Vietato parlare al conducente.
Noi è un po’ che non saliamo su un autobus urbano (e siamo di quelli che inquinano ancora con la macchina a benzina), ma abbiamo vissuto un’intera giovinezza a prendere posto sui pullman arancioni della linea B che dai Ronchi di Casbeno ci portavano a scuola in via XXV Aprile.
E quella frase ce la ricordiamo bene, scritta sulla porta a vetri che da sempre protegge la postazione di guida.
Vietato parlare a Ioannis Kastritis: ci manca solo di distrarlo, ora che è impegnato a trovare il bandolo della matassa di una squadra che pare avviluppata come un nido di processionaria, inespressa come una replica di rabbia che rimane in gola, prona all’errore come uno studente che non ha studiato la grammatica e riempie di strafalcioni il foglio bianco che ha davanti.
Vietato parlare al conducente. E vietato, anche, non concedergli il tempo adeguato a ritrovare la sua squadra al completo, prima di giudicarlo adatto o non adatto a condurre la Openjobmetis più ambiziosa che si trova quest’anno fra le mani. L’abbiamo detto dopo Murcia, lo sottoscriviamo anche oggi, dopo una vittoria ma anche dopo un altro “spettacolo” di efficacia altalenante ed organizzazione claudicante.
Certe cose, però, continuiamo a non capirle. Certe cose, ci pare, sono fatte apposta per seguire un credo al costo di complicarsi la vita. Non è una novità nella Varese dell’era Scola, nella quale il “Sistema” ha sempre avuto un peso diretto o indiretto, più o meno sostanziale, sulle scelte degli allenatori. Siamo passati da Brase, gran sacerdote dello stesso, a Bialaszewski e Mandole (completamente sprovveduti davanti alle conseguenze nefaste dello stesso…) al greco del Peloponneso (“anti-Sistema" all’inizio, contaminato lungo la via in più di un caposaldo gestionale).
Le rotazioni sono l’esempio che vogliamo utilizzare oggi, dopo aver visto l’intera Masnago, Della Valle (era sotto la nostra postazione ed è stato impossibile non notarlo…) e noi compresi, mettersi le mani nei capelli quando la panchina ha chiamato fuori ADV dopo che lo stesso non solo aveva appena segnato cinque punti di fila, ma aveva anche dimostrato di essere l’unico in grado di tenere a galla una squadra in completa difficoltà offensiva. L’ex Brescia era entrato in campo a 6’53" dalla fine del secondo quarto, il cambio è stato chiamato a 3’33” dalla conclusione: tre minuti sul parquet, poco più… La stanchezza e la prudenza da usare nei confronti di un giocatore al debutto, permetteteci, non rilevano nel caso di specie.
È il tablet, bellezza. Dove una volta c’era solo il feeling di un allenatore con la partita, oggi c’è un assistente con davanti un mini computer che, allo scoccare del minuto prestabilito, si alza e avvisa il coach. Cambio? Cambio. Tutto è programmato prima del match, ovviamente non a caso, ma in base a strategie e all’analisi delle statistiche avanzate.
Siamo sempre alle solite, però: passo avanti o stranezza? Passo avanti nel momento in cui il “Sistema” aiuta, stranezza - o suicidio - quando il medesimo, seguito aprioristicamente come una religione, toglie qualsiasi ruolo alla sensibilità, all’esperienza, a decenni di storia del basket e al buon senso che ti dice che un giocatore in striscia non va tolto. Mai.
Poi c’è il gioco offensivo che pare un ballo di singoli. Poi ci sono quei cambi difensivi sempre e comunque che sono un altro “comandamento religioso” davanti al quale noi, atei, continuiamo a non volerci genuflettere. Ma ci fermiamo qui.
Anche perché si è vinto. Conta quello alla fine, no?
Vietato parlare al conducente, a patto che ci porti a casa sani e salvi.