Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alla storia, agli aneddoti e al patrimonio storico e culturale di Varese e del Varesotto in collaborazione con l'associazione La Varese Nascosta. Ogni sabato pubblichiamo un contributo per conoscere meglio il territorio che ci circonda.
Oggi vi proponiamo la leggenda del "Brutto" di Gavirate e del Granduca di Sassonia. Un "Brutto" che poi arrivarono a chiamare il "Bello" e, infine, il "Buono"...
LA LEGGENDA DEI BRUTTI E BUONI E "IL SCEMO" DI GAVIRATE
Di grulli, si sa, il mondo è davvero pieno, ma in ogni città, paese o villaggio ce n'è sempre uno che è più grullo di tutti gli altri. Costui viene normalmente soprannominato, dai compaesani, “il Scemo” (sì, perché quelli che si ritengono intelligenti, non sempre dispongono di solide basi culturali), e scherzato e dileggiato ad ogni buona occasione.
Una piccola variante a questa regola universale si sviluppò, tanti anni fa, in quel di Gavirate. Qui avvenne che, non venendo le disgrazie mai da sole, “il Scemo” dell'epoca aveva la gambe corte e storte, il naso grosso, gli occhi strabici ed era tanto pieno di bitorzoli e foruncoli, che alla collettività risultò assai più spontaneo soprannominarlo “il Brutto”. Tuttavia, tutti rimanevano ben consci delle sue limitate capacità intellettive, per cui scherzi e dileggi non mancavano, in quella contrada, rivolti a quel desso.
Un dì di primavera, or dunque, il Brutto si accorse che le sue galline non facevano più le uova, ed era ben strano, perché si stava approssimando la Pasqua e gli abitanti del pollaio, in quel periodo dell'anno, sono soliti fare faville. Il Brutto ebbe la malaugurata idea di chiedere consiglio ad un vicino di casa, e questi gli cacciaballò che le galline, certamente, avevano smesso di fare le uova perché non contente della qualità del mangime. Il Brutto avrebbe dovuto dar loro da desinare, oltre al solito granoturco, anche dei succulenti dolci, e le galline sarebbero tornate a produrre uova a quintali.
Il Brutto, che era un tipo prudente e temeva sempre d'esser preso in giro, provò dapprima con una semplice torta margherita, portandola nel pollaio la sera, insieme con le consuete granaglie. La mattina dopo, potè constatare che la torta se l'erano davvero spazzata via tutta e che era di nuovo apparso qualche uovo. Convinto dalla sperimentazione, si lanciò nella produzione dei dolci più svariati: cannoli, babà, crostate alla frutta, mousse e budini, tiramisù e pasta sfoglia e chi più ne ha più ne metta.
I gaviratesi se la spassavano un mondo e ridevano a crepapelle, vedendo il Brutto destinare tutto quel ben di Dio alle galline. Ma il Brutto non badava loro, perché le uova erano tornate grosse e, soprattutto, abbondanti. Inoltre, dopo una decina di giorni, le galline smisero di mangiare i dolci: “Evidentemente” pensò il Brutto “si sono tolte lo sfizio”.
Tutto era dunque tornato alla normalità: le galline mangiavano granoturco e depositavano le uova, i compaesani si misero a cercare nuovi motivi per ridere alle spalle del Brutto e nessuno si sarebbe più ricordato di questa storia, se non fosse stato che…
Una mattina di maggio, una lussuosissima carrozza, scortata da quattro indomiti cavalieri dai cavalli bianchi, si fermò proprio davanti alla casa del Brutto. Ne scese un omettino buffo, con l'aria da notaio, vestito di nero, col cappello alto, che chiese di “poter aver l'onore di conferire” (nientemeno!) “con l'illustre Padrone di Casa”. Al quale, una volta ricevuto, fece presente che il Granduca di Sassonia (del quale egli era onoratissimo ambasciatore), poco tempo prima, era in viaggio nel varesotto, dove alcuni briganti l'avevano riconosciuto e lo stavano inseguendo per rapirlo, allo scopo di ottenerne consistente riscatto. Il Granduca si era nascosto nel pollaio del Brutto e si era cibato di uova per diversi giorni. Non ne poteva proprio più di quella monotona alimentazione, quando il Granduca si vide servire, l'uno dopo l'altro, dei piatti di dolci semplicemente sublimi. Calmatesi le acque, il Granduca era potuto ritornare in patria, ma presto aveva sentito la nostalgia di quelle leccornie degustate nel suo strano nascondiglio.
Per farla breve, il Granduca di Sassonia desiderava nominare il Brutto “Gran Cuoco di Granducale Pasticceria”, con l'incarico di preparare una torta alla settimana, che un apposito incaricato sarebbe venuto a ritirare ogni sabato, e uno stipendio di 200 Luigi d'oro al mese.
Una fortuna del genere si sarebbe risaputa da tutti perfino in una grande città come Milano, figurarsi in un piccolo paesino, quale allora Gavirate era. Una volta che fu noto che il Brutto era diventato ricchissimo, nessuno osava più prenderlo in giro, anzi, nemmeno comparve più uno spiritosone che osasse chiamarlo “il Brutto”. Qualcuno, più servile degli altri, provò dapprima, addirittura, a soprannominarlo “il Bello”, tuttavia, ad onta di tutta la buona volontà di questo mondo, la cosa appariva davvero eccessiva. Così, piano piano, tutti presero a chiamarlo “il Buono”, con chiaro riferimento alla bontà dei dolci da lui prodotti.
Da allora è passato molto tempo, ed è difficile dire se quei fatti lontani abbiano lasciato traccia nel presente. Qualcuno sostiene che a Gavirate, ancor oggi, i grulli nascano più abbondanti e meglio riusciti che in altre contrade, ma la notizia non è affatto certa, essendovi anzi una certa corrente di pensiero che attribuisce questa virtù in special modo a Como, e fiorendo anche ulteriori diversi pareri. E' sicuro, invece, che, ancor oggi, nessuno sa cucinare dolci meglio degli abitanti di Gavirate, e che i dolci peculiari di Gavirate si chiamano “Brutti e Buoni”.
(da www.sistosesto.com)




