Varese - 12 settembre 2023, 07:30

Meazza, ogni foto una vita: «Il Rosa, il basket, i viaggi. La mia Varese? La magnolia fiorita di via Sanvito»

Con la sua macchina fotografica Carlo Meazza ha raccontato paesaggi, volti, mestieri e passioni, fissando un'epoca. A partire da Varese: «Non l'ho mai abbandonata: è tranquilla e non è pettegola, ma non ha il "passo lungo"». Il primo, drammatico, scatto («in piedi su un traliccio dell'alta tensione») e il viaggio della vita («In Nepal con un Wolkswagen»), le "sue" montagne, la pallacanestro e il rapporto con il padre: parole dietro le immagini, immagini che sembrano parole

Meazza, ogni foto una vita: «Il Rosa, il basket, i viaggi. La mia Varese? La magnolia fiorita di via Sanvito»

Carlo Meazza, classe 1945, sta per partire per l’ennesima spedizione fotografica, a Macugnaga c’è il taglio della segale, e il Rosa per lui è una seconda casa, anzi di più, quasi un’amante. Ci andava da ragazzo con suo padre Giuseppe, lunghe arrampicate e discorsi tra uomini, gli ha dedicato un libro magnifico e sta pensando a una nuova edizione. Per cui lo bracchiamo a casa sua a Masnago prima che diventi imprendibile, in mezzo ai suoi libri e alle macchine fotografiche, ai ricordi di almeno 60 anni di scatti nel mondo. 

Decidiamo di fare un’intervista secca, botta e risposta, mettendo in primo piano l’uomo e la passione di una vita, i tanti volti incontrati, gli infiniti paesaggi amati e ripresi, il fascino del basket che lo ha catturato tredicenne, la Varese che nonostante tutto non ha mai abbandonato. Partiamo.

La tua prima macchina fotografica.

Una Leica M3. Nel 1966 la acquistai usata a un prezzo quasi politico da Annibale Faoro, fratello del più noto Camillo, fotografi in Varese.

La prima fotografia che ti ha soddisfatto.

Nel 1972, sopra La Paz, in Bolivia, fotografai un uomo con la minuscola bara bianca di suo figlio sulle spalle. Trovai un grande cimitero e lo volli riprendere dall’alto, così mi issai su un traliccio dell’alta tensione e a un tratto vidi quella scena. Allora si usava la pellicola, ed ero al trentaseiesimo scatto, l’ultimo. Non potevo sbagliare.

Quando hai deciso di fare il fotografo e non il sociologo?

Durante gli anni di scuola superiore, l’Itis, a Varese. Quando frequentavo Sociologia a Trento avevo già deciso, ma gli studi mi hanno aiutato nella vita. Era il 1968, un tempo in cui non potevi voltarti dall’altra parte, ti costringeva a pensare. Prima avevo fatto due anni di Economia e commercio alla Cattolica, ma non era aria. Avrei voluto iscrivermi a Lettere o Scienze politiche, ma con la maturità tecnica non potevo accedere a quelle facoltà.

Quanto ha contato nella tua formazione la figura di tuo padre, colonna de “La Prealpina”?

Moltissimo. Con la sua Zeiss Icoflex 6x6 scattavo fotografie per il giornale, che poi Faoro sviluppava e siglava con il suo nome. Papà amava la fotografia, aveva un buon occhio, ho i suoi album con gli scatti della campagna di Albania e delle gite in montagna. Quando fu preso dai tedeschi e portato in campo di concentramento, lasciò la macchina a una suora, con l’intento di rivederla alla fine della guerra, ma non la ritrovò più. Mio padre non mi spinse mai a fare il fotografo, però era molto contento dei miei risultati e fece a tempo a vedere i miei primi libri, su Castiglione Olona, il Lago di Varese e il Sacro Monte: quest’ultimo contiene un suo scritto. Mi mandava biglietti affettuosi sul senso della vita.

La fotografia che ti è più cara.

Sono quelle del Monte Rosa. Ho un rapporto particolare con il luogo e vorrei che le mie ceneri, quando sarà il momento, fossero disperse sull’Alpe Pedriola, di fronte alla parete est, che papà aveva scalato negli anni ’30.

Lo scatto che non avresti mai voluto fare.

Il “Giornale” di Violini mi mandò a fotografare il cadavere di una ragazza che si era suicidata mettendo la testa sul binario del treno. Ci andai, ma fu terribile.

Quella che invece vorresti fare.

Riuscire a fotografare i nuovi grattacieli di Milano con il Rosa sullo sfondo. Sono andato già un paio di volte in cima al Duomo, ottimo punto di ripresa, ma c’era troppa foschia.

Il tuo rapporto con Varese.

A volte mi domando se sia valsa la pena rimanere. Ci si affeziona alla città di origine come al proprio nome o alla mamma. Non mi do una risposta… Se fossi andato via mi sarebbe piaciuto lavorare in un grande settimanale come “Epoca” o “l’Europeo”, ma qui avevo i genitori, i miei figli, gli amici, il paesaggio, le corse al Campo dei Fiori… Alla fine mi sono ritagliato il mio spazio con il fare libri. Ne ho pubblicati una novantina, da solo o in compagnia di altri autori.

Perché la scelta di fotografare il basket?

