«Umanità, competenza, sincerità: scelsi Varese e non Livorno e qui trovai dirigenti straordinari a partire dalla famiglia Sogliano. Eravamo davvero una famiglia fatta da giocatori, staff, tifosi e città»: ascoltare le parole di Giuseppe Figliomeni, giunto in biancorosso nel 2010, al culmine della scalata alla serie B, fa riassaporare il dolce gusto del segreto, semplice eppure oggi così irripetibile, di quel Varese come di qualunque Varese sia rimasto nel cuore della gente e di chi ne fu protagonista.
Figliomeni è nato a Reggio Calabria il 2 giugno 1987. Ha iniziato nelle giovanili del Crotone, debuttando a 18 anni in serie B in sostituzione di Dante Lopez negli ultimi minuti. A gennaio 2007 viene ceduto in prestito con diritto di riscatto all’Inter, dove gioca nel campionato Primavera. Viene spesso convocato in prima squadra da Roberto Mancini, senza mai entrare in campo. A fine stagione i nerazzurri decidono di non riscattarlo e torna di nuovo a Crotone, dove gioca due campionati per poi passare all’Arezzo e arrivare nel 2010 a Varese: sotto al Sacro Monte rimane per due anni, quindi va in prestito alla Nocerina dove termina la stagione prima di passare in comproprietà alla Juve Stabia per una stagione.
Nel 2013 viene acquistato dal Latina, campionato di serie B, l’anno successivo c'è il Vicenza in prestito: pochi mesi e torna a Latina. Nel 2016 firma un contratto biennale con il Trapani, ma il suo viaggio non è ancora finito: ecco Foggia, Catanzaro, Casarano, Gozzano, Arcireale e Matera, club nel quale conclude la sua carriera da calciatore per ricoprire l'attuale ruolo di direttore sportivo.
Che ricordi ha di Varese?
Una grande esperienza, con un gruppo fantastico, con una tifoseria eccezionale. E pensare che ero indeciso, quando dovevo scegliere... Erano in ballottaggio Livorno o Varese, poi ho scelto i biancorossi e vi ho trovato dirigenti straordinari a partire dalla famiglia Sogliano. Ricordo le cene con i compagni, eravamo davvero una famiglia, non si possono dimenticare personaggi come Max Vaccalluzzo, Sannino, Sean (Sogliano ndr) e Papini, tanto per citarne alcuni che hanno lasciato davvero il segno nel mio cuore. A Varese ho stretto contatti e amicizie sincere, mi spiace che per motivi di lavoro non riesca a venirci frequentemente.
La sua esperienza all'Inter, invece?
Beh, che dire? Giocare a 18 anni con la Primavera nerazzurra, e venire convocato in panchina da Roberto Mancini e Sinisa Mihajlovic nel 2006, anno domini dello scudetto, assistendo alla partita finale con l’Empoli davanti a oltre 70 mila tifosi, sono emozioni uniche.
Domanda difficile: ha girato tanti club, quali sono i mister che le hanno lasciato un segno?
Mancini e il grande Sinisa: due persone particolari che poi hanno dimostrato negli anni chi fossero. A Gasperini devo tantissimo perché è il mister che mi ha lanciato e scoperto. Sannino invece mi ha trasmesso tanti valori: gli sono molto legato, ci sentiamo tuttora. Stilare una classifica non è semplice: posso dire che tutti mi hanno hanno fatto crescere sia umanamente che calcisticamente, ho avuto una buona formazione dalla persone che mi hanno allenato.
Segue ancora il Varese?
Certamente. Seguo con molto piacere i suoi risultati. Auguro ai biancorossi di poter ritornare ai gloriosi periodi di quando giocavo e mi allenavo al Franco Ossola.
Le piacerebbe tornare nella Città Giardino?
Adesso mi trovo a Matera, qui la società ha progetti ambiziosi. A Varese ci sono persone amabili, potrebbe anche succedere... Non metto limiti al destino, ma ora mi devo concentrare solo sul presente.
Come è nata la sua passione per il calcio?
Me l’ha trasmessa mio padre, che ha giocato da professionista con Siracusa, Ternana e Reggina. L'ho sempre seguito con il resto della famiglia, e la passione mi è nata spontaneamente senza condizionamento alcuno. Poi ho fatto la trafila nel settore giovanile del Crotone e cosi sono diventato calciatore. Ho unito come voleva papà la passione per il calcio con lo studio, infatti mi sono diplomato geometra.
Cosa consiglia ai ragazzi di oggi?
Di giocare per divertirsi, non per far piacere ai genitori. Fare sport è una scuola di vita, serve per socializzare, rispettare le regole, crescere umanamente. Bisogna giocare sì a calcio, ma anche studiare, che è la cosa più importante
I suoi figli giocano?
Ne ho due piccoli, uno di 6 e uno di due. Il maggiore ha il suo idolo in Messi, è riuscito anche a farsi fotografare con lui... Sono ancora piccoli, vedremo...
Ha ancora contatti con i suoi ex compagni biancorossi?
Certo, con alcuni - come Terlizzi e Carrozza - ci sentiamo spesso. Ogni tanto ci sentiamo anche con Papini e Sannino. A proposito del Papo, quest’estate ero a Gallipoli nel ristorante di Alessandro Carrozza e l'ho incontrato casualmente: è stata una grande rimpatriata. Abbiamo ripercorso ricordi belli ed emozionanti… È proprio piccolo il mondo…




