Varese - 03 febbraio 2022, 21:33

«Aggrappati alla vita da un sorriso». Eravamo 4 amici al bar del Circolo che volevano battere il Covid...

Chiacchierata confidenziale al bar del Circolo tra chi ha salvato la vita e chi ha rischiato di perderla come il professor Severgnini, il dottor Cannavò e il giornalista Romaniello. «La testa comanda il corpo ma in terapia intensiva i pazienti vedevano solo i nostri occhi. Per farcela sarebbe servito un sorriso...». «Il parente di un paziente che non ce l'ha fatta mi ha lasciato in dono ciò che aveva portato in ospedale per lui». «Da dieci anni non andavo in Sicilia da mia mamma per il suo compleanno ma stavolta ho preso l'aereo: "E se quell'attimo non tornasse più?"»

Da sinistra il vostro cronista, Vito Romaniello, Paolo Severgnini e Massimo Maurizio Cannavò

Da sinistra il vostro cronista, Vito Romaniello, Paolo Severgnini e Massimo Maurizio Cannavò

Eravamo 4 amici al bar... ma al bar dell'ospedale di Circolo. E gli amici, oltre al cronista, erano il professore di fama internazionale Paolo Severgnini, primario della terapia intensiva cardiologica del Circolo, il giornalista caporedattore di LaPresse Vito Romaniello e il medico chirurgo Massimo Maurizio Cannavò, uno dei primi ad accorrere come volontario in aiuto all'ospedale di Cremona "travolto" dal virus, gli ultimi due ritrovatisi sulla stessa trincea della lotta al Covid per difendere la loro vita (clicca e leggi QUI). 

Tutti se la sono vista brutta, da una parte della barricata (quella della cura, dove ci sono il professore e il medico) e dall'altra (quella della malattia, dove si sono ritrovati il giornalista e lo stesso medico di cui sopra), eppure a sentirli sembra che la loro esistenza, dopo due anni in prima linea, sia ora "piena" come non lo era mai stata prima

Questi sono alcuni lampi di vita usciti dalla chiacchierata, inframezzata da una straordinaria telefonata all'imprenditore Claudio Milanese, amico dei presenti, che ha scherzato, sorriso e ricordato aneddoti vissuti soprattutto con il professor Severgnini, immerso anche lui in questo "casino organizzato" e in uno scambio di vedute e di umanità che, parlando di ospedale e malattia, a volte può essere tutt'altro che scontato.

«È la testa che comanda il corpo, anche nel caso del Covid: tanti malati, vedendo davanti a loro soltanto gli occhi di chi li curava, occhi chiusi dietro una tuta e una maschera e immersi in ambienti asettici con le pareti bianche, non ce l'hanno fatta. Sarebbe bastato forse poter vedere un sorriso per aggrapparsi alla vita». (Severgnini)

«In ospedale a Cremona, all'inizio della pandemia, erano talmente tante le ambulanze e i pazienti in arrivo, da mancare persino un panino o una brandina. È successo che un parente di una persona che non ce l'aveva fatta offrisse ai sanitari lo stesso cibo che aveva portato in uno zaino sperando di poterlo consegnare al suo caro». (Cannavò)

«Il 75% dei ricoverati in terapia intensiva sono no vax, il restante è rappresentato da persone a cui mancavano pochissimi giorni per la terza dose. C'è la convinzione che qualcosa di genetico abbia influito sul fatto che qualcuno si sia ammalato pesantemente e qualcun altro nemmeno di striscio, pur soggetti allo stesso virus: i centro-americani, per esempio, hanno rappresentato una parte importante dei ricoveri totali mentre i sudafricani sono rimasti praticamente immuni». (Severgnini)

«Prima della terapia intensiva o di un anno di malattia non avevamo tempo per nessuno, c'era sempre il lavoro o qualcosa di più importante da fare: adesso ce n'è per tutti. Nella nostra prima vita non avremmo dato peso a questa mattinata davanti a un caffè tra persone che quasi non si conoscono, nella nostra seconda vita è il momento più semplice e bello della giornata. Come può esserlo il contatto con gli altri, chiunque siano. Perché da tutti c'è da "strappare" qualcosa». (Romaniello e Cannavò)

«Dentro la malattia ci sono un'umanità e una sensibilità che, nella vita in salute di tutti i giorni, vengono date per scontate. E invece non lo sono». (Romaniello e Cannavò)

«Per dieci anni non sono andato dalla mia mamma a Enna per festeggiare il giorno del suo compleanno, ma stavolta ho preso l'areo per la Sicilia, e non solo perché compiva novant'anni. Ora riesco a fermarmi e a dire: "E se quell'attimo che perdo con lei non tornasse più?"». (Cannavò)

«Vito, ti aspetto per mangiare quel salame alto due metri che mi hai regalato». (Severgnini a Romaniello)

«Dal 2 gennaio sono a dieta perché il Covid mi ha lasciato il ricordino del diabete, non posso mangiarlo per almeno altri 2 mesi». (Romaniello)

«Se ne trovo uno di 4 metri, posso venire anche io?». (Cannavò)

«Paolo ha saputo costruire sulle sue capacità professionali e umane un altro tipo di ospedale, da luogo del dolore a culla di sensibilità e umanità dove un professore ha anche un ruolo decisivo come trait d'union con i familiari del malato». (Romaniello)

«Caro dottor Cannavò, ti conosco oggi per la prima volta e credo che tu non abbia ancora compreso appieno le potenzialità della nostra seconda vita. Se hai avuto il coraggio di andare volontario a Cremona nel momento in cui quell'ospedale era tra i più colpiti e "pericolosi", o di guarire il paziente più giovane d'Italia, dopo un anno per riprenderti dalla malattia adesso devi sentire la stessa scossa che provo io. Quella di un bambino che vive ogni giorno come se fosse il giorno di Natale». (Romaniello)

Il risultato di questa chiacchierata tra 4 amici al bar dell'ospedale di Circolo è una ricarica di coraggio, adrenalina, ironia, disincanto, umiltà e perfino felicità. Bastano poche parole per renderti felice, se quelle parole ti fanno camminare sulla Luna. Walking on the moon.

Andrea Confalonieri

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