Noi lo ricordiamo al Menti di Vicenza quando, sotto una curva in ebollizione con almeno 5 mila persone, raccoglieva ogni pallina di carta e bottiglietta di plastica che gli veniva lanciata, rispedendole al mittente: la curva gliele rigettava in campo all'ennesima potenza, ma lui le raccoglieva di nuovo una per una... e via così, fino al termine di una sfida vinta dal Varese grazie a un colpo di biliardo di Carrozza lanciato in area da Tripolino e alle sue parate di piede, d'istinto, di pugni, di tutto. Partita meravigliosa di Massimo Zappino, capace di esaltarsi sotto la gragnuola biancorossa che saliva dal campo e scendeva dalla curva con i giornali vicentini che non scesero sotto l'8 in pagella (inutile ricordarvi il nostro voto su "La Provincia di Varese": non bastarono due pagine intere per contenerlo).
Zappino era fatto così, proprio come quel Varese: un gigante quando gli avversari della prima serie B dopo 25 anni d'attesa pensavano di trovarsi di fronte un puntino biancorosso solo da schiacciare. Ma fu anche l'uomo che, una sera nel covo del Cuor di Sasso in viale Borri dopo il 3-3 in semifinale con il Padova, ci venne incontro e ci affrontò a muso duro di fronte a qualche critica per i gol presi e, con una mossa spiazzante e indimenticabile che culminò con un abbraccio, mostrò il portafoglio simbolicamente vuoto dopo averci offerto una bicchierino della grappa lasciata da Zecchin al padrone di casa, Silvano Bossi, dicendo: «Io vengo dalla strada, ho guadagnato tutto ciò di più prezioso che ho un pezzetto alla volta e qui a Varese ho dato e lascio tutto. Anche il cuore».
Massimo Zappino, 43 anni, ha giocato in porta, tra le altre squadre, per Catania, Nocerina, Frosinone, Chievo, Pro Sesto, Lecco, Como e Varese prima di terminare la carriera nel Real Siracusa, dove attualmente è allenatore dei portieri e gestisce una scuola di giovani promesse che hanno l’ambizione di cimentarsi nel ruolo del numero 1.
Zappino, come ha iniziato a giocare a calcio?
Da bambino per le vie di Siracusa, come tutti i miei coetanei. A dire il vero allora non facevo allora il portiere ma ero un piccolo difensore, poi come spesso capita un giorno sono andato in porta e ho iniziato a buttarmi tra le gambe dei miei coetanei senza paura. Tuffarmi era esaltante: più mi sporcavo, più ero contento. Certo, per chi mi lavava pantaloncini e maglietta non era un divertimento… ma allora andava cosi. Ho iniziato la trafila nelle giovanili nella mia città, ho girato diverse piazze d’Italia con una breve esperienza in Romania.
I momenti più belli della tua carriera?
Ovunque ho giocato tra i pali, ho fatto belle esperienze, con momenti che porto nel cuore. Se devo proprio scegliere, non potrò mai dimenticare l'esperienza a Frosinone, con la promozione in serie A, ed i momenti trascorsi a Varese, con l'approdo a quella memorabile semifinale play off contro il Padova dove, purtroppo, abbiamo solo sfiorato il sogno di tutta la città e della tifoseria biancorossa.
Un ricordo di quel Varese-Padova 3-3, in cui siete andati sul 2-0 e poi sul 3-2 portandoci a un passo dalla A, che ha visto esplodere El Shaarawy con quella "maledetta" doppietta...
L'unico mio rimpianto è il primo gol dei veneti realizzato dal difensore Legati: a causa del terreno leggermente fangoso vicino alla porta, il pallone ha preso una traiettoria diversa da quella che io prevedevo. Per il resto fa una grande partita in cui abbiamo dato il massimo. Certo il gol capolavoro del 3-3 con quel tiro a giro di El Shaarawy ci ha messo in ginocchio.
La prima immagine che associ quando si parla di Varese?
