In Italia il reddito fa la differenza anche quando si tratta di curarsi: rinuncia, infatti, a una visita specialistica più di una persona su 10 (il 12%) tra quelle con i redditi più bassi, contro l’8% di quelle che rientrano invece nelle fasce reddituali più elevate. Un gap che dimostra come l’accesso alle cure non sia uguale per tutti: il problema non sta tanto nel livello medio nazionale dei bisogni sanitari insoddisfatti quanto nella varianza che questo aggregato nasconde tra ceti sociali e territori. Anche in Lombardia, regione che più di ogni altra attrae pazienti dal resto del Paese, si registra un tasso di rinuncia alle cure (5,3%) che colloca la regione al 7° posto nel panorama nazionale. L’incidenza sale al 9,5% per la rinuncia alle visite specialistiche.
È quanto emerso oggi durante l’incontro “Universalismo e Sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale” che si è tenuto a Varese, nell'Aula Magna dell'Università degli Studi dell'Insubria, in occasione della presentazione del Rapporto “Sussidiarietà e… salute” della Fondazione per la Sussidiarietà.
All’incontro hanno partecipato il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti e Maria Chiara Gadda, deputata e componente dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà. Insieme a loro, sono intervenuti Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà; Maria Pierro, Rettrice dell’Università degli Studi dell’Insubria; Michele Castelli, Professore associato di Scienza politica dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca; Camilla Callegari, Direttrice della Struttura Complessa di Psichiatria di Varese e del Dipartimento di Salute Mentale, Prevenzione e Cura delle Dipendenze presso l'ASST Sette Laghi; Carlo Nicora, Direttore generale Fondazione Molina, Varese; Francesca Rovera, Presidente della Scuola di Medicina dell'Università dell'Insubria, e Sergio Segato, Direttore Dipartimento malattie apparato digerente, nutrizione e metabolismo, ASST dei Sette Laghi. Hanno portato i loro saluti anche Davide Galimberti, Sindaco di Varese, e Marco Magrini, Presidente della Provincia di Varese.
Nel confronto europeo, l’Italia mostra una performance complessivamente favorevole: nel 2023 la quota di persone con bisogni sanitari non soddisfatti si attesta al 2%, contro il 3,8% della media UE. Se si considerano soltanto gli ostacoli legati al funzionamento del sistema – costi eccessivi, distanza dai servizi o lunghe liste d’attesa – il dato italiano scende all’1,8%, rispetto al 2,4% europeo. Tuttavia, dietro la media nazionale si aprono divari rilevanti per reddito, territorio e tipologia di prestazione.
La criticità principale riguarda il passaggio dall’universalismo formale all’universalismo effettivo: il diritto alla salute è garantito per tutti, ma la possibilità di accedere tempestivamente a visite specialistiche, accertamenti diagnostici e percorsi di presa in carico dipende ancora troppo dal luogo in cui si vive e dalle risorse di cui si dispone.
Le differenze socio-economiche sono particolarmente evidenti. In Europa, il 2,2% delle persone nel primo quintile di reddito dichiara di non aver potuto accedere alle cure necessarie a causa dei costi; la quota scende allo 0,2% tra chi appartiene al quintile più ricco. In Italia il divario è più marcato: il 2,9% delle persone nel primo quintile rinuncia alle cure per motivi economici, contro lo 0,2% del quinto quintile.
La rinuncia alle prestazioni conferma questa dinamica. A livello nazionale, circa il 10% degli intervistati ha dovuto rinunciare a una visita specialistica pur avendone bisogno, mentre circa il 6% ha rinunciato a un esame diagnostico. Le rinunce diminuiscono al crescere della ricchezza: circa il 12% degli individui nel primo quintile rinuncia alle visite specialistiche, contro l’8% del quinto quintile; per gli accertamenti diagnostici il dato passa dal 7,5% al 5%.
Le barriere non sono solo economiche. Per le visite specialistiche, le liste d’attesa sono indicate come motivo di rinuncia dal 50% degli intervistati, mentre i costi eccessivi pesano per il 46,7% e la distanza dai servizi per il 10,8%. Per gli accertamenti diagnostici, le liste d’attesa salgono al 52,8%, seguite dai costi al 45,9% e dalla distanza al 10,4%.
