Opinioni - 08 gennaio 2022, 09:12

«I bambini parlano con il sorriso». Quello di Daniele da oggi vive in chi era presente a Schianno e in tutti noi

Nel freddo di gennaio il sorriso del piccolo Daniele ha illuminato chi gli ha voluto bene e, quando il sole se n’è andato, è rimasto acceso e sfavillante nella comunità che si è stretta a Silvia e ai nonni all'oratorio di Schianno. Un segno del fatto che non tutto è perduto e che in tanti sono pronti ad ascoltare la voce dei bambini

L'omaggio di Alessandro Umberto Galbiati a Daniele Paitoni

L'omaggio di Alessandro Umberto Galbiati a Daniele Paitoni

«Mentre accompagniamo alla sepoltura questo bambino…». Le parole risuonano nel silenzio di un campo sportivo trasformato in chiesa, seggiole di plastica e gente composta, tanta, e attonita. 

La sepoltura. Per un bambino di sette anni. Don Stefano le ha appena pronunciate, e sono parole mostruose, eppure figlie del nostro tempo, un tempo malato, guastato dall’incomunicabilità, dall’odio e dalla vendetta, da una strisciante intolleranza. 

Solo pochi mesi fa Daniele diceva di non vedere l’ora di ritornare in oratorio, perché quell’esperienza era stata la cosa più bella che avesse mai fatto. In quell’oratorio ci è tornato in una bara bianca, in mezzo a tanti fiori e canti, quelli dei suoi amici, con cui aveva giocato a “ce l’hai” e a rincorrersi con la bicicletta, e ai pokemon di Pikachu dalla coda di fulmine, compagno di tante avventure e sogni di felicità. 

Daniele, con la sua maglietta rossa e il ricciolino ribelle a segnare una virgola sulla fronte, ora guarda tutti da una fotografia, lì, vicino all’altare da campo che ricorda quelli di guerra, con il coro della parrocchia e la chitarra, i sacerdoti che si alternano a dir messa, e i fedeli confusi in una massa di cappotti scuri, sotto un cielo prima azzurro e poi impolverato. 

Daniele che sorride, e ha l’argento vivo addosso, Daniele amico di tutti capace di contagiare i piccoli compagni di giochi con la sua voglia di fare, Daniele che adesso, al nascere di un nuovo anno, viene accompagnato alla sepoltura, in un corto circuito emotivo senza paragoni, perché l’assurdo è diventato realtà. 

«I bambini parlano con il sorriso», ha detto ancora don Stefano, e quello di Daniele ci deve rimanere negli occhi per tanto e tanto tempo, e penetrare a fondo nelle coscienze dei genitori assenti e indifferenti, lontani dal comprendere il linguaggio dei figli, spesso fatto soltanto di sguardi o piccoli gesti. Di silenzi.

Nel freddo di gennaio quel sorriso ha illuminato ancora chi gli ha voluto bene e, quando il sole se n’è andato, è rimasto acceso e sfavillante, a sfidare la miseria morale di chi ne ha spento la vita, a scaldare i cuori di quelli che hanno voluto essere lì, nel campetto da calcio dell’oratorio di San Luigi, ad abbracciare Daniele come se fosse ancora vivo. 

Rimane, e questo accende di nuovo la speranza per un mondo migliore, la vicinanza corroborante della comunità a Silvia e ai nonni Mariangela e Davide, un segno del fatto che non tutto è perduto e che l’antica Humanitas capace di sollevare dal dolore potrà ritornare prepotente a insegnarci a compatire e a non ferire, ma soprattutto ad ascoltare la voce dei bambini e a decifrare i loro sorrisi.  

La messa è finita, e il palloncino di Pikachu garrisce al vento come una bandiera, vicino alla croce di Cristo bianca e dorata, sacro e profano che si stringono la mano per salutare un loro figlio. Qualche anziano, al passaggio della bara, si leva il cappello.

Mario Chiodetti

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