Visioni Reali - 25 gennaio 2021, 00:01

Masnago: il sogno di una città dello sport. E di una polisportiva chiamata Varese

#VISIONIREALI - Nel quarto appuntamento della nostra rubrica ecco un viaggio che parte dagli oratori e arriva al palazzetto rinnovato, nel segno di quei luoghi dove l’attività sportiva è di casa, permette ai giovani di crescere e alla città di essere all’avanguardia. Fino a dove potrà spingersi ancora questo percorso?

Masnago: il sogno di una città dello sport. E di una polisportiva chiamata Varese

Ora et lude. Prega ma soprattutto gioca.

Non una regola come quella benedettina, che insieme alla preghiera contemplava il lavoro nelle comunità religiose dal Medioevo in poi: più un dato fatto, in quei luoghi che - da san Giovanni Bosco in avanti - sono stati fisicamente accostati al Sacro per aprirlo al mondo dei giovani.

Il fondatore dei Salesiani era stato spinto dalla passione educativa e da uno sguardo intriso d’amore e carità verso gli ultimi, soprattutto se bambini e adolescenti, a creare degli spazi dove le nuove generazioni avrebbero potuto essere avvicinate, accudite ed estirpate - almeno per qualche ora - da una vita troppo dura per i loro verdi occhi, nonché fatte crescere nel segno della preghiera ma anche del gioco e della comunità. 

In principio fu un prato e un tetto, quelli della tettoia Pinardi a Valdocco (Torino): ecco il primo oratorio della storia nell’accezione moderna.

Quello che forse il presbitero torinese ancora non poteva immaginare è che nel secolo seguente a quei primi passi sociali, gli oratori sarebbero assurti anche ad alveo dell’inaugurale contatto tra i giovani e il mondo dello sport, nidi di un amore talvolta sfociato anche in brillanti carriere professionistiche

Nel ruolo educativo, tra un salmo e l’altro, lontani dalla strada e dai suoi pericoli, i calci a un pallone sono diventati via via di rigore, fino a rappresentare il clou della vita oratoriale. E se dal generale si passa al particolare, e quindi dall’Italia si restringe il campo alla sola Varese, ecco che il pallone di cui sopra non solo si imparava a trattarlo con i piedi, ma anche con le mani. Qualcuno, la maggior parte di noi in verità, in quegli infiniti pomeriggi si è divertito e basta. Qualcun altro da lì è partito per diventare campione.

Qualche esempio, tra i primi che vengono in mente. Dall’oratorio di San Vittore in via San Francesco ha spiccato il volo il playmaker più iconico che l’humus cestistico varesino sia stato in grado di far germogliare, Aldo Ossola, colonna di una Varese che seppe conquistare l’Italia, l’Europa e il mondo. Stesso giardino esistenziale per un altro mito, Dodo Rusconi, e per un’intera generazione di giocatori che nel corso degli anni avrebbe vestito - e reso grande - la maglia della Robur et Fides.

A distanza di poche centinaia di metri in linea d’aria, un altro oratorio, annesso a una scuola di sapienza e vita, in epoca successiva avrebbe dato invece i natali a spicchi a Stefano Rusconi,  duecento otto centimetri, conditi da 116 kg, di strapotenza fisica applicata al basket, primo italiano della storia a essere chiamato a partecipare al campionato professionistico della NBA.

Il campus, genio del Toto e trait d’union tra presente e passato

Seguire la parabola esistenziale e professionale del mastodontico pivot significa prendere il sentiero giusto per arrivare dove desideriamo, ovvero a Masnago, quartiere che una visione reale di qualche decennio fa ha voluto votare allo sport e all’istruzione. Nel 1991 Rusconi, che nel frattempo si era messo in luce come uno dei più forti lunghi nostrani tra le fila della Pallacanestro Varese, diventava soggetto ma anche oggetto di una delle compravendite maggiormente lucrose che la storia italica dello sport dei canestri ricordi: il suo passaggio alla Benetton Treviso fruttò alle casse varesine ben 18 miliardi di lire.

Che sia stata usata parte di tale cospicuo gruzzolo o che i finanziamenti siano arrivati in altra forma (la questione non è mai stata chiarita e spesso ci si è lasciati andare al pettegolezzo a riguardo), fatto è che nel 1993 il genio imprenditoriale di un altro lupus in fabula di questa storia, Toto Bulgheroni, partorì il Campus di via Pirandello, struttura simbolo con uno sguardo proiettato al futuro ma consapevole anche del passato.

Palestra, centro di medicina sportiva (e non solo) all’avanguardia, rettangoli da basket interni dedicati agli allenamenti delle squadre ma anche campetti pubblici dove ogni piccolo o grande emulo dei campioni avrebbe potuto liberamente esibirsi in mattine e pomeriggi di divertimento, incontro e socializzazione. Se ci mettete anche un bar e laicizzate l’insieme, ecco l’oratorio 2.0… O, meglio, un trait d’union con la sua primordiale genesi: l’essere luogo d’elezione - senza sovrastrutture ma controllato - per la crescita umana e sportiva di un giovane. E tutto ciò avveniva a un tiro di schioppo da licei (lo scientifico, poi sarebbe arrivato anche il liceo artistico…), scuole medie, scuole elementari e asili, in una vicinanza ai luoghi dello sport dai giusti risvolti filosofici ma soprattutto pratici.