Se le risorse disponibili per il SSN sono cresciute, passando dai 114 miliardi di euro del 2019 ai 136,5 miliardi del 2025, con una previsione di 142,8 miliardi nel 2026, il Rapporto evidenzia come la questione non sia soltanto quante risorse destinare alla sanità, ma come trasformarle in valore per i cittadini.
La crescita dei bisogni – invecchiamento, cronicità, fragilità, non autosufficienza – richiede un sistema meno frammentato e più capace di integrare servizi sanitari, sociosanitari e assistenza territoriale.
Maria Chiara Gadda, deputata e componente dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà, afferma: «Le cronicità e i bisogni socio-sanitari sono in costante aumento. Il nostro servizio sanitario nazionale vanta grandi eccellenze, ma la nostra società è molto cambiata. Serve un cambio di passo sul modello organizzativo e verso un rapporto più maturo tra pubblica amministrazione e Terzo Settore. Il Piano d'azione dell'Unione Europea per l'economia sociale conferma l'importanza di questo mondo fatto di enti non profit, cooperative, e associazioni senza le quali molti servizi socio-sanitari già oggi entrerebbero in difficoltà.
Queste realtà non possono essere coinvolte solo a valle dei processi: devono poter co-programmare e co-progettare con le istituzioni le risposte ai bisogni».
Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, commenta: «Il diritto alla salute va tutelato con maggiore forza. L'universalismo non può ridursi all'affermazione formale di un diritto: deve tradursi nella possibilità concreta, per ogni persona, di ricevere cure appropriate e tempestive. Il Servizio sanitario nazionale resta una delle infrastrutture sociali più importanti del Paese: non tutela soltanto la salute, ma è collante sociale, volano di sviluppo e condizione essenziale della democrazia. Per questo serve più sussidiarietà: un salto di qualità nella governance pubblica, chiamata a garantire equità nell'accesso, qualità delle prestazioni e presa in carico dei pazienti, mettendo a sistema il contributo di tutti per il bene comune. La sussidiarietà, in questo senso, è l'architettura istituzionale dell'universalismo».
Maria Cristina Pierro, Rettrice dell’Università degli Studi dell’Insubria, sottolinea: «La sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale non è soltanto una questione di risorse, ma richiede la capacità di trasformarle in risposte concrete ai bisogni delle persone. In questa sfida l’Università è un attore strategico: forma i professionisti della salute, produce ricerca e innovazione e mette le proprie competenze al servizio del territorio. La sussidiarietà è il metodo per fare sistema, unendo istituzioni, sanità, università e comunità in una responsabilità condivisa».
Il confronto ha dedicato particolare attenzione anche al sistema sanitario della Lombardia.
Il Rapporto individua gli ambiti sui quali intervenire. In particolare, seguendo l’ultimo monitoraggio dei livelli essenziali di assistenza (LEA), l’assistenza territoriale, con un punteggio di 76, presenta maggiori margini di miglioramento rispetto alla prevenzione, che raggiunge 95, e all’assistenza ospedaliera, che si attesta a 86. Il rafforzamento del raccordo tra ospedale e territorio, dell’assistenza domiciliare e dell’integrazione tra servizi sanitari e sociali appare quindi essenziale per assicurare una presa in carico più continuativa, soprattutto delle persone anziane, croniche e fragili.
Un ulteriore elemento di attenzione riguarda il personale: la Lombardia conta 5,63 medici e infermieri del Servizio sanitario nazionale ogni 1.000 abitanti, rispetto a una media italiana di 6,1. Anche la presenza di medici di medicina generale e pediatri di libera scelta è inferiore alla media nazionale, con un conseguente maggiore carico di pazienti per i medici di base. Gli interventi degli esponenti della sanità locale hanno permesso di mettere in relazione queste sfide con l’esperienza concreta del territorio, richiamando la necessità di valorizzare le professionalità, migliorare la continuità delle cure e sviluppare una collaborazione più stretta tra istituzioni, strutture sanitarie e realtà sociali.
IL DISCORSO INTEGRALE DEL MINISTRO GIORGETTI
Ringrazio Giorgio Vittadini, la rettrice Pierro e l’Università dell’Insubria per l’invito.
Essere qui a Varese per discutere questo Rapporto ha per me un senso profondo.
Qui da noi l’autonomia e la sussidiarietà sono sempre andate insieme alla responsabilità.
