Ci ha pensato a lungo, ha ordinato le idee, ha messo a fuoco i punti di forza e quelli deboli. Ed è arrivato a una conclusione: Busto Arsizio ha un formidabile sistema-cinema. Un eco-sistema. Ma per fare il grande salto deve dotarsi di una regia e di una programmazione uniche e coerenti, coordinando le sue eccellenze. Fatto questo, perché non puntare in alto? A ottenere finanziamenti ma anche il riconoscimento che l’Unesco concede alle città promotrici del cinema nelle sue diverse forme e manifestazioni: fruizione, cultura, studio, lavoro, produzione.
Paolo Castelli, insegnante all’Istituto cinematografico Michelangelo Antonioni, docente a contratto al Politecnico (Design della comunicazione), direttore esecutivo del Baff, ci crede. Ha condensato considerazioni e prospettive in un articolato documento, un "manifesto-progetto" (in parte nel file allegato in fondo). Ragiona partendo da punti molto concreti. Da quelli che chiama pilastri: produzione culturale (Busto Arsizio Film Festival innanzitutto), formazione (Istituto cinematografico Michelangelo Antonioni), conservazione (Fondo Max Croci e Archivio Castelli), fruizione (grazie alle quattro sale tradizionali presenti in città, ai cineforum, al multiplex Cinelandia, di nuovo al Baff, al Circolo Gagarin).
«Busto – sintetizza Castelli – intercetta tutte le forme di spettatore, da quello che ama i blockbuster ai seguaci del cinema d’autore radicale». Contemporaneamente possiede una scuola che alimenta interesse e porta al mondo del lavoro. Ancora, ha «…un patrimonio per lo studio di livello universitario». Una compresenza che poche realtà possono vantare.
«Questo ecosistema – afferma l’esperto - potrebbe essere un polo lombardo del cinema indipendente, una cineteca diffusa, una scuola–festival–archivio come avviene in Francia o in Germania. Il punto critico è che il sistema è frammentato, ogni pezzo è forte ma manca una regia culturale unica».
Busto dovrebbe presentarsi (pensarsi) come «…la città del cinema vissuto ogni giorno. Anche come location. Deve e può suscitare un pensiero: se mi piace il cinema, questo è il posto giusto». Una piccola grande rivoluzione, un’identità con la quale andare anche a caccia di fondi. «Ovviamente – precisa Castelli – tutto serve tranne che creare un carrozzone. Occorre un tavolo permanente del cinema al quale siedano Baff, Icma, sale, biblioteca (Fondo Croci), Archivio Castelli, Comune. Per costruire un solo calendario, mettere sempre più in contatto archivi, sale e scuola, presentarsi verso l’esterno come un soggetto unico, autorevole, finanziabile».
E il riconoscimento Unesco? «La città ha i requisiti richiesti: produzione e creatività, diffusione e accesso al cinema, patrimonio e archivi, una comunità partecipe. Busto non è, come si potrebbe pensare, troppo piccola. L’Unesco apprezza le città di medie dimensioni. Serve una candidatura costruita come sistema, non come somma di singole eccellenze».