La tessera d’eccellenza del Campus andava ad ampliare un mosaico iniziato nel 1935 con lo Stadio del Littorio (poi Stadio di Masnago e Stadio Franco Ossola dopo la tragedia di Superga che costò la vita al calciatore varesino), e gli annessi Velodromo Luigi Ganna e pista d’atletica, per proseguire nel 1964 con la costruzione del Lino Oldrini, tempio consacrato alla palla al cesto.

Ecco che allora, negli occhi e nel cuore di cittadini e forestieri, Masnago era diventata la cittadella dello sport di Varese, nella quale gli esempi sopracitati, uniti al Campus, avrebbero dovuto essere corroborati da nuovi elementi in grado di far crescere funzionalità e consapevolezza di questo suo carattere peculiare. 

Una nuova vita per il Lino Oldrini

Dove siamo arrivati oggi, nei giorni in cui i decenni impilati l’uni sugli altri hanno tra l’altro invecchiato i fiori all’occhiello di una volta? Quali passi in avanti si sono fatti? E quali si potranno ancora fare, utilizzando sempre il sogno come pietra miliare della crescita e del cambiamento?

La risposta porta in piazzale Antonio Gramsci, dove finalmente il futuro sembra essere arrivato. Il 17 dicembre 2020 la Regione ha approvato un finanziamento di 2 milioni che consentirà alla Pallacanestro Varese, gestore, e al Comune di Varese, proprietario, di cambiare il volto del palazzetto Lino Oldrini, completando il lato ovest dopo il primo tentativo esperito negli anni ’90 del secolo scorso.

Si interverrà su 1000 mq esterni alla calotta, in un volume già predisposto per l’ampliamento ma mai utilizzato, generando così nuovi spazi e soprattutto nuove funzioni. Dove oggi c’è il vuoto o un ricovero per piccioni infreddoliti sorgeranno un museo dedicato al basket lombardo, un bar ristorante con terrazza che darà sul lato esterno, i nuovi uffici del club biancorosso, altri uffici destinati allo sviluppo della medicina sportiva, degli sky box forniti di vetrate sul campo da gioco e 2 ascensori esterni che collegheranno gli inediti volumi con le entrate indipendenti su piazzale Gramsci. E il tutto sarà speziato da un ampliamento della capienza che verrà formalizzato sopra l’attuale Curva Nord e da una copertura con pannelli fotovoltaici in grado di fornire l’energia necessaria (e quest’ultimo intervento sarà preceduto da altri - nuovi impianti per il trattamento dell’area e nuovi serramenti - sempre nell’ottica dell’efficientamento energetico).

Ogni novità prevista ha l’obiettivo di proiettare Varese e la sua principale società cestistica in un domani più solido e competente: il museo renderà giustizia a quel patrimonio di gesta e ricordi che fanno della regione la capitale italiana della pallacanestro; bar e sky box saranno strumenti di marketing e leve per attirare interessi imprenditoriali intorno al brand biancorosso; i nuovi uffici del club daranno un volto meno precario all’organizzazione, quelli dedicati alla medicina sportiva consentiranno nuove opportunità non necessariamente collegate al campo; gli ascensori e le entrate indipendenti saranno simbolo di un’accessibilità - senza barriera alcuna - finalmente piena, garantita 365 giorni l’anno, svincolata dagli impegni agonistici, produttiva di reddito; il fotovoltaico, infine, assicurerà non solo il fabbisogno energetico necessario per tutto il palazzetto senza le attuali spese, ma anche la possibilità di vendere tale energia alle realtà pubbliche e private del circondario.

Il presidente della Pallacanestro Varese, Marco Vittorelli, lo ha dichiarato pochi giorni fa a VareseNoi.it: «La società punterà tutto sul nuovo palazzetto per rilanciare le sue ambizioni». Chissà se lo farà anche la cittadella dello sport di Masnago?

Il Franco Ossola, tra ambizioni all’inglese e un derby Australia-Italia

Iniziamo allora a parlare di un altro insieme di realtà, molto più potenziale, molto più sospeso tra il possibile e l’impossibile. 

Dall’altra parte della strada rispetto al palazzetto, a una distanza che gli occhi e il loro sentimento non faticano a coprire, c’è il grigio decadente dei gradoni del Franco Ossola. La cui epopea recente è sì stata legata alle vicissitudini di tutti i Varese che negli ultimi 20 anni ne hanno calpestato il campo verde - tra discese ardite e risalite, sparizioni, rinascite e vivacchiamenti che il calcio di vertice lo hanno annusato per poco (5 stagioni in B) - ma ad anni alterni ha anche seguito progetti di grandeur indipendenti dalla reale dimensione di questo sport in città, tutti peraltro rimasti sulla carta.

Quasi ogni nuova dirigenza che negli ultimi lustri ha preso in mano le redini della fu gloriosa pedata cittadina ha portato in dote la promessa di uno stadio nuovo. O ristrutturato. E, qui e là, sono spuntate gemme di interesse anche forestiere

Nel dicembre 2005, durante la presidenza di Riccardo Sogliano, il Varese 1910 presentò un progetto preliminare per rivedere l'intera area ove sorge lo stadio. Essa prevedeva la realizzazione di un grande parco e di una nuova arena, dotata di campo in erba sintetica, spalti capaci di contenere 9900 spettatori, copertura e spazi contigui dedicati ad esercizi commerciali di vario genere. Il costo stimato di un tale intervento fu di 150 milioni di euro.

Nel 2016 emerse un progetto - già pubblicato e dal costo di 4 milioni di euro - per un restyling che avrebbe portato all’abbattimento di pista di atletica e velodromo (per far “scivolare” le nuove curve a ridosso del terreno di gioco), alla creazione di tribune all’inglese anziché in cemento armato e all’edificazione di un’area commerciale e di un museo dello sport. Lo scoglio dei soldi è stato più forte del mare e il progetto è ancora fermo nell’entusiasmo dei preponenti.

Nel 2019, ecco addirittura un derby Australia-Italia. Da una parte gli aussie - già forti degli investimenti effettuati in orbita canottaggio sul lago di Varese - con la proposta del gruppo Centrum Stadia, interessato non solo all’impianto masnaghese ma anche al centro sportivo Varesello delle Bustecche. Dall’altra una cordata italiana non meglio identificata, a sua volta attirata non solo dalla ristrutturazione dello stadio ma dalla creazione di una vera e propria cittadella dello sport (dove l’abbiamo già scritta questa?)

Anche qui, nella sintesi finale, comunicazioni sospese.

Dalla cittadella alla polisportiva

Ma c’è anche altro in mente dei, oltre a palasport e stadio: ci sono aree intonse o riutilizzabili che potrebbero ospitare diverse strutture e opportunità. L’indisponibilità attuale del palaghiaccio di via Albani ha stimolato l’estate scorsa nell’amministrazione comunale l’idea di proporre una pista del ghiaccio nella superficie attualmente occupata dall’anti-stadio, a due passi dalla mitica giazzera di una volta. Il primo bando pubblico di gara è andato deserto, un secondo è atteso, il piano C prevedrebbe l’investimento diretto di Palazzo Estense. L’intuizione è buona, a patto di rinunciare alla provvisorietà in luogo di qualcosa che resti nel tempo, indipendentemente dal palaghiaccio: il temporaneo fa molto poco cittadella dello sport.

Senza allontanarci troppo dagli stessi luoghi, c’è fermento anche nei lotti una volta occupati dal Pala Nuovo, recentemente smontato, in un segmento pubblico che da piazzale Gramsci sale fino ai campetti esterni del Campus. Quali idee qui? Campi da paddle, lo sport del momento? Un nuovo centro polisportivo? Altri campetti con il rifacimento del giardino comunale attualmente presente? Un ampliamento dei parcheggi a servizio delle strutture presenti? Un edificio a disposizione delle giovanili della Pallacanestro Varese? Chi sogna giura un po’ di tutto questo…

E infine due superfici vergini o pseudo tali, entrambe sfruttabili. La prima si estende dal Mc Donald’s verso via Valverde e via Piatti, dietro il liceo artistico Frattini fino a raggiungere quello che una volta era il parcheggio del palazzetto e che oggi è stato rimesso in funzione dall’abnegazione de Il Basket Siamo Noi. La seconda è sita tra via Saffi e via Alesini, verso l’Esselunga, sviluppata a nord fino al comando provinciale dei carabinieri: metri e metri a disposizione che meriterebbero forse illuminazioni ulteriori rispetto al solo (ma certamente utile) parco ricreativo per cani presente oggi. Quali? Magari un nuovo campo da rugby… E perché poi non utilizzare l’attigua vasca di laminazione parzialmente riempita del torrente Vellone per gli allenamenti del canottaggio?

È davvero una chimera aspirare ad avere, insieme a calcio e basket, anche hockey, tennis, rugby e canottaggio? E magari, in un futuro, anche il volley? 

La vera Visione Reale sta nell’immaginare l’intero quartiere non come una cittadella, ma una vera città dello sport, stimolando i cittadini a credere - anche economicamente - nell’idea di una polisportiva.

Dove vuole andare la Varese che pensa allo sport, al futuro e ai suoi giovani? Quanti nuovi Aldo Ossola, Dodo o Stefano Rusconi possono nascere nei domani che ci attendono? Tornerà mai una Varese in grado di dominare in più discipline? Guardate alla cartina tornasole Masnago nei prossimi venti-trent’anni e avrete le risposte. 

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