Varese - 12 settembre 2026, 07:55

C'era una volta il Credito Varesino, simbolo della città che fu. Svanisce anche la memoria della "nostra" banca

La filiale oggi Bper di via Vittorio Veneto, un pezzo di storia di Varese, chiude i battenti: il palazzo ospiterà con tutta probabilità i nuovi impianti dell’Humanitas. Con la sua uscita di scena tramonta il simbolo di un'epoca industriosa e invidiata: generazioni di varesini sono passati da qui, quando la banca era ancora una grande famiglia e la città un esempio di piccola operosità che credeva in se stessa. E nei baluardi della varesinità

La storica sede del Credito Varesino di via Veneto tra foto storiche e cimeli

Venduto. Un altro pezzo della Varese industriosa e risparmiatrice di un tempo cade, vittima delle esigenze della modernità, che tutto livella e omogenizza, in nome della tecnologia che decima il lavoro umano e crea enormi spazi vuoti, come era ultimamente la sede dello storico “Credito Varesino”, oggi “Bper”, in via Vittorio Veneto, una cattedrale nel deserto con una sola cassa aperta il mattino e una macchina tuttofare quella sì in funzione, come si dice oggi, H24. 

Ironia della sorte, gli impiegati e i funzionari rimasti traslocheranno in piazza Battistero, in un’altra cattedrale semivuota, che fu sede di un leggendario istituto di credito del Varesotto, la “Banca popolare di Luino e Varese”, retta per anni dal presidente Giovanni Valcavi, figura di mecenate di cui si è perso lo stampo.

Varese non ha più una banca propria, è una città che tutto filtra e tramuta sotto altre forme, dal teatro demolito alle tramvie dismesse, dalla Cittadella del Campo dei Fiori abbandonata alle grandi industrie locali morte e sepolte, i negozi storici chiusi e ora anche uno degli ultimi baluardi della varesinità imprenditoriale e non solo, visto che il Crevar, come era chiamato dagli addetti ai lavori, fu negli anni del boom economico un saldo riferimento per importanti dinastie industriali italiane.

I tempi cambiano, e ora sono le grandi “industrie” della salute a farla da padroni, e così il palazzo della banca, riammodernato e inaugurato il 22 settembre 1957, alla presenza dell’allora cardinale arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, del ministro del commercio con l’estero Guido Carli, futuro Governatore di “Bankitalia”, e del sindaco di Varese Lino Oldrini, ospiterà con tutta probabilità gli impianti dell’“Humanitas”, oggi in via San Michele.

Il Credito Varesino nacque nel 1898 come “Banca Cooperativa di Varese e Circondario”, e come cassiere aveva un certo Speri Della Chiesa Jemoli, il maggior poeta bosino, e nel 1906, in seguito alla fusione con il “Banco Mazzola Conelli”, prese la denominazione che tenne fino al 23 luglio 1993, quando fu acquistato dalla “Banca Popolare di Bergamo”. Per dare un’idea dell’importanza del nostro istituto di credito nel 1957, basti pensare alle 26 filiali sparse nella provincia più quella di rappresentanza in via Bassano Porrone 6 a Milano.

Qui non posso fare a meno di inserire alcuni ricordi personali, perché mio padre lavorò 40 anni al “Varesino”, girando per parecchie filiali per poi finire a Varese, agli Enti economici, e lui parlava della banca con un rispetto infinito, non lamentandosi mai dei molti straordinari che faceva per archiviare i famigerati “GS2”, che per me bambino erano una sorta di oggetto misterioso. Lo andavo ad aspettare all’uscita di via Ugo Foscolo, a fine lavoro, e quasi sempre ci scappava la macchinina comperata dall’Aldo, proprio davanti all’ingresso principale della banca, o le caramelle acquistate dal Brenna poco più indietro. A casa avevamo tutto del Crevar, le penne Bic nere con la scritta oro “Credito Varesino”, i blocchetti di appunti, le agendine, i mini assegni degli anni dell’austerity, e perfino una ricca brochure dell’inaugurazione della sede rinnovata, che ancora conservo gelosamente.

