Quando perdi una partita come quella persa da Varese a Trento, dopo un inizio di stagione come quello che sta andando in scena dalle parti di Masnago e dintorni, senti il disperato bisogno di attaccarti a qualcosa.
A qualunque cosa.
Alla stregua di un naufrago. Solo. Su una zattera. In un mare in tempesta.
No, non sarà il regolamento. Il mancato rispetto della distanza da parte di Duke sulla fatale rimessa di Olivieri è - appunto da codice della pallacanestro - sanzionabile con un tecnico, anche se rimettiamo a chi ne sa più di noi il dubbio che intimamente non riusciamo ancora a risolvere: non è necessario un avvertimento al difensore, sempre da regolamento, prima di comminare la sanzione?
Roba da processo del lunedì (e da Ultima Contesa…), roba da senno del dopo, cui non dare troppo peso per evitare di commettere l’errore di risolvere un intero match in un solo fischio.
E allora riguardiamo l’intero film. Ci attacchiamo al gioco? No, non possiamo. Un’altra messe di palle perse (18) canta per l’ennesima volta - meglio di ogni altra statistica - la farraginosa manovra biancorossa. È un lunghissimo piano sequenza di un cineasta senza fantasia, sugli schermi dal giorno uno di questa stagione ufficiale: manca chi dia del tu alla palla, mancano gli spacciatori di sale in zucca, manca un vigile, un comandante in capo che non sia Hale, perché costui sa dare agli altri solo se toglie a se stesso.
Ci attacchiamo all’attacco? E allora ovviamente no. Ottantacinque punti segnati, ma sono per lo più momenti di tangibile e fragrante produttività (va ammesso con la stessa onestà con cui si critica ciò che non va) in mezzo a un canovaccio che, nel suo complesso, non torna: sono prodezze individuali, sono spunti di chi sta imparando ma ancora non è pronto.
Sono Hale e Duke, che sanno guardare il canestro. Ma non gli altri, che per guardarlo vanno presi per mano.
Ci attacchiamo alla difesa? No, perché le partite durano 40 minuti, non solo dieci (quelli di un ultimo quarto finalmente convincente lì dove si piegano le gambe e la sinfonia dei corpi in movimento non ammette stonature).
Ci attacchiamo alle scelte dell’allenatore? Troppo ardimentoso farlo, quando si perde. Kamagate al posto di Renfro nel finale? Può essere, ma quest’anno è più facile sbagliare per Kastritis, vista l’abbondanza di alternative sotto canestro. Forse sarebbe più utile domandarsi se il francese sia un giocatore adatto alla sua visione della pallacanestro…
Il “legnetto” che vediamo galleggiare tra le onde, la speranza di trovare una nave che prima o poi ci raccolga, sono allora tutte quelle volte in cui oggi Varese si è rifiutata di perdere, di stendersi sulla propria zattera, a piangere, sfinita e abbandonata agli eventi. Sono quei parziali a rintuzzare ogni fuga casalinga, fatti di nervi e di amor proprio.
Fatti di fede.
Un po’ invidiamo la logica marziale di chi sposta allenatori e giocatori dalla panchina alla forca con la stessa facilità con cui cambia la lametta al proprio rasoio, come se far fuori qualcuno dopo un solo mese di stagione fosse la mossa più normale e facile e comoda del mondo, come se di mezzo non ci fossero professionalità, vite, destini, equilibri, soldi. E giustificazioni che - oggi come oggi - servirebbero (e in dose abbondante) anche a qualsivoglia subentrante.
Più difficile provare a ragionare, ad aspettare. Più difficile vedere una squadra che prova a essere tale, nonostante tutto.
Dietro al proprio allenatore, nonostante tutto.
Quella che noi abbiamo visto a Trento, nonostante tutto.