“E' morto Mazzola?” Anche se lo sai che la fine arriva per tutti ed anche se sei venuto a sapere che Sandrino Mazzola era vicino al traguardo, la sua scomparsa ti suscita comunque meraviglia. Stupore. Per te, i campioni che ti hanno tenuto per mano durante l'infanzia accompagnandoti fino alla porta della giovinezza, restano immortali. Hai sì notato sui loro volti o, nel loro incedere, le stimmate del tempo, ma nel tuo inconscio ti rifiuti di “vederli”, per te corrono sempre sul campo di calcio e ti fanno gioire. Sono qualcosa di reale anche se provi malinconia quando ti dicono che se ne sono andati via.
Gli occhi del mio cuore vedono Mazzola con la maglia nerazzurra a strisce verticali o quella bianca con i colori nerazzurri trasversali, quella che la Grande Inter metteva in Coppa dei Campioni. Mazzolino, come lo chiamava Nicolò Carosio, fa parte di quella squadra di uomini e di campioni che il ricordo non la farà mai sbiadire e non ingiallirà con il passare delle stagioni.
È grazie a Sandro Mazzola se mi sono innamorato dei colori nerazzurri e la scintilla scoccò la sera del 27 maggio 1964 quando il numero otto di quella squadra segnò una doppietta al Real Madrid dei Di Stefano e Puskas nella finale di Coppa dei Campioni al Prater di Vienna. E di gol Sandrino ne ha segnati parecchi. Ancora vivo l'altro bis realizzato a Budapest contro il Vasas, sempre in Coppa dei Campioni la sera del 8 dicembre 1966 con il primo gol confezionato con un paio di dribbling nello spazio di un francobollo nell'area piccola magiara. Anche con la maglia della Nazionale ha bucato diverse volte le reti avversarie e su tutti ricordo un gol a Berna, alla Svizzera, superando in palleggio tre rossocrociati e, senza che il pallone toccasse terra, metterla nel sacco. Fantastico.
Quando, nel 1975, sottoscrissi il mio abbonamento nerazzurro, ebbi la fortuna di vedere il Baffo con continuità a San Siro e, per festeggiare quell'evento, decisi di farmi crescere anch'io i baffi in suo onore. Che tagliai solo una volta, la sera del 22 maggio 2010(Triplete) per onorare una scommessa. Poi, li feci ricrescere dal giorno dopo.
Te ne sei andato, caro Sandro, nel giorno in cui San Siro festeggia i suoi cento anni di vita quasi a volerti ringraziare per averlo fatto felice, quasi a volerti accompagnare nel tuo ultimo dribbling verso il cielo. Lì ritroverai i compagni della Grande Inter, ma soprattutto riabbraccerai papà Valentino che un destino cattivo ti ha tolto all'età di sette anni un pomeriggio piovoso di maggio, ma che un destino buono ha voluto che tu perpetuassi la sua memoria nel corso degli anni grazie al tuo enorme e splendido talento.
Grazie Baffo!