Pubblichiamo il testo integrale dell'omelia che monsignor Gabriele Gioia, prevosto di Varese, ha pronunciato ieri, 31 dicembre, durante la celebrazione delle 18 in occasione della messa di fine anno, conclusa col canto del Te Deum nella basilica di San Vittore a Varese.
Parole nelle quali il prevosto ha ricordato la centralità dell'anno giubilare e citato l'insegnamento di Papa Francesco e del suo successore papa Leone, ha sottolineato ancora una volta il tema della povertà, dell'accoglienza, della misericordia e richiamato l'importante della solidarietà e del volontariato, stigmatizzando l'indifferenza della società contemporanea perché «la fatica che il nostro mondo occidentale sperimenta a pensare e attuare visioni e scelte politiche di equità, solidarismo, redistribuzione della ricchezza sembra indicare la rinuncia ad affrontare in modo sistemico il tema della povertà e dell’uguaglianza».
Ecco il testo integrale dell'omelia:
Carissime sorelle e fratelli in Cristo,
ci raduna in quest’ora il desiderio di considerare l’anno che si sta concludendo, Anno Santo della Speranza, per ringraziare dei doni ricevuti e disporci a intraprendere il nuovo anno con spirito positivo e docile all’azione dello Spirito Santo.
Saluto tutta l’assemblea qui riunita, colmo di gratitudine per la testimonianza di fede che la anima e la preghiera che la sostiene. Saluto i presbiteri della nostra comunità pastorale, che hanno voluto questa celebrazione unica per sottolineare l’unità che siamo chiamati ad esprimere come presbiterio del Vescovo e saluto i membri del Consiglio Pastorale qui presenti.
Il mio primo pensiero va a don Piergiorgio di Casbeno, che è stato colpito da una grave malattia; dopo una lunga convalescenza, abbiamo accolto il suo desiderio di ritornare in parrocchia, ma l’aggravarsi del male ha imposto in questi giorni un nuovo ricovero e ulteriori apprensioni. Ricordo anche don Roberto, che per altri motivi di salute manca da parecchi mesi alla Brunella, dove ci è venuta provvidenzialmente in aiuto la presenza di padre Simone, che ringrazio per la generosa disponibilità.
Si è già concluso nella sua fase diocesana l’Anno Giubilare, caratterizzato dalla presenza di due Pontefici: Papa Francesco, che ci ha lasciati inaspettatamente e il suo successore Papa Leone XIV, che abbiamo accolto con sorpresa e gioia.
A differenza della tentazione serpeggiante in alcuni, vorrei ribadire che il pontificato di Francesco non è stato una meteora, una parentesi chiusa da dimenticare, ma un dono per tutta la Chiesa, in particolare con il suo richiamo alla povertà, alla solidarietà che vince l’egoismo e l’individualismo, alla sinodalità come metodo per una Chiesa che vuole imparare a camminare insieme, alla valorizzazione del laicato e del posto delle donne nella Chiesa come superamento di ogni forma di clericalismo e, non ultimo, alla costruzione di una Chiesa che non crea “dogane” – è una sua immagine – ma sa accogliere tutti, proprio tutti, perché sacramento del Dio della misericordia.
In quest’Anno Giubilare, la nostra Comunità ha ricevuto in dono dal carissimo monsignor Ettore Malnati la reliquia del sacro Pallio appartenuto a San Paolo VI. Mentre siamo riconoscenti a monsignor Ettore per questo dono, custodito ora nell’altare delle reliquie della nostra basilica, vorrei sottolineare ancora una volta come questo segno ci impegna ad un cammino di Chiesa impegnata fedelmente ad attuare quell’aggiornamento per la missione inaugurato dal Concilio Vaticano II e guidato dai pontefici che si sono susseguiti sulla cattedra di Pietro, a cominciare da San Giovanni XXIII e, appunto, da Paolo VI.
La nostra Città ha avuto anche il dono della presenza di un Santuario giubilare, il Sacro Monte, tanto caro ai Varesini e non solo.
