Un computer che improvvisamente comincia a parlare. E una voce che, invece di spaventare, apre la porta a un mondo fatto di domande, curiosità e scoperte. È questa l’idea alla base di La storia di Amelia e Isaac, il racconto illustrato di Antonino Spoto, ingegnere biomedico (figlio dell'ispettore Bernardo Spoto, molto noto a Busto), pensato per accompagnare i bambini dai 7 ai 12 anni alla scoperta dell’intelligenza artificiale.
Il libro sarà presentato sabato 10 ottobre alle 10 al Museo del Tessile di Busto Arsizio. Un appuntamento che nasce con l’obiettivo di avvicinare anche i più piccoli a un tema ormai entrato nella quotidianità, ma spesso ancora difficile da comprendere: che cos’è davvero l’intelligenza artificiale? Come impara? Può sbagliare? E soprattutto, come possiamo utilizzarla senza rinunciare alla nostra capacità di pensare?
Due fratellini e una voce dal computer
Amelia ha 7 anni, adora gli aerei e le storie d’avventura. Isaac, 8 anni, è invece appassionato di esperimenti e pianeti. La loro mamma è una ricercatrice impegnata nello studio di nuove medicine e, quando i bambini le chiedono un disegno, è sufficiente che scriva qualcosa al computer perché dalla stampante esca proprio ciò che avevano immaginato.
Finché, un giorno, una telefonata costringe la mamma ad allontanarsi dalla scrivania. I due fratellini ne approfittano per scoprire il segreto di quei disegni “magici”. Ma quando aprono il programma di grafica, a sorpresa, il computer prende la parola: «Buongiorno, sono Alan, come posso aiutarvi?».
Dopo lo stupore iniziale, comincia una conversazione fatta di domande, risposte e tante curiosità. Alan racconta ai bambini di essersi “allenato” attraverso libri, immagini e video disponibili su Internet, spiega che cos’è un prompt e soprattutto mette in guardia Amelia e Isaac da un errore molto comune: fidarsi ciecamente di ciò che l’intelligenza artificiale dice.
«Imitiamo, ma non siamo»
Uno dei messaggi centrali del libro è proprio quello dell’uso consapevole della tecnologia. Alan ammette di poter sbagliare e ricorda ai suoi piccoli interlocutori che le informazioni fornite dall’intelligenza artificiale devono essere sempre verificate.
Non solo. La storia affronta anche temi particolarmente attuali come la tutela dei dati personali, il consumo di energia e acqua legato all'utilizzo dell'IA e il rischio di trasformare la tecnologia in una scorciatoia per evitare di imparare. «Farsi fare i compiti dall’intelligenza artificiale», spiega in sostanza Alan, significa rinunciare a una parte importante del proprio percorso di crescita.
E poi c’è una frase che sintetizza bene la filosofia del libro: «Imitiamo, ma non siamo». L’intelligenza artificiale può produrre testi, immagini e risposte sempre più sofisticate, ma non possiede una coscienza umana.
Come un coltello o il fuoco, anche l’IA non è presentata come buona o cattiva in sé: tutto dipende dall’uso che se ne fa.
Un libro nato dalle domande di una bambina
Alla base del progetto c’è un’esperienza molto personale dell’autore. Antonino Spoto, nato a Como nel 1981, è ingegnere biomedico e ha conseguito la laurea al Politecnico di Milano nel 2005, dopo un progetto di tesi all’Università di Brighton, in Inghilterra.
Nel corso della sua attività professionale ha lavorato nel settore delle tecnologie biomediche, entrando in contatto anche con strumenti basati sul Machine Learning e con applicazioni dell’intelligenza artificiale. Oggi lavora come marketing manager in un’azienda biomedicale.
È proprio l’esperienza professionale, unita alla quotidianità familiare, ad aver fatto nascere il libro. «Per motivi lavorativi ho utilizzato l’intelligenza artificiale nel settore dei medical device e ho avuto modo di conoscere anche strumenti commerciali», racconta Spoto. «Mi sono reso conto di quanto sia potente il suo impatto, anche sul mondo del lavoro».
A fargli cambiare prospettiva sono state però soprattutto le domande della figlia Vittoria, che ha sette anni. «Mi vedeva utilizzare questi strumenti e mi faceva continuamente domande. Il libro è nato proprio da lì».
A Vittoria è dedicata infatti l’opera: «Con la sua curiosità, le sue continue domande e la sua immensa voglia di sapere è la vera ispiratrice di questo libro».
Non demonizzare, ma imparare a usare
L’obiettivo di Spoto non è mettere i bambini in guardia dalla tecnologia attraverso la paura. Al contrario, il libro cerca di fornire loro gli strumenti per comprenderla.
«Non voglio demonizzare l’intelligenza artificiale», sottolinea l’autore. «Il mondo in cui cresceranno i nostri figli sarà sempre più caratterizzato dall’IA. Per questo è importante imparare fin da subito a utilizzarla in modo responsabile».
Una consapevolezza che passa anche dalla conoscenza dell’impatto ambientale di questi strumenti e dalla capacità di mantenere sempre acceso il proprio senso critico. La tecnologia può aiutare, suggerire, creare e velocizzare, ma non deve sostituire la capacità di ragionare.
Amelia Earhart, Isaac Newton e Alan Turing
La storia si conclude con il ritorno della mamma, ma non prima di un’ultima sorpresa: l’aereo rosa con i pattini al posto delle ruote che Amelia aveva chiesto ad Alan.
Nelle pagine finali, alcune «Piccole curiosità» svelano anche l’origine dei nomi dei protagonisti: Amelia Earhart, pioniera dell’aviazione; Isaac Newton, simbolo della ricerca scientifica; e Alan Turing, matematico e padre dell’informatica moderna.
Un libro per bambini, dunque, ma con domande tutt’altro che infantili. Perché conoscere l’intelligenza artificiale significa anche imparare a non subirla, a comprenderne i limiti e a usarne le potenzialità senza spegnere quella che resta la risorsa più importante: il cervello umano.