Essendo stato, ormai più di 40 anni fa, l’“aedo” (sulle colonne de La Prealpina) dell’Hockey Club Argo, prima espressione a livello di serie A di uno sport che avrebbe coinvolto e “preso” la città, posso dire con soddisfazione un «non mi par vero».
Sì, non mi par vero che si lotti per la vittoria, dopo che io ho dovuto raccontare due anni di legnate e di solenni beffe. Già, quando la Varese dell’hockey su ghiaccio era cresciuta e si era messa a fare la voce grossa, io ero già finito a Milano alla Gazzetta dello Sport: l’eco di un nuovo corso all’insegna del successo mi è dunque arrivato da lontano, così come da lontano – passato al Corriere della Sera – mi sono giunti i tristi eventi che hanno portato alla sostanziale sparizione della squadra. Della non facile ripartenza sono stato sempre informato da un caro amico, il dottor Franco De Maria (purtroppo già mancato), mio oculista: ho avuto varie peripezie con gli occhi e lui mi seguiva. Così tra un test e l’altro del visus o del tono oculare mi raccontava di suo figlio mini-hockeista e degli sforzi per tenere viva una fiammella pericolosamente orientata a spegnersi.
Che dire, allora? Semplice: che questo nuovo corso all’insegna dei Mastini non può non far piacere e coinvolgere. Ho rimesso piede l’anno scorso, un po’ per caso o per semplice curiosità, al Palaghiaccio, dopo appunto 40 anni di assenza: non è stato difficile tornare una, due, tre, più volte. Mi sono insomma rimesso, seppur più da spettatore che da giornalista (ma qualche articolo c’è scappato e ancora ci scapperà), a rivedere uno sport che mi riporta pure al mio passato. L’ho fatto volentieri, sfidando perfino gli sfottò del collega corrierista Domenico Calcagno, appassionatissimo e competente di hockey ma così cinico e portato all’understatement (il suo soprannome è Fregacazzi, espressione che usa spesso) da sostenere che chi gioca a questo livello usa la stecca più che altro per stare in piedi sul ghiaccio. Vabbé, se rivinciamo Coppa Italia e titolo nazionale magari ve lo porto e voi lo rinchiudete in uno sgabuzzino per trattarlo come fece con me Rolly Benvenuti mentre ero entrato in spogliatoio per un’intervista: mi rifilò una bastonata su uno stinco dicendo «ce l’hai il parastinchi, mona?».
Faremo anche quest’anno doppietta? Lo spero, ma se devo essere proprio sincero non ho ancora pesato fino in fondo il valore del nuovo gruppo, nonostante ci siano state parecchie conferme. A fronte di una grinta da marchio di fabbrica, secondo me i Mastini 2023-2024 hanno forse qualcosa in meno sul fronte offensivo (quante parolacce per i power play non sfruttati…) e qua e là mi pare tendano ad avere cali di concentrazione. Libero, ovviamente, di sbagliarmi. Magari grazie a un gol del numero 16, quello che sulla maglia porta il mio stesso cognome...




