Beko, cassa integrazione, Malpensa, frontalieri e molto altro. Diversi i temi di attualità economica affrontati con Stefania Filetti, segretaria generale della Cgil Varese, in una chiacchierata in cui si è spaziato su vari problemi che affliggono il mondo del lavoro della provincia.
Segretaria Filetti, la provincia di Varese sta vivendo un periodo di difficoltà e di crisi simboleggiata dalla vertenza Beko. Com’è la situazione?
La trattativa Beko è ben presidiata dalle organizzazioni sindacali. Ci sono i metalmeccanici che sono sul pezzo, e da una posizione dove la proprietà aveva lanciato numeri enormi di esuberi e chiusure, a oggi siamo in una situazione dove quanto meno la proprietà ci ascolta. Ci sono ancora esuberi sul tavolo, non come prima, ma ci sono. Bisogna capire come tenerli dentro con gli ammortizzatori sociali e con percorsi di accompagnamento. Ci sono investimenti, anche importanti, per Cassinetta e altri stabilimenti. La nostra cura è che non solo vengano fatti davvero, ma che diano prospettive di sviluppo.
Intanto aumentano le ore di cassa integrazione. Quali sono le proposte della Cgil Varese, in generale, sul tema del lavoro?
Se devo allargare il discorso, ci sono interi settori che stanno andando male o che comunque iniziano a mostrare segnali di difficoltà. Osserviamo la situazione internazionale e la spartizione geopolitica, come ad esempio il settore dell’automotive in Germania sta passando una fase difficile, e la nostra economia è legata alle esportazioni tedesche. Ascoltiamo dalle imprese una grande preoccupazione per il futuro prossimo, non tra trent’anni. Si sta concretizzando una vera e propria crisi strutturale delle aziende manufatturiere, c’è bisogno di grande attenzione e investimenti su politiche industriali e di transizione. È molto interessante che Regione ci faccia la lezione sugli investimenti del settore aerospaziale, ma il territorio non è solo quello: ci son quei settori che già stanno usando la cassa integrazione e che chiedono un aiuto o una visione per tenere insieme le cose. Lo dico anche dal punto di vista di quei lavoratori e quelle lavoratrici che non hanno le caratteristiche professionali per le nuove tecnologie, bisogna prepararli a diventare non ingegneri, ma ad adeguare la loro capacità per non perdere il lavoro. Serve un piano occupazionale importante e formativo, se no rischiamo che l’occupazione ne risenta profondamente. Perché, per esempio, non incentivare un percorso di uscita a chi manca poco per andare in pensione e al posto suo inserire dei giovani che hanno già delle skill? Di questo non parla nessuno, soprattutto chi potrebbe agire in questi termini.
Altro tema molto sentito sul nostro territorio quello dei rapporti economici con la vicina Svizzera. I frontalieri stanno combattendo sulla tassa della salute e altri diritti e la presenza del Canton Ticino dall’altro lato sta impoverendo l’Alto Varesotto di professionalità̀ e di aziende. Come si può̀ intervenire secondo lei?
Aumentando gli stipendi e migliorando le condizioni di lavoro delle persone, perché rappresentare i lavoratori che scelgono di fare i migranti di corto raggio è un’azione che noi facciamo con convinzione, ma è molto complesso. Il lavoratore frontaliere che decide di farsi chilometri per avere una condizione di vita migliore non lo fa per dispetto al nostro paese o alle nostre imprese che non trovano personale. Non la risolviamo, ma incominciamo ad adeguare salari, formazione, ad applicare i contratti nazionali più importanti firmati dalle organizzazioni… Alcuni, giustamente, cercano di stare meglio andando anche a Milano o in altre regioni sapendo che la nostra provincia è ricca e importante e dà opportunità e prodotti di qualità, ma non è per tuti così.
Malpensa è un caposaldo dell’economia varesina con quali prospettive di sviluppo secondo lei?
Con il puntare a investire al massimo nel tenere alte le attività produttrici e gli scambi commerciali. In questi giorni si parla di sviluppo, ma l’impatto ambientale è un effetto che deve far parte delle politiche industriali complessive. Malpensa, di per sé, ha un impatto notevole sull’ambiente, quindi serve una ricerca di sviluppo improntata ad abbassare le emissioni, con una serie di proposte inerenti all’area del sedime per poter attivare percorsi, molto di più di quanto si sta facendo ora. Non voglio entrare nella questione legata al Masterplan, sappiamo tutti la discussione che ha riguardato il territorio.
Cgil e Uil stanno lavorando insieme a livello nazionale mentre la Cisl sta seguendo un’altra strada: come sono i rapporti tra le tre sigle sindacali confederali in provincia di Varese e con Confindustria Varese e le associazioni datoriali?
Le vicinanze o le lontananze delle tre organizzazioni storicamente avvengono nel merito, quindi, a livello nazionale, le scelte che sta facendo la Cisl prendono, legittimamente, altre strade, che noi non condividiamo. È comunque costante e quotidiano il tentativo, almeno di Cgil, di ricomporre quelle che sono le posizioni. A livello territoriale le cose sono un pochino più chiare, perché con Cisl e Uil abbiamo fatto importanti lavori sul territorio con alcuni accordi, per esempio sulla sicurezza sul lavoro, sulla parità di genere… Storicamente Varese ha una capacità, tra tutte e tre le associazioni, a dialogare, poi non sempre andiamo d’accordo, le discussioni ci sono, ma fino a oggi siamo riusciti a potare avanti vari progetti. La concretezza c’è, la nostra azione referendari è molto concreta, e su questo la posizione della Uil è diversa dalla nostra ma in uno stesso tipo di percorso che dà parola ai cittadini. È una cosa su cui ci batteremo, anche a livello territoriale. Poco tempo fa c’è stato un attivo con Landini in cui ha parlato lungamente delle motivazioni per il quale stiamo usando come nostra strumentazione anche il referendum.




