Il fair play dura poco: il tempo di un sorriso e di una stretta di mano. Matteo Salvini e Massimo Garavaglia si sono presentati insieme davanti ai fotografi. Una scena distesa. Poi al congresso della Lega, stampa e sala divise, la polemica si alza subito. A rompere gli indugi Marco Dreosto, senatore e segretario della Lega in Friuli Venezia Giulia. Nel mirino Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, accusato di alimentare polemiche personali e regionali: diatribe personali. "Prima di tutto viene il bene della Lega", ha avvertito Dreosto. E ancora l'affondo: attenzione a parlare di Nord, perché il Nord non significa rinunciare a una Lega nazionale. E soprattutto, ha aggiunto, "quello che ci distrugge è il correntismo".
La risposta di Romeo non si fa attendere. Il capogruppo al Senato respinge l'idea che la sua posizione sia dettata da questioni personali. "La gente non ci vota più", il senso del suo intervento. Il congresso, insiste, deve essere un'occasione di confronto serio, non un regolamento di conti per mettere a tacere qualcuno. Nessuna tentazione di scissione: "Sono e resterò sempre leghista". Ma il monito è chiaro: "Non siamo il Pd", dice, invitando a evitare una parabola come quella di Matteo Renzi, passato dal 40% al 2%".
E se Claudio Durigon dice senza mezzi termini che Romeo ha sbagliato metodo, "andare sui giornali e screditarci non è gioco di squadra", dal palco si fa sentire anche il fronte dei governatori del Nord. Il messaggio è doppio: unità, ma anche ritorno alle origini. Attilio Fontana richiama "il malessere che, dice, "non sente solo lui ma emerge anche dai sondaggi". Luca Zaia mette al centro la questione settentrionale 'senza identità non c'è consenso' e chiede rispetto per le diverse sensibilità del partito, ricordando che chi vince deve saper rappresentare tutti. Con un affondo contro il sovranismo che non diventi "liberticida: perché noi siamo liberali".
Più prudente il presidente del Veneto, Alberto Stefani, che invita a ricomporre le tensioni e a spostare il confronto politico fuori dal partito. Maurizio Fugatti, presidente della Provincia autonoma di Trento, indica invece una strada precisa: recuperare l'identità leghista per tornare in doppia cifra e riconquistare gli elettori del Nord oggi attratti da Fratelli d'Italia. Curiosa l'assenza del governatore del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga: è assente ma la politica c'entra poco. Secondo quanto apprende AdnKronos è assente per un impegno personale, la cresima del figlio.
Un congresso sospeso tra autonomia e sovranismo, tra il vecchio slogan leghista 'né neri né rossi ma liberi con Bossi' e la tentazione di guardare alla destra più radicale. Concetto ben esemplificato da due distinti interventi, con Attilio Fontana che vede il partito "inclinato sull'estrema destra e non fa parte del nostro Dna" e chi come Luca Toccalini sottolinea che la Lega non è mai stato un partito moderato.
E mentre tra gli addetti ai lavori la domanda di ieri rimane pure quella di oggi - c'è Giorgetti dietro Garavaglia? - Salvini, seduto proprio vicino al ministro dell'Economia, osserva il congresso seduto ma non parla. La partita vera è domani, con gli interventi di Salvini e Garavaglia e il voto per la segreteria. La rielezione del leader uscente non è in discussione: nessuno mette in discussione questo. La vera incognita è il risultato dello sfidante. Una quota del 18-20% viene indicata come una soglia significativa per Garavaglia: abbastanza per certificare che il dissenso esiste e ha un peso.