La sanità è uno dei banchi di prova su cui i cittadini giudicano, ogni giorno, se le istituzioni mantengono le promesse. La promessa del Servizio sanitario nazionale è curare secondo il bisogno, rendere le cure accessibili a tutti. Il merito del Rapporto è chiedersi che cosa serve fare per mantenere questa promessa.
La risposta degli autori è la sussidiarietà, che vuol dire due cose. Primo: ogni compito va affidato a chi è più vicino al bisogno e lo sa svolgere meglio. Secondo: chi si assume quel compito ne risponde.
Parto dai bisogni. Viviamo più a lungo, e più a lungo conviviamo con la malattia. Ventiquattro milioni di italiani hanno una malattia cronica. Per questi pazienti, per le loro famiglie, il problema non è la singola prestazione: è essere seguiti nel tempo, fuori dall’ospedale. Per farlo, non basta chiedere e ottenere più risorse: serve organizzazione.
Il Rapporto lo dice in modo molto chiaro con l’esempio dell’ictus: l’ospedale funziona bene, la riabilitazione è in affanno, il ritorno a casa lascia le famiglie sole.
La sussidiarietà ci aiuta nel costruire un tessuto in cui, in ogni passaggio, si possa avere un presidio di responsabilità: il medico di famiglia, l’infermiere, il Comune, l’opera del Terzo settore che sta in quel quartiere, la famiglia, sostenuta invece che lasciata sola.
Sussidiarietà, applicata alla cura e alla presa in carico del paziente, significa allora una cosa precisa: ricomporre il percorso attorno alla persona e assegnare ogni tratto a chi meglio può risponderne.
Il pubblico, da parte sua, deve rinnovare i propri strumenti.
Penso che alla sanità pubblica, oggi, serva una robusta iniezione di ingegneri gestionali, per dare priorità all’organizzazione dei servizi e all’ottimizzazione dei processi. Chi esce dall’ospedale deve sapere chi lo seguirà a casa: questa certezza è parte della cura. Altrimenti, il sistema gli scarica addosso un lavoro che spettava al sistema. E chi ha meno mezzi si arrende prima: sei milioni di persone, ricorda il Rapporto, hanno rinunciato a visite o esami per le attese o per i costi.
Lo stesso vale per la prevenzione, per le liste d’attesa, per il pronto soccorso.
La questione è una sola: chi risponde di ciò che accade prima e dopo la prestazione.
Don Giussani parlava delle opere che nascono davanti a un bisogno. Il Rapporto ne racconta molte, nate spesso in Lombardia, dove la sussidiarietà ha dato forma al sistema sanitario: libertà di scelta, pluralità degli erogatori.
Per far crescere esperienze come questa, il Rapporto propone di affiancare alle tariffe un budget di cura.
È una direzione giusta, con il metodo che abbiamo scritto nel Documento di finanza pubblica di aprile: in sanità i costi si vedono nell’anno, i benefici negli anni. Cominciamo da alcuni percorsi di malattia cronica, con un responsabile, un budget e una verifica dei risultati.
Veniamo alle risorse. Per il 2026 il Governo ha portato il finanziamento del Servizio sanitario a 142,9 miliardi, oltre 6 in più rispetto al 2025. Ma i cittadini non misurano la sanità in miliardi.
Per questo, condivido la tesi centrale del Rapporto: la continuità dell’assistenza deve diventare una responsabilità riconoscibile. E chi dirige risponde dei risultati di cura, oltre che dell’equilibrio dei conti.
I sei miliardi in più che il Governo ha stanziato sono un presupposto importante; la prova dell’impatto di queste risorse è quando e come diventano cura. Certo, le risorse sono un presupposto; producono un risultato quando e come diventano cura. Questa è la prima responsabilità di chi organizza e dirige i servizi.
La seconda responsabilità è di chi governa i territori. Chi chiede la libertà di decidere accetta di rispondere delle proprie decisioni, anche sul piano finanziario: più autonomia e più responsabilità, non l’una senza l’altra.
Il diritto alle cure è uguale in tutta Italia, e la solidarietà nazionale serve a garantirlo dove le risorse proprie non bastano: è giusto così.
Ma chi quella solidarietà riceve, risponde di come la usa, mentre chi vuole offrire di più dice come lo paga.
Sussidiarietà e federalismo responsabile stanno insieme. Separati non reggono: la sussidiarietà senza responsabilità diventa spesa senza controllo; il federalismo senza sussidiarietà, un modo di scaricare i costi sugli altri.
Torno alla parte che mi compete più direttamente: la stabilità dei conti.