Una bella esperienza. Ho vissuto momenti indimenticabili con un gruppo formidabile e un mister unico come Sannino con cui spesso ancora mi sento. Ancora oggi sono legato alla città, seguo il Varese attuale nei risultati e spero tanto che arrivi in serie B come un tempo: la città e la sua stupenda tifoseria meritano tutto questo.
È ancora in contatto con qualche compagno di quel periodo?
Con Alessandro Frara, che è dirigente nel settore giovanile del Frosinone, e con Emanuele Pesoli, allenatore della primavera della stessa società. E con Mathieu Moreau: anche oggi quando ci sentiamo, continuiamo a prenderci in giro...
In che senso?
Mathieu dice che sono la sua bestia nera perché quando sono arrivato alla Pro Sesto è finito in panchina, e lo stesso è capitato a Varese, dove sono subentrato per un suo infortunio e poi mister e società mi hanno dato fiducia.
Cosa ti ha detto Sean Sogliano quanto ti ha voluto a Varese dal Como?
Parlando con il mio procuratore, ha chiesto se mi andava di venire a Varese: non ci ho pensato molto e con tanto entusiasmo ho detto sì. Varese è sempre stata una piazza ambita per emergere.. Sono arrivato a settembre e mi sono subito sentito integrato nel gruppo.
Il tuo rapporto con la tifoseria comasca e biancorossa allora come è stato?
A Varese buono, con i lariani c'è stata qualche contestazione e qualche insulto, ma fa parte del gioco e questo bisogna metterlo in conto.
Sotto le curve avversarie che ti insultavano, diventavi un muro esaltandoti: cosa si accendeva dentro di te in quei momenti?
Partiva un forte scatto di adrenalina: è una caratteristica che mi porto dietro dall'infanzia, un lato della personalità. Nei momenti duri, difficili, non mi deprimo ma mi esalto riuscendo a dare il meglio di me stesso, caricandomi a mille.
A Varese giocavi con maglie di diversi colori, alcune davvero variopinte come quella rosa: ci sveli a distanza di tanti anni il perché? Era scaramanzia tua o di Sogliano?
In tal senso è nata una specie di leggenda: giocavo con le maglie che erano a disposizione e che mi dava il magazziniere. Sean era scaramantico, ma non per il colore della mia divisa. Anche Sannino era scaramantico e portava tutto il gruppo in centro ogni mercoledì per l’aperitivo: sosteneva che portasse bene e per gran parte della stagione ha avuto ragione.
Un pensiero per Sogliano?
Lo posso solo ringraziare per avermi chiamato a Varese e dato tante opportunità. Lo ringrazio sia sul piano professionale, ma anche umano: è una persona eccezionale in tutti i sensi.
Cosa le ha dato il calcio?
Tantissimo. Se sono arrivato a fare l’allenatore dei portieri e preparatore dei giovanissimi alla Neapolis lo devo al calcio. Sono stato fortunato perché ho trovato sulla mia strada tante persone che mi hanno consigliato bene e che ho preso ad esempio, sia dal punto di vista professionale che umano.
Ai giovanissimi che vogliono giocare tra i pali cosa cerca di trasmettere?
Il coraggio, la determinazione, la volontà e la capacità di non perdersi d’animo se si sbaglia. Il ruolo del portiere è difficilissimo, bisogna sempre essere freddi e lucidi e sapere che se si sbaglia, a salvarci ci sono solo i pali e la traversa. Soprattutto insegno a farsi scivolare addosso i commenti e le critiche negative.
Un saluto particolare a Varese?
Abbraccio tutti, in particolare Silvio Papini e quello straordinario personaggio del magazziniere Olly.
I tuoi figli giocano a calcio?
Diego che ha 10 anni sì, ha iniziato come portiere e ora fa l’attaccante, la sorella gemella Perla ha iniziato con il calcio e ora pratica danza. Vittoria che ha 13 anni, la più grande, pratica invece pugilato.
Un'ultima dedica.
Con tanta riconoscenza per una grande amicizia penso a Barbara, che con la sua vicinanza che mi ha fatto crescere interiormente.