Ci chiediamo ora: qual è il cammino intrapreso dalla Chiesa in questo nostro tempo, mossa dallo Spirito per essere nel mondo testimone e annunciatrice del Vangelo?
Alla benedizione al termine della celebrazione di insediamento il 25 maggio scorso, Papa Leone XIV esortava a «Vivere la nostra fede … cercando di essere noi stessi testimonianza che offre la speranza al mondo […] Vivere la nostra fede, sentire nel nostro cuore che Gesù Cristo è presente e sapere che Lui ci accompagna sempre nel nostro cammino».
La Chiesa non può ripiegarsi su se stessa, non può accontentarsi di celebrare solo per se stessa la sua fede, ma deve essere per il mondo, segno di speranza per il mondo, in forza della consapevolezza che Gesù è presente in mezzo a noi, ci accompagna e ci invia.
Sempre Papa Leone, nell’omelia della Santa Messa pro Ecclesia celebrata con i Cardinali nella Cappella Sistina il 9 maggio scorso, così si esprimeva: «… urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco».
E nell’omelia della Messa per il Giubileo delle famiglie, il 1° giugno, affermava che «il mondo di oggi ha bisogno dell’alleanza coniugale per accogliere l’amore di Dio e superare, con la sua forza che unifica e riconcilia, le forze che disgregano le relazioni e le società».
La Chiesa, quindi, deve sentire questo appello accorato alla missione evangelizzatrice - «urge la missione» - perché glielo chiede il suo Signore e l’amore per un mondo sempre più disgregato e sofferente, che non chiede giudizi di condanna, non ha bisogno soltanto di analisi sociologiche, ma di quella dedizione che sa chinarsi sulle ferite e farsi servizio.
Quindi la prima indicazione che possiamo raccogliere è quella che l’attività pastorale delle nostre parrocchie deve perseverare in un atteggiamento non di condanna del mondo nel quale viviamo ma di accoglienza, di dedizione gratuita, di consolazione, di misericordia, di annuncio di un amore fedele che non abbandona ed è più grande del male.
Siamo nel cammino della Chiesa sinodale, avviato da Papa Francesco nel 2021 e subito ribadito da Leone XIV. È un cammino lungo, che richiederà conversioni personali ed ecclesiali, in docilità allo Spirito.
Il nostro Arcivescovo, nella Proposta Pastorale per l’anno 2025-2026, pone come sottotitolo “Per la ricezione diocesana del cammino sinodale” e afferma: «Quest’anno e gli anni a venire sono il tempo opportuno per conoscere, praticare, verificare la ricezione delle indicazioni emerse dal Documento finale della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi». Sottolineo l’inciso “anni a venire”, e quanto ribadito dall’Arcivescovo: «È tempo ora di portare il Sinodo in casa».
“Sinodalità” non è una parola-slogan, un mantra che può stancare ed essere sostituito dalla proposta di un nuovo slogan. Si tratta di uno stile, di un metodo da imparare per camminare insieme, per «rendere la Chiesa più partecipativa e missionaria» (Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione. Documento finale della XVI Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, n. 28) e «testimoniare il progetto di Dio di unire a sé tutta l’umanità nella libertà e nella comunione» (Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione. Documento finale della XVI Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, n. 20).
Due corollari importanti, esercizio di questa conversione personale e comunitaria che ci attende. Innanzitutto, dobbiamo passare dal presbitero al presbiterio – indica l’’Arcivescovo, nella già citata Proposta pastorale – e dobbiamo guadagnare una maggiore consapevolezza di formare una Chiesa “popolo sacerdotale”.
Inoltre, dobbiamo guardare la realtà nella quale viviamo per annunciare agli uomini e alle donne d’oggi la freschezza del Vangelo. Papa Leone, nel Discorso ai Superiori e agli Officiali della Segreteria di Stato il 5 giungo, osservava che «… se Dio ha scelto la via dell’umano e le lingue degli uomini, anche la Chiesa è chiamata a seguire questa strada, in modo che la gioia del Vangelo possa raggiungere tutti ed essere mediata nelle culture e nei linguaggi attuali».
Gesù guardava in faccia le persone, non girava loro le spalle; Gesù sedeva a tavola, non stabiliva lontananze e separazioni sacrali; Gesù usava la lingua del popolo – l’aramaico – e, servendosi delle parabole, voleva che tutti lo comprendessero, non si avvaleva dell’antica e ormai inusuale lingua ebraica. È questo il Gesù dei Vangeli che vogliamo seguire, al quale vogliamo conformare il nostro essere Chiesa tra la gente oggi.
Anche le nostre liturgie, la celebrazione dei sacramenti della fede, il modo di guardare al dono e alla presenza del clero nelle nostre parrocchie, che è destinato ad invecchiare e diminuire, il prepararci ad accogliere forme nuove di ministeri laicali a servizio della Chiesa deve vederci disponibili a conversioni e cambiamenti. La Chiesa, per svolgere con fedeltà la sua missione, deve discernere e accogliere quanto lo Spirito suggerisce come novità e non può stancamente ripetersi sul “come si è sempre fatto” o, peggio ancora, su modelli pastorali tipici di una società e una Chiesa che non esistono più.
Un’ultima considerazione vorrei dedicarla al tema, tanto caro a papa Francesco, della Chiesa povera e per i poveri.
Afferma il Documento finale del Sinodo dei Vescovi: «… in un’epoca segnata da disuguaglianze sempre più marcate, da una crescente disillusione nei confronti dei modelli tradizionali di governo, dal disincanto del funzionamento della democrazia, da crescenti tendenze autocratiche e dittatoriali, dal predominio del modello di mercato senza riguardo per la vulnerabilità delle persone e della creazione, e dalla tentazione di risolvere i conflitti con la forza piuttosto che con il dialogo» (Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione. Documento finale della XVI Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, n. 47), «la sinodalità consente al Popolo di Dio di annunciare e testimoniare il Vangelo alle donne e agli uomini di ogni luogo e di ogni tempo, facendosi “sacramento visibile” (LG 9) della fraternità e dell’unità in Cristo voluta da Dio» (Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione. Documento finale della XVI Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, n. 32).
Quest’anno ha visto anche l’assunzione della nostra chiesa varesina, nella Casa della Carità ospitata dalla parrocchia della Brunella, del servizio serale ai poveri, già prestato dalle suore di via Luini. Non sono mancate le fatiche, organizzative e non solo, ma la carità non è venuta meno.
L’11 dicembre scorso, alcuni quotidiani riportavano una notizia che non ha suscitato tanto clamore: a Modena, i senzatetto dormono nei loculi vuoti del cimitero per ripararsi dal freddo. “Giacigli creati con materassi e coperte nella città emiliana tra le più ricche d’Italia”, recitava un sottotitolo. Non possiamo non notare questo accostamento tra grande ricchezza e povertà estrema. Dobbiamo rassegnarci? A volte ci lamentiamo per il disturbo e il degrado che i poveri arrecano, anche nella nostra Città. Ma, per il quieto vivere, per il decoro delle nostre città e paesi, dobbiamo considerare come già morti i poveri che vivono tra noi? Noi crediamo che il problema da affrontare non sono i poveri, ma è la povertà.
Certamente, la ricchezza di solidarietà e volontariato ancora presente in Varese sembra dire che non si rassegna all’indifferenza, ma la fatica che il nostro mondo occidentale sperimenta a pensare e attuare visioni e scelte politiche di equità, solidarismo, redistribuzione della ricchezza sembra indicare la rinuncia ad affrontare in modo sistemico il tema della povertà e dell’uguaglianza.
Nell’omelia per la messa di ordinazione dei sacerdoti in Roma il 31 maggio, Papa Leone diceva: «… Gesù Risorto ci mostra le sue ferite e, nonostante siano segno del rifiuto da parte dell’umanità, ci perdona e ci invia… Egli soffia anche oggi su di noi e ci rende ministri di speranza. “Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana” (2Cor 5,16): tutto ciò che ai nostri occhi si presenta infranto e perduto ci appare ora nel segno della riconciliazione».
È questo sguardo nuovo che anima tutti nel fare il bene, anche se con consapevolezza diversa. Non perdiamolo…