La sussidiarietà, come ricorda il Rapporto, non spinge solo verso il basso: alcune funzioni vanno svolte al livello più alto. Proteggere il Paese dal costo del debito è una di queste. Qui la sussidiarietà incontra la sovranità.
Le priorità di un Paese si decidono nel suo bilancio, e un Paese è sovrano se quelle priorità le sceglie da sé.
Due settimane fa, a Cernobbio, ho detto che la prudenza sul debito è una forma di sovranismo pragmatico. Lo ripeto qui: la sovranità si esercita tenendo i conti in ordine.
L’Italia ha tremila miliardi di debito, il 137 per cento del PIL: decide da sé finché conserva la fiducia di chi le presta i soldi; se la perde, le priorità le dettano i creditori.
Oggi quella fiducia c’è. Lo spread è rimasto stabile, il rating è migliorato, e gli interessi risparmiati sono il fieno in cascina con cui abbiamo aumentato il fondo sanitario.
Il punto è semplice. Nel bilancio pubblico ci sono due tipi di spesa. La prima non la scegliamo: gli interessi sul debito, nel 2025 il 3,9 per cento del PIL, quasi novanta miliardi. Si pagano per primi, non si votano, non si rinviano. La seconda la scegliamo.
Ogni euro in più di interessi è un euro in meno di spesa utile. E la spesa per interessi non cura nessuno.
Guardate che questa non è teoria: è storia. Le due volte in cui la spesa sanitaria ha frenato, dagli anni Novanta a oggi, è stato dopo le crisi finanziarie del 1992 e del 2011: tra il 2012 e il 2019, ricorda il Rapporto, circa quaranta miliardi di tagli.
Quando un Paese perde il controllo del debito non sceglie più: subisce.
Lo dico davanti a chi ha costruito opere per le persone che hanno più bisogno: un bilancio in ordine è una scelta redistributiva, prima che contabile.
Gli interessi pagano il passato. La spesa utile va a chi ha bisogno, e prima di tutti a chi le cure non potrebbe pagarsele. Un bilancio schiacciato dagli interessi taglia in modo lineare. Solo un bilancio in ordine può permettersi di essere selettivo e di sostenere ciò che funziona.
Questa è la parte che deve fare lo Stato.
C’è infine la parte delle famiglie. Gli italiani spendono di tasca propria 41 miliardi l’anno per la salute, e per l’8,6 per cento delle famiglie quelle spese sono insostenibili. Per questo il Rapporto chiede di governare le forme integrative.
Io penso che si debba rafforzare e organizzare meglio il ruolo dei fondi sanitari e dei fondi pensione. Per i fondi sanitari, il vantaggio fiscale deve essere legato alla protezione effettivamente offerta agli iscritti. Per i fondi pensione, la copertura per la non autosufficienza valida per tutta la vita deve diventare una componente di ogni piano pensionistico. Poter contare su una pensione più alta in caso di non autosufficienza è un passaggio di civiltà, e di educazione finanziaria, che mi sento in dovere di incoraggiare.
Giorgio,
ti propongo di ripartire dalle esperienze che avete raccolto, insieme a chi le realizza e alle Regioni, e di ricavarne proposte concrete: le regole da cambiare e il modo di pagare il lavoro che dà continuità alle cure.
Sperimentiamole, e valutiamole nel tempo, non solo sui costi di oggi: il costo della prevenzione mancata non compare in nessun bilancio, ma si paga lo stesso.
Il Rapporto propone un nuovo patto sociale per la salute. Ci sto, a una condizione: che nel patto entrino anche i conti. Sussidiarietà, federalismo responsabile e sovranismo pragmatico sono tre nomi di una stessa cosa.
La sussidiarietà consente al sistema di valorizzare chi è più vicino al bisogno. Il federalismo responsabile chiede a chi riceve risorse di risponderne, anche con i conti. Il sovranismo pragmatico custodisce, al livello più alto, la libertà di scegliere che rende possibili gli altri due
Dal quartiere, al piccolo comune, al bilancio dello Stato, l’idea che traggo anche quest’anno dal Rapporto è quella di un Paese in cui ciascuno fa la propria parte e ne risponde.
La sfida dei prossimi anni è trasformare i conti in ordine in cure che arrivano alle persone.
Varese, dove autonomia e responsabilità sono sempre andate insieme, è il posto giusto per dirlo.