Territorio - 10 settembre 2026, 08:30

Motori e vita, Bruno Giacomelli a Sportivamente: «Non ho rinunciato a niente, ho inseguito la mia passione»

FOTO E VIDEO. Un campione partito dalla fabbrica, con una passione smisurata e la determinazione di chi non ha mai saltato un gradino. Bruno Giacomelli si racconta a Busto tra vittorie, sconfitte, sacrifici e curiosità di una vita vissuta sempre a tutta velocità. Nel libro scritto con Mario Donnini emerge soprattutto l’uomo: rigoroso, pignolo, ironico e profondamente legato alla famiglia

Le immagini della prima serata di Sportivamente negli scatti di Alessandro Galbiati

C’è una vita che corre dentro una vita. Quella di Bruno Giacomelli è fatta di motori, circuiti, vittorie, sconfitte, sorpassi e occasioni sfiorate, ma soprattutto di una passione inseguita senza mai saltare un gradino. Il pilota di Roncadelle, tra i protagonisti del mondo dei motori e della Formula 1 degli anni Settanta e Ottanta, ha portato a Busto Arsizio il racconto della sua carriera e, insieme, quello dell’uomo che si nasconde dietro al casco.

È stato questo il filo conduttore della serata del 9 settembre in Sala Tramogge, nell’ambito della rassegna “SportivaMente”, il Festival dei libri sportivi organizzato dall’Associazione Culturale Territori in collaborazione con il Gruppo More News, editore de ilBustese.it.
Sul palco, insieme a Giacomelli, l’editore Enrico Anghilante, che ha dialogato con il pilota ripercorrendone carriera, ricordi, aneddoti e curiosità. Presente anche Stefano Nada, editore del volume Continuavano a chiamarmi Jack O’Malley, scritto da Giacomelli insieme al giornalista Mario Donnini, con prefazione di Robin Herd.

Nel corso della serata, il presidente dell'Aci Varese Giuseppe Redaelli ha consegnato la tessera di socio Aci a Giacomelli. Presenti sindaci (a partire dal bustocco Emanuele Antonelli) e amministratori del territorio oltre a diverse realtà sportive a cui dedicheremo un articolo ah doc.

Da Roncadelle all’olimpo dei motori

Il libro racconta una storia che sembra quasi una sceneggiatura. Giacomelli è stato protagonista di 69 Gran Premi di Formula 1 e ha conquistato un podio a Las Vegas nel 1981, diventando soprattutto uno dei simboli dell'Alfa Romeo.

Ma la sua carriera non si può racchiudere nei 69 Gran Premi di Formula 1. Formula 1, Formula 2, Formula 3, Formula IndyCar, Mondiale Prototipi, Indy 500, Le Mans: Giacomelli ha attraversato praticamente tutte le grandi categorie dell'automobilismo dell'epoca d'oro.

E proprio in Inghilterra è nato quel soprannome destinato a diventare quasi un marchio: “Jack O’Malley”.

«Mi chiamavano come il venditore di gelati irlandese – ha raccontato sorridendo – poi quel nomignolo è diventato un marchio di fabbrica». Un soprannome che racconta anche la stima conquistata da Giacomelli in terra britannica, dove aveva scelto di trasferirsi già alla metà degli anni Settanta.

Con la McLaren arrivò persino una vettura costruita appositamente per lui. E con la March di Robin Herd visse una delle stagioni più esaltanti della sua carriera, dominando la Formula 2 europea nel 1978.

«Quella macchina l'ho creata anch'io»

Tra i ricordi più emozionanti della serata, quelli legati all'Alfa Romeo e alla monoposto raffigurata sulla copertina del libro, la 179B, la prima Alfa Romeo a effetto suolo.

«Nel 1980 partecipò al campionato del mondo – ha ricordato Giacomelli – all'inizio della stagione prendevamo quattro secondi dai primi, poi siamo migliorati tantissimo. È una macchina che ho creato anch'io in parte e che ho portato a primeggiare su tutti. Per me è stata una cosa eccezionale».

Una frase che restituisce perfettamente il rapporto che il pilota aveva con le vetture: non soltanto strumenti da guidare, ma macchine da conoscere, comprendere e contribuire a sviluppare.

«Sono uno dei pochissimi piloti che è stato in testa in tutte le categorie dell'automobilismo sportivo e in pista», ha sottolineato. E l'elenco dei suoi risultati dà sostanza alle parole: la vittoria del premio di Montecarlo, il campionato europeo di Formula 2 conquistato con otto vittorie su dodici gare, oltre ai successi con prototipi e Gran Turismo.

«Non ho rinunciato a niente»

Alla domanda su cosa abbia dovuto sacrificare per arrivare così in alto, la risposta è stata netta: «A niente». «Devi avere la fortuna di avere una passione smisurata. Io mi sono divertito, ho perseguito una strada con persistenza e determinazione».

