Il 20 e 21 settembre si voterà per un referendum costituzionale sulla riduzione di un terzo del numero dei parlamentari: i seggi alla Camera passerebbero da 630 a 400 e quelli al Senato da 315 a 200. Con l’approvazione della riforma sarebbero ridotti anche i parlamentari eletti dagli italiani all’estero che passerebbero da 12 a 8, i senatori da 6 a 4. Verrebbe inoltre stabilito un tetto massimo al numero dei senatori a vita nominati dai presidenti della Repubblica: mai più di 5.
Approvata all’inizio di ottobre 2019 con il voto favorevole praticamente di tutti i partiti, la legge doveva entrare in vigore a gennaio, ma una richiesta dei senatori l'ha sospesa rendendo necessario il referendum. Sarà il quarto nella storia della Repubblica Italiana dopo il referendum sul Titolo V del 2001, quello sulla riforma costituzionale del centrodestra nel 2006 e quello sulla riforma costituzionale voluta dal PD nel 2016.
Il referendum è confermativo e servirà appunto a confermare l’approvazione di una riforma costituzionale che non ha ottenuto almeno due terzi dei voti in ciascuna camera. Il quesito dice: “Approvate il testo della Legge Costituzionale concernente “Modifiche degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – Serie generale – n. 240 del 12 ottobre 2019?”.
Chi vota “sì” sostiene il taglio, chiede che la riforma sia confermata e che entri in vigore. Chi vota “no” ne chiede invece l’abrogazione. Abbiamo iniziato a chiedere ai sindaci di Gallarate e Busto Arsizio qual è il loro orientamento di voto.
Per Andrea Cassani, sindaco leghista di Gallarate è un “nì”. «Sto ancora riflettendo – dice - Di base sono favorevole alla riduzione del numero dei parlamentari, ma è anche importante salvaguardare la democrazia e senza una nuova legge elettorale è difficile valutare quali saranno le conseguenze di questi tagli».
Il dubbio sulla rappresentatività lo ha anche il sindaco di Busto Arsizio, Emanuele Antonelli, eletto come candidato civico del centrodestra che ha da poco annunciato la sua adesione a Fratelli d'Italia. «Il mio voto sarà tendenzialmente un sì – spiega – Ho delle perplessità sul fatto che, con così pochi parlamentari, non si possa poi garantire che le istanze dei territorio continuino ad arrivare a Roma. E' vero che 900 parlamentari sono tanti, ma se lavorano bene valgono la spesa. Non mi piace il populismo e apprezzerei di più una valutazione sul merito e che i fannulloni fossero segnalati. E aggiungo che sarei anche contento se con i tagli alla spesa dei parlamentari si potessero destinare più risorse ai sindaci».
Se di base il “sì” sembra prevalere, c'è ancora molta indecisione intorno al voto. Ci sono due settimane di tempo per chiarirsi ogni dubbio prima di recarsi alle urne. Ricordiamo inoltre che nei referendum costituzionali non si tiene conto del quorum, come nei normali referendum abrogativi: il risultato è quindi valido a prescindere dal numero dei votanti




