Il metallaro legge un libro appoggiando la testa sulla sua chitarra, la violoncellista è concentratissima sul suo strumento, la violinista cinese, con un grande fiore nei capelli, sta per attaccare un brano di musica antica e un signore svedese sta trafficando nel suo laboratorio per sistemare vecchie chitarre elettriche recuperate qua e là.
Nella sala superiore del bar “Vecchia Masnago” di piazza Francesco Ferrucci 2, quindici scatti in bianco e nero di Max Alari illustrano altrettanti artisti, ognuno con il proprio strumento e una storia da raccontare. Non sono delle star, ma ottimi professionisti, alcuni dei quali lavorano dalle nostre parti, altri sono stati catturati dall’obiettivo del fotografo varesino mentre erano in concerto.
Nella mostra “Musique”, aperta almeno per tutto gennaio con gli orari del bar gestito da Bianca Monzoni, ecco per esempio Lorenzo Bertocchini con la sua armonica, fotografato al Castello di Masnago, la violoncellista Betty Soresina, il fisarmonicista Francesco Nodari, Mario Chiodetti che intona una canzone vicino a un grammofono a tromba, e poi i musicisti di strada fotografati in piazza Monte Grappa e corso Matteotti.
«Amo scattare fotografie a tema, ho dedicato serie agli chef, agli artisti, agli antichi mestieri che ancora non sono scomparsi, e ai luoghi della città che non si riconoscono facilmente. Nel caso dei musicisti ho scelto la varietà degli strumenti, dal pianoforte alla tiorba, dal violoncello all’armonica a bocca o al canto e all’arpa, fotografando gli artisti in parte in studio e altri nelle sale da concerto», spiega Alari, 70 anni, una vita dietro il banco ottico a riprodurre quadri in giro per mezza Italia.
«La passione per la fotografia risale a quando ero in collegio dalle suore, un luogo davvero triste dove scarseggiava persino il cibo. Un mio compagno aveva una finta macchinetta fotografica che barattai con un panino, mi divertivo a fingere di scattare in giro per le stanze. Poi, rimasto orfano, studiavo la sera e lavoravo alla Ignis, ma la passione era sempre viva, perché nel frattempo, grazie a un altro baratto, un quadro naïf per una Yashica con due obbiettivi a vite, incominciavo a scattare sul serio. Ho fatto diversi lavori, dai 28 anni al 1995 l’istruttore di nuoto alla piscina comunale, poi l’incontro con Flaminio Gualdoni, allora direttore del museo del Castello di Masnago».
Con lui Max Alari si specializza nella riproduzione di opere d’arte, dapprima come assistente di Paolo Vandrasch di Milano e del nostro Vivi Papi, poi a tempo pieno, scattando fotografie per ben 56 cataloghi d’arte, l’ultimo dei quali dello scorso anno per le opere di Gorgian, nome d’arte di Giovanni Gorza, un artista di Cabiaglio che ha scolpito 30 statue lignee oggi disseminate per il paese.
«Giravo l’Italia con il mio banco ottico, quattro flash da 1000 watt e una Pentax 6x7, sono stato agli Uffizi, a Vicenza, moltissime volte a Brera, a Bologna, ma uno degli scatti che ricordo più volentieri è quello di un quadro riprodotto nel caveau della Banca San Paolo di Torino, con due vigilantes che mi controllavano a vista. Ho anche lavorato per otto anni a “Living” divertendomi parecchio a fotografare artisti e case d’epoca».
Max attualmente è un po’ in crisi d’ispirazione. «Non scatto dal maggio scorso, non riesco a trovare un argomento vincente per un’altra mostra a tema. Ma con le passioni è così, a volte spariscono per un po’ per poi ritornare più forti di prima».