A 13 anni giocavo come ala nella Ignis allievi e poi juniores e, più avanti, con altre squadre fino alla serie C. Ho continuato a giocare da amatore fino a oltre 50 anni. Da fotografo ho unito due passioni. Nel 1985 ho firmato un contratto che mi legava alla Pallacanestro Varese per dieci anni. Scattavo per loro, e il lunedì mattino andavo presto a Milano da Foto3, dove facevo sviluppare e stampare, poi portavo le fotografie a quattro o cinque giornali.
 

I giocatori che amavi fotografare di più.

Morse e Yelverton tra gli stranieri, Meneghin, Ossola e Rusconi tra gli italiani. Ho dato alcuni scatti per il documentario della Rai su Dino Meneghin che sarà presentato a Milano il prossimo 15 settembre.

La partita a cui sei più legato.

Quella di Masnago contro l’Armata Rossa nel 1971. La squadra, per passare il turno di Coppa dei Campioni doveva vincere di almeno 20 punti. Il Palazzetto era una bolgia, gremito in ogni ordine di posto. Vincemmo di 24.

La Pallacanestro Varese oggi: le differenze con allora.

Oggi si pratica un basket più fantasioso, meno legato a schemi. C’è maggior dinamicità e più forza fisica, giocatori di 1 metro e 80 schiacciano a canestro, cosa impensabile allora. Però continua il “miracolo varesino” che fa sì che la gente si affezioni moltissimo alla squadra, segua gli allenamenti nonostante quasi ogni anno cambino giocatori e allenatori. La squadra è un miscuglio di culture e religioni. È necessario creare nel nuovo palazzetto un archivio fotografico digitale del basket lombardo, ma occorre chiarire bene chi lo penserà, organizzerà e gestirà. Il materiale è enorme, e sarebbe bello radunare gli scatti di tutti i fotografi che hanno operato a Varese in tanti anni. Ma accorpare anche la straordinaria banca dati del ragionier Augusto Ossola, che ai tempi della grande Ignis e anche dopo, schedò ogni partita, con l’elenco dei punti per ogni giocatore e altre specifiche.

Il viaggio che ti è rimasto nel cuore.

Il primo in Nepal, nel 1969. Cinque amici partiti da Varese con un pulmino Volkswagen che faceva al massimo i 70 all’ora, 17 giorni per arrivare a destinazione, con una fantasmagoria di paesaggi diversi, da Trieste a Katmandu. Ci fermammo due mesi, il ricordo più vivo è quello dell’Afghanistan, con il cielo stellato che fino ad allora potevi vedere nel View Master e lì era reale. Poi la gente, le statue del Buddha, il Nepal con tutti gli ottomila, e Katmandu, città quasi interamente costruita in legno, la musica che usciva dai cortili e l’odore dolciastro dell’hashish un po’ ovunque. Scendere dall’aereo e sentire il profumo dei tropici.

Il viaggio che vorresti ancora fare.

A Isoke, nel Sud Sudan, un paese di capanne grande come il nostro Brinzio, circondato da boschi e montagne. Ci sono stato una decina d’anni fa e vorrei tornarci.

Cosa ami fotografare di più?

La gente nel suo ambiente, e il paesaggio.

Cosa consiglieresti a un giovane che volesse fare il fotoreporter?

Di chiarire bene i suoi precisi interessi all’interno della professione e coltivarli con umiltà, non farsi influenzare dalle mode e tenere la fotografia come una cosa personale, senza per forza pensare che diventi fonte di reddito.

Cosa rimproveri a Varese?

Che non sappia avere il “passo lungo”, non insegua ogni tanto visioni a lunga scadenza e la smetta di guardarsi la punta dei piedi. L’incapacità di creare nuovi spazi, gli ultimi interventi urbanistici datano al fascismo. Prendiamo ad esempio l’ex Macchi: il progetto prevede una piscina, un grande supermercato e i parcheggi. Rimarrà spazio per le ventilate aree per bambini e anziani? Non sarebbe stato meglio abbattere tutto e creare un grande parco? Poi vedrei un archivio fotografico sulla storia della città e dei suoi fotografi all’interno della Caserma ristrutturata. Siamo sicuri che l’archivio di Architettura moderna di Mendrisio possa interessare davvero ai varesini?

Cosa ti piace invece della città?

È ancora un luogo tranquillo, non pettegolo, in cui la gente preferisce farsi gli affari propri. E poi il paesaggio, che non è valorizzato.

Se dovessi riassumere Varese in uno scatto, quale sceglieresti?

La magnolia fiorita di via Sanvito, angolo via Verdi.

Qual è tra i tuoi, il libro che ti è più caro?

A parte il Monte Rosa, “Paesaggi della Resistenza nei romanzi di Calvino, Fenoglio e Meneghello” e “Reménch”, sulla pastorizia.

Quello che vorresti fare?

La riedizione del volume sul Rosa, che uscirà nel 2024. Poi sto lavorando a “Montagna ta Lombardia e Svizzera”, un itinerario per immagini che racconta anche il lavoro dei contadini e le molte tracce artistiche e culturali, dalla Luino di Chiara e Sereni, alla val Bregaglia di Alberto Giacometti all’Engadina di Giovanni Segantini.

Mario Chiodetti

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