fosse scritto, il rapporto con il padre Riccardo, i colpi di mercato, l’anima messa nel Varese per la sua città.

Bella e lunga intervista oggi sulla Gazzetta dello Sport a Sean Sogliano, il ds varesino dei miracoli. Profeta in patria - sua la scalata che ha portato i biancorossi dall’Eccellenza alla Serie B, dopo 25 anni di assenza, tra il 2004 e il 2010 - ma profeta anche in tante altre piazze della “provincia” del pallone, dove si è affermato come “direttore naif” (un’autodefinizione), più interessato al “come” che al “dove”: «Ho avuto come modelli i ds di una volta: decidevano, incidevano, soffrivano. Il sistema è cambiato: giusto adeguarsi, ma senza esagerare».

Modelli, già, a partire da papa Ricky: «Sono nato in uno spogliatoio di calcio e cresciuto chiedendomi perché, quando tornava a casa, papà avesse sempre la testa altrove: poi l’ho capito. Rapporto anche ruvido, fra due caratteri forti, ma è stato un bene che fosse il contrario del padre che vuole un figlio calciatore. Mi diceva "Studia, è meglio" e così ho sempre avuto più fame di un bambino di una favela: per dimostrare che potevo essere un giocatore da Serie A e poi un ds».

Nel racconto alla Rosea del Sogliano calciatore emergono la sua forza caratteriale («Alzavo il livello dell’allenamento e se l’allenatore non mi faceva giocare sapeva che la volta dopo avrei corso come un assatanato, che fosse per 90’ o 5’») e alcuni aneddoti su compagni e avversari: «I più forti? Tra i compagni Rapajc, ma era troppo buono di carattere. E poi si vedeva che Materazzi e Grosso sarebbero arrivati in alto. Gli avversari? La mia era una Serie A di fenomeni: Zidane, Del Piero... Ma diventai matto a marcare Weah: menare lui era come picchiare su un albero».

Con il Sogliano dietro a una scrivania, invece, si parte dalla Città Giardino («Facevo il mestiere che volevo fare e a casa mia: ho dato l’anima») per un giro d’Italia che ha compreso PalermoMi dimisi dopo 5 mesi, Zamparini voleva fare il tecnico…»), Carpi, Bari, Genoa, Padova e due volte Verona, ma anche una grande occasione non concretizzatasi, il Milan: «Mi volevano Barbara Berlusconi, anzitutto, e Galliani. Che però fu onestissimo: "Io ormai mi occupo molto di mercato". Molto orgoglioso per la stima, ma anche molto testone come sono, risposi: "Se devo essere più un problema che un ds, preferisco non venire". Anni dopo lo stesso Galliani mi confessò che fu un errore non prendermi…».

Non mancano le curiosità sui suoi colpi di mercato, la più gustosa delle quali riguarda uno dei migliori giocatori biancorossi di questo secolo, Neto Pereira: «Per prenderlo andai a Gradisca d’Isonzo e ci trovammo io, il presidente dell’Itala San Marco e una bottiglia di grappa vuota: quanti bicchieri ho dovuto scolarmi per convincerlo…».

F.G.-A.C.


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