Di padre in figlio il passo, a volte, è troppo lungo per essere fatto se il padre ha aperto una stagione irripetibile della vita e della professione, facendolo con quella dose di umanità che, abbinata a competenza e bravura, l'hanno reso unico. Ma capita anche, ed è questo il caso, che nel solco del dottor Milos Kogoj - un solco in cui l'empatia è una virgola che fa la differenza tra delicatezza e decisione - suo figlio Marco sia riuscito ad assorbire ed esaltare le migliori doti del padre in un romanzo di vita e sport che ha sempre avuto al centro gli altri, calciatori o cittadini.
Al centro di tutto c'è la passione per la medicina e, in particolare, la medicina sportiva che il dottor Marco Kogoj, oggi direttore sanitario del Centro Medico Sportivo Olympia 3000 di Leggiuno, ha coltivato grazie alla buona "semina" dell'indimenticabile padre Milos, storico medico sportivo di diverse società e, in particolare, del Varese Calcio nell'epoca delle gestioni Guido Borghi e Mario Colantuoni.
Dottor Kogoj, ci ricordi chi era tuo padre Milos?
Papà fu un precursore della medicina sportiva quando, negli anni 60 e 70, non aveva la rilevanza e l'importanza attuali. Era la passione per lo sport che avvicinava i medici alle società per dare il loro contributo. Mio padre, da sempre appassionato di sport e grande tifoso dei colori biancorossi, venne chiamato dall'allenatore Nils Liedholm nel 1971 per una collaborazione. Così "Milo", come veniva chiamato dai giocatori, accettò con grande entusiasmo. Questo incarico venne poi nel tempo diviso con altri due grandi medici come il dottor Luciano Frattini e il dottor Ruben Oliva, oltreché con il sempre presente massaggiatore Luciano Lucchina, poi in futuro diventato un valente medico di grande professionalità.
Cosa ti ha trasmesso papà "Milo"?
Se ho intrapreso gli studi di medicina e ho esercitato anche la professione di medico sportivo devo essere riconoscente a Milo perché mi ha sempre spronato e trasmesso con il cuore la sua grande passione. Papà aveva un carattere empatico e sensibile, trasmetteva positività ed aveva ottime capacità diagnostiche. La sua grande empatia coinvolgeva i giocatori con cui stabiliva straordinari rapporti personali e di massima fiducia. Ho avuto la fortuna ed il piacere di conoscere tanti di loro: cito solo i campioni del mondo Marini e Gentile.
Qual è stata l'evoluzione della professione del medico sportivo?
È cambiata in maniera radicale con l'arrivo delle tecniche diagnostiche e con tecnologie di alta qualità. È cambiato anche il mondo sportivo delle società e il rapporto con i giocatori. Ora i club sono strutturati diversamente, ma credo che il medico sportivo anche oggi sia un referente "privilegiato" del singolo giocatore o dello sportivo in generale e con loro abbia un rapporto umano che resiste al tempo: i suoi consigli di ogni genere sono ascoltati e seguiti oggi come allora. Il calcio si è evoluto e parte di questo cambiamento è partito da Varese con Fascetti e il professor Arcelli, che hanno fatto entrare in maniera massiccia la componente atletica accanto a quella tecnica.
Ci racconti qualche ricordo particolare della tua lunga carriera di medico sportivo?
Sono stato al Franco Ossola con qualche piccola alterna vicenda dal 1987 al 2004, per poi riprendere la mia collaborazione nel 2024. Di ricordi ne ho tantissimi, sono centinaia le partite che ho seguito, sia da medico ma soprattutto da tifoso. Ho vissuto enormi emozioni e gioie per le promozioni, delusione e rabbia per le retrocessioni perché questa è la storia del calcio varesino. Tra i tanti ricordi, quello che ogni tanto riaffiora è la sfida del 1990 in serie C2 a Ravenna, dove Luca Sogliano, poi diventato il grande Sean, giocò gran parte della partita con il metatarso del piede fratturato. Nonostante le infiltrazioni eseguite ed il dolore lancinante, Sean con grinta, tenacia e determinazione trascinò la squadra alla vittoria firmata da due reti di Alessandro Tatti. E quell'anno, con Peo Maroso in panchina, fu promozione in C1.
Da super tifoso biancorosso cosa ti aspetti?
Che il Varese torni al più presto nei professionisti. Per far questo ci vogliono programmi a lungo termine ed importanti investimenti mirati, non solo da parte della società. Credo che il percorso sarà lungo e complesso.
Da medico sportivo segui ogni giorno il Varese: cosa ti auspichi?
Prima di tutto di non avere calciatori infortunati. Poi che mantengano il grande equilibrio di gruppo che consente di lavorare bene, quella coesione che l'anno scorso ad un certo punto è mancata. E alla fine sarà quel che sarà. La mia speranza è di rivedere ancora tanta passione per il calcio biancorosso, e che ritorni al più presto agli splendori di un tempo.








