Alle 8.15, questa mattina, in tutte le scuole d’Italia, un minuto di silenzio.
Un minuto che non bastava. Un minuto troppo corto per quaranta vite spezzate. Per quaranta adolescenti morti nell’incendio della Constellation di Crans-Montana. Per un centinaio di ragazzi ancora ricoverati negli ospedali svizzeri e del Nord Italia, al Niguarda di Milano in primis.
Si scrive con il cuore di mamma. E con la voce stanca, ferita, di docente.
Quaranta adolescenti non sono morti per fatalità. Sono morti per incuria. Per avidità. Per un tavolo in più. Per un’uscita chiusa.
Per una capienza ignorata. Per un controllo mancato. Per adulti che hanno scelto il profitto invece della sicurezza.
Che mondo stiamo preparando ai nostri figli?
Che futuro stiamo lasciando a questi ragazzi?
Provate a spiegarlo a un adolescente. Provate a dire che coetanei di seconda, terza, quarta superiore non torneranno più a scuola. Provate a trovare parole sensate per raccontare l’assurdo.
Oggi, nelle aule, non c’era rumore. C’era un silenzio diverso. Pesante. Carico. Gli studenti erano ammutoliti. Gli insegnanti hanno fatto la scelta più giusta: ascoltare. Lasciare spazio alle emozioni. Rimandare Dante. Le derivate. Le equazioni fratte. Cicerone. Newton. Le parabole. I compiti delle vacanze.
Oggi era più importante la rabbia.
La paura.
Il bisogno di parlare.
I ragazzi si sono messi nei panni degli altri ragazzi. Hanno immaginato banchi vuoti. Sedie che non scricchiolano più.
Zaini che nessuno aprirà. I docenti hanno immaginato quei colleghi davanti a una classe mutilata.
I genitori hanno immaginato l’impensabile. Perdere un figlio. E perdere se stessi.
Nelle scuole oggi c’era tristezza. Incredulità. Rabbia. E un filo sottile di speranza per chi è ancora in lotta tra la vita e la morte. Molti in prognosi riservata, in terapia intensiva, con ustioni sul corpo e con i polmoni devastati dai fumi tossici.
Gli studenti hanno ricostruito i fatti. Hanno cercato le colpe. Negli adulti.
Nessuno ha osato puntare il dito contro quei ragazzi che filmavano mentre il soffitto bruciava. Loro non avevano colpe. Loro si fidavano. Loro non potevano immaginare l’inferno.
Qualcuno piangeva.
Qualcuno stringeva i pugni.
I docenti hanno ricordato una cosa sola, semplice, terribile: se c’è un incendio, si scappa.
Subito.
Si cercano le uscite.
Si salva la vita.
Ma la rabbia restava. Serpeggiava nei corridoi. Tra i banchi. Negli sguardi.
Perché questa tragedia non è solo svizzera.
Non è solo di Crans-Montana.
È nostra. È di un mondo adulto che ha smesso di proteggere. E ha iniziato a rischiare la vita dei ragazzi per qualche euro in più.
E allora oggi la scuola ha fatto la cosa più educativa possibile. Si è fermata. Ha guardato in faccia il dolore.
E ha chiesto, a voce alta, quello che dovremmo chiederci tutti:
Chi protegge davvero i nostri figli?