Ricordo il cameratismo con i colleghi, Frontini, Pozzi, Magnani, Lenzi, la signora Miriam, e il commesso Capanno, perché la banca allora era una grande famiglia e papà mi parlava spesso del leggendario “sciur Assali”, il direttore generale, appassionato di pesca con la tirlindana che andava con il rematore personale sul lago di Varese a puntare ai lucci. Varese era una città ricca e prosperosa e la banca un riferimento assoluto, con Piero Chiara che si vedeva allo sportello a parlare con i cassieri, lui che abitava proprio lì di fronte, nel palazzo Sciarini. La domenica mattina, poi, al bar dei “Pelatini” in via Marcobi angolo Bernascone, gli impiegati del Crevar, della Popolare di Luino, della Banca d’Italia e della Comit, spesso si incontravano per l’aperitivo, naturalmente l’“Americano”, e per quattro chiacchiere sui titoli e sulla borsa.

Eri ragioniere e cercavi lavoro? Il Crevar assumeva, c’era bisogno di gente sveglia e volonterosa, le filiali erano tante e il neo assunto faceva gavetta qua e là, prima di tornare in sede e crescere ancora. Tutto era fatto a mano, anche se dal ’57 era attivo un agguerrito Centro meccanografico nuovo di zecca.

Papà entrò in banca giovanissimo, finite le scuole tecniche, e nei primi anni di lavoro fece a tempo a conoscere Speri Della Chiesa, che anziano passava ogni tanto in quella che era stata la sua banca, un edificio austero, ottocentesco, con la grande insegna davanti al balcone sopra l’ingresso e la scritta “Credito Varesino” su fondo scuro con al centro lo stemma di Varese. Davanti le rotaie del tram, di fronte il Cinema Teatro “Excelsior”, cartolina della Varese che fu, dove in ogni angolo c’era un artigiano o un negozio, la città dei piccoli risparmiatori. Il poeta un giorno gli lasciò un mazzetto di suoi componimenti “licenziosi” dattiloscritti, che papà nascose sempre e mi donò solo da adulto.

Mi farà una certa impressione passare dalla via Vittorio Veneto e non vedere più alcuna traccia della banca che segnò la mia giovinezza, con il libretto al portatore aperto da papà a mio nome e poi il primo conto personale allo scoccare della maggiore età, con centomila lire - e nel ’77 erano soldi - di buon augurio versate da lui per incominciare. L’edificio, il cui restyling fu curato dal celebre architetto Vico Magistretti, certo sarà ancora lì, ma il suo cuore antico si è fermato da tempo, già sostituito dal succedersi dei vari istituti di credito, e rimasto però nella mia memoria come quello di un amico.

Una città senza una banca propria è molto più povera sotto ogni punto di vista, e oggi Varese ha perso la sua identità di borgo industrioso ed elegante, omologandosi a tanti altri luoghi “uguali e strani”, senza i riferimenti certi di un tempo, e i motivi per sentirsi orgogliosi di essere varesini. Il “Credito Varesino” era una specie di garante della solidità cittadina, un istituto di credito di cui ti potevi fidare perché specchio di una città ricca e invidiata, anche nello sport, con la banca che non mancava di farsi pubblicità con striscioni allo stadio “Franco Ossola” ai tempi del Varese del Borghi, e al Palasport “Lino Oldrini”, dove la Ignis mieteva successi in Italia e all’estero.

La punta della Bic nera con la scritta dorata, riscaldata con un fiammifero, si è rimessa a scrivere dopo decenni, così un segno del “Varesino” che fu rimane sul foglio, labile traccia di una Varese che credeva in sé stessa e nella bontà delle proprie imprese.

La storica sede del Credito Varesino di via Veneto tra foto storiche e cimeli

La storica sede del Credito Varesino di via Veneto tra foto storiche e cimeli

La storica sede del Credito Varesino di via Veneto tra foto storiche e cimeli

La storica sede del Credito Varesino di via Veneto tra foto storiche e cimeli

La storica sede del Credito Varesino di via Veneto tra foto storiche e cimeli

La storica sede del Credito Varesino di via Veneto tra foto storiche e cimeli

La storica sede del Credito Varesino di via Veneto tra foto storiche e cimeli

La storica sede del Credito Varesino di via Veneto tra foto storiche e cimeli

La storica sede del Credito Varesino di via Veneto tra foto storiche e cimeli

Mario Chiodetti