Varese - 10 febbraio 2021, 16:57

Addio Giuseppe Bortoluzzi, un giovane di quasi 103 anni che sconfisse il provincialismo varesino

Notaio e poeta, testimone del '900 e di Varese, fu consigliere comunale e organizzatore di concerti nelle ville di Biumo, aperitivi in musica al Salone Estense e serate jazz al palasport: ci vorrebbe un libro per raccontare "Beppi"

Addio Giuseppe Bortoluzzi, un giovane di quasi 103 anni che sconfisse il provincialismo varesino

Lo vidi l’ultima volta nel novembre del 2019, pochi giorni prima del suo compleanno numero 101, e mentre mi apriva la porta di casa, l’amata “La bortoluzza” di via Zanella -nome di poeta - mi resi conto di parlare con un testimone del ‘900, un uomo che aveva dentro di sé un secolo di storia italiana e in gran parte varesina, un grande professionista e l’amico di poeti e pittori, un esponente dei più puri di quella borghesia illuminata che ha allargato i confini varesini abbattendone il provincialismo. 

Giuseppe Bortoluzzi, chiamato familiarmente Bepi o Beppi (a seconda delle copertine dei suoi libri) se ne è andato nel sonno, ieri all’alba, dopo una malattia breve che ne aveva affievolito la forte fibra ma non la mente, lucidissima fino alla fine. Sabato aveva ricevuto l’estrema unzione dall’amico velatese don Adriano Sandri.

Era uomo dalle tante passioni, un «giovane di quasi 103 anni», come lo ha ricordato il figlio Andrea, notaio come lui, arrivato a Varese quasi per caso, lui veneziano nato per caso a Genova, dove la famiglia si era rifugiata per timore che gli austriaci invadessero Venezia dopo la rotta di Caporetto. Proprio sabato scorso cadeva l’anniversario della scomparsa di suo fratello Emilio, grande medico e umanista, fondatore della rianimazione all’Ospedale di Circolo.

Quando compì il secolo di vita mi raccontò di sé: «Mio padre commerciava in carbone, vivevamo a Venezia che a mamma non piaceva, così quando lui mancò, nel 1922, incominciammo a fare i girovaghi, fino a quando mia madre sentì la necessità di avvicinarsi a Milano. Noi figli scegliemmo Varese senza averla mai vista, mamma affittava case per pochi mesi e il resto del tempo lo trascorrevamo in villeggiatura. Alla fine ci stabilimmo in via San Francesco, ma eravamo già grandi», ricordava.

«Il liceo l’ho fatto un po’ privatamente e un po’ al “Cairoli”, poi il militare negli alpini, ho sempre sciato molto bene, e l’iscrizione all’università a Bologna, dove partecipai ai Littoriali. Per non aderire alla Repubblica Sociale feci due anni di prigionia in Polonia e poi a Wietzendorf, in Germania, dove conobbi diverse persone di grande cultura con cui rimasi legato da amicizia. Penso allo scultore Mario Negri, al critico d’arte Luigi Carluccio, a Leone Pancaldi e al rettore dell’università cattolica Giuseppe Lazzati. In prigionia studiai con il professor Denti, docente alla facoltà di legge di Pavia e con lui, una volta libero, mi laureai, facendo quattordici esami in un anno e la tesi scritta». 

Notaio nel ’55, per un anno a Seregno, poi a Varese, praticante dal vecchio Zanzi in via San Martino, poi nello studio “storico” di piazza Monte Grappa, in pensione nel 1993, a 75 anni, libero di dedicarsi al nuovo svago, la poesia, di cui andava orgoglioso, tanto da pubblicare sette raccolte di versi, l’ultima delle quali, “Spirali dal bianco al nero”, edita da Aragno. L’altra sua grande passione è stata la fotografia, lo ricordo alle mostre o ai concerti importanti con la sua Leica R4 e la pellicola rigorosamente in bianco e nero, in casa una vecchia Plaubel Machina con la quale aveva ritratto Eugenio Montale e Piero Chiara, Vittorini e Guttuso, il cognato Dante Isella, e la moglie Luciana in barca circondata dai gabbiani comuni, nella bella copertina del suo libro “Diario per immagini”, con la prefazione di Carlo Bertelli.

Bortoluzzi, Isella, Chiara, Ravasi, Zanzi, Ambrosoli, Isella, D’Arco Avalle, Sereni, Morselli, sono la “formazione” di una Varese straordinaria, capace di portare a Villa Mirabello sculture di Henry Moore, Picasso, Fontana, Arturo Martini, Arp, Boccioni, Braque, Giacometti, Zadkine, e ricorda Andrea di come lui e Dante partissero con un camion della ditta di trasporti per far arrivare da Parigi un’opera di Fritz Wotruba. 

Fu consigliere comunale, Beppi Bortoluzzi, liberale gobettiano aperto a sinistra, ai tempi del sindaco Ossola, e consigliere ascoltatissimo di Università Popolare (altro rimpianto varesino) tanto da organizzare concerti nelle ville di Biumo, aperte per la prima volta, e gli “Aperitivi in musica” al Salone Estense la domenica mattina. Ma anche serate jazz -al palasport venne Chet Baker- e mostre fotografiche importanti, come quella dello svizzero Werner Bischof, del Gruppo della Gondola di Venezia e di Ugo Mulas: «Mio padre nell’ottobre 1978 pensò di aprire per la prima volta al pubblico villa Panza, allestendo lì la mostra di Mulas, dal titolo “Avanguardia americana”, permettendo così al pubblico di visitare la Collezione Panza. Fu un grande successo, la mostra fu prorogata per altri due mesi», ricorda Andrea Bortoluzzi.

Ci vorrebbe un libro per raccontare Beppi, sciatore provetto - scendeva dalle Pizzelle e dalle Cappelle del Sacro Monte dopo essere salito al Campo dei Fiori in funicolare - schermidore e buona mezz’ala, alpinista sulle Dolomiti, fondatore con Chiara e Isella della libreria “Il Portico” nel dopoguerra, nella casa che era stata di Luigi Sacco, editore della rivista “Provincia” alla quale collaborarono Sereni e Morselli. 

La memoria va ancora all’incontro dei suoi cent’anni, con lui seduto sulla poltroncina regalata a Montale e che, alla sua morte, la governante Gina Tiossi pensò di restituire. Beppi mi mostrava i suoi scatti, Montale, Chiara, Vittorini, Guttuso, alberi delle amate montagne, paesaggi, rigorosamente in bianco e nero stampati su carta baritata. Era orgoglioso della mostra, fatta alla Braidense di Milano, delle sue fotografie realizzate quando collaborava al “Mondo” di Pannunzio, con Carlo Bertelli e James Bradburne a omaggiarlo. Vicino a lui, come un’ombra buona, la moglie Luciana Armani, tenerezza -tra loro si chiamavano “papà e mamma”- con lei che qualche volta era zittita da lui che voleva raccontare precisamente un fatto o una persona. 

Al commiato, volle accompagnarmi di persona alla porta, mostrandomi le molte fotografie appese alle pareti e le opere degli amici Renato Guttuso, Alberto Magnani, Mino Maccari, Mario Negri, e mi congedò con un pensiero per i giovani, da vecchio poeta: «Abbiano molta prudenza nell’avvicinarsi al mondo della scienza e soprattutto alla tecnologia, nemiche della poesia».

Mario Chiodetti

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