La prima cosa che non si può sentire dire è che i nuovi sindaci sono stati eletti dalla metà della metà dei cittadini. Perché è un insulto a chi è andato a votare (non sono cittadini peggiori di chi è rimasto a casa), e anche a chi non l'ha fatto e avrà le sue buone ragioni: non crediamo che il 51.64% dei varesini lontano dalle urne del ballottaggio sia composto da stupidi. Evidentemente ha ritenuto giusto farlo, pensando di mandare così un messaggio più forte a chi di dovere.
Delle elezioni a Varese, da cittadini comuni, ci hanno colpito i mille presenti all'ippodromo, snobbati o derisi da alcuni, per il lancio della campagna elettorale di Galimberti: a volte c'è un vento che ti spinge, e quel vento è nato alle Bettole.
Tra quei mille non c'erano solo candidati, parenti e militanti, ma persone normali che volevano fiutare l'aria, capire le cose o, semplicemente, sentirsi partecipi: il centrosinistra ha vinto perché ha dato l'idea di poter ancora coinvolgere sia la società civile (infatti quasi nessun esponente della stessa è presente nelle liste del centrodestra) che i semplici cittadini.
A parte Matteo Bianchi, e pochissimi altri che gli erano vicino, questo senso di comunità, familiarità e novità è mancato al centrodestra, se non in un raccoglimento centrista: i volti presenti nelle liste del centrosinistra avevano comunque un carattere di novità, diversità e "futuribilità" maggiore rispetto ai rappresentati e ai militanti di partito presenti, legittimamente e orgogliosamente, nelle formazioni nello schieramento opposto.
Attorno a Galimberti c'era la squadra, con Bianchi l'abbiamo vista a lampi o per nulla, e non certo per colpa del "Matteo di Varese". Da una parte ecco Ivana Perusin, Francesca Strazzi, Rossella Dimaggio, Cristina Buzzetti e tanti altri, in campo o in panchina, che sapevano cucire il gioco e correre in fascia a fare il cross vincente, ma anche una "società" forte - da Alfieri ad Astuti e Carignola - e un pubblico più numeroso e partecipe sulle gradinate.
Non è vero che a Varese ha vinto solo la sinistra, il centrosinistra o "Bella ciao", cantata nel cortile di Palazzo Estense e poi da Ultimo dai fedelissimi della coalizione: lo ha fatto una squadra che ha saputo giocare, muoversi e ragionare da squadra, allargando il suo pubblico. Dal Sacro Monte a Bizzozero, abbiamo sentire dire da persone con una cultura e una storia di centrodestra di aver votato Galimberti.
Non era una battaglia destra-sinistra, né tra partiti ma, al massimo, tra chi appariva più aperto alla società e chi no, tra chi - nel momento dell'urna - ha dato l'idea di guardare ai prossimi cinque anni e non agli ultimi cinque, o ai venti che li hanno preceduti. Tra chi è apparso più rassicurante, normale, sicuro e ha dato un senso di certezza superiore dopo un anno e mezzo vissuto nell'incertezza, a volte, anche della propria vita.
Matteo Bianchi è stato un singolo e grande avversario con poche e fedeli truppe ma senza la stessa società e lo stesso gruppo che ha sostenuto Galimberti. I "soldati" che hanno creduto in lui, l'hanno fatto davvero e meritano lo stesso applauso che il sindaco riconfermato, non a caso, ha tributato ai suoi compagni di viaggio nel cortile di Palazzo Estense.
Però le finali non si vincono da soli, o forse sì: Matteo, per farlo, avrebbe dovuto avere il tempo di costruire un team a sua immagine e somiglianza - e siamo certi che sarebbe stato molto diverso da quello che si è ritrovato accanto, per forza o per necessità - quel tempo che non gli è stato concesso da chi l'ha gettato in campo senza nemmeno farlo riscaldare (Salvini).
Matteo Bianchi è un cultore dell'attesa, della pazienza, della visione che nasce da lontano e poi si realizza, come un puzzle, un pezzetto alla volta. Non gli si poteva chiedere di partire quasi da solo in contropiede e segnare il gol della vita alla "corazzata", almeno come compattezza, che aveva di fronte, tanto meno di snaturarsi e improvvisare.
Di sicuro Giorgetti, e non solo Giorgetti, può essere fiero di lui: per aver dato tutto e lottato come un leone in gabbia, per i modi di fare, per aver mantenuto la sua identità, per essersi giocato una partita impossibile, vista la differenza di uomini, competenze e organizzazione attuale tra centrodestra e centrosinistra, soprattutto a Varese, con tutto ciò che aveva. Testa, gambe, cuore.