La Varese Nascosta - 23 agosto 2025, 08:10

LA VARESE NASCOSTA. Quando i soldati lasciarono per sempre la Caserma Garibaldi

Il 23 agosto 1963 Varese visse una giornata dal forte valore simbolico, destinata a chiudere un capitolo lungo e denso della sua storia militare. In quella data, infatti, l’ultimo reparto che ancora trovava alloggio nella storica caserma – il Terzo battaglione del 67° Reggimento Fanteria – lasciò la città

(foto da La Varese Nascosta)

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Torna l'appuntamento con la rubrica dedicata alla storia, agli aneddoti, alle leggende e al patrimonio storico e culturale di Varese e del Varesotto in collaborazione con l'associazione La Varese Nascosta. Ogni sabato pubblichiamo un contributo per conoscere meglio il territorio che ci circonda. 

Il 23 agosto 1963: l’addio del 67° Fanteria alla Caserma Garibaldi

Il 23 agosto 1963 Varese visse una giornata dal forte valore simbolico, destinata a chiudere un capitolo lungo e denso della sua storia militare. In quella data, infatti, l’ultimo reparto che ancora trovava alloggio nella storica caserma “Garibaldi” – il Terzo battaglione del 67° Reggimento Fanteria – lasciò la città per sempre. Con la partenza dei soldati, l’edificio che per decenni aveva ospitato la vita militare varesina si svuotò, assumendo rapidamente, come annotò Mario Lodi, indimenticato direttore della Prealpina, “l’aspetto di un rudere quasi inservibile”.

La caserma Garibaldi, situata in posizione strategica tra il centro cittadino e le vie di comunicazione verso il nord, era stata uno dei fulcri della Varese di fine Ottocento e del Novecento. Vi avevano trovato sede diversi reparti dell’esercito, contribuendo non solo alla vita militare, ma anche a quella civile ed economica della città. La presenza costante dei soldati era, per molti varesini, parte integrante del paesaggio quotidiano: le adunate, le marce, le cerimonie in piazza diventavano occasioni pubbliche di forte impatto, capaci di rinsaldare il legame tra istituzioni e popolazione.

Il 67° Reggimento Fanteria, che aveva a lungo rappresentato una presenza familiare, era parte della più ampia tradizione di corpi che avevano dato prestigio e identità all’esercito italiano. La sua permanenza a Varese costituiva una sorta di memoria vivente, un filo diretto con le vicende del Risorgimento e con le guerre del Novecento. Non è un caso che la caserma portasse il nome di Giuseppe Garibaldi, simbolo stesso della lotta per l’unità e la libertà d’Italia.

L’addio del 1963 non fu soltanto un atto burocratico o logistico. Fu un passaggio epocale, che segnò la fine del rapporto stretto tra Varese e la sua funzione di città militare. Da allora, la caserma entrò in una fase di progressivo abbandono, diventando col tempo oggetto di discussioni, progetti e polemiche sulla sua destinazione futura. “Un rudere quasi inservibile”, scrisse Mario Lodi con la sua consueta lucidità, sottolineando come la mancanza di una nuova funzione avesse trasformato un luogo vivo e popolato in un guscio vuoto, ingombrante e malinconico.

Oggi, ripercorrere quella data significa riflettere sul rapporto tra le città e i loro spazi militari. La Garibaldi non fu solo un edificio, ma un simbolo: di disciplina, di comunità, di passaggi storici che avevano toccato da vicino intere generazioni. La sua parabola – dalla centralità alla marginalità – ricorda come i luoghi della memoria non possano essere lasciati a sé stessi senza perdere parte della loro identità collettiva.

Quel 23 agosto 1963 resta quindi una data di confine: da una parte la Varese ancora legata alle sue funzioni militari, dall’altra la città che si avviava verso la modernità, con nuove priorità urbanistiche e sociali. La caserma, vuota e silenziosa, divenne allora il simbolo della transizione e del tempo che passa.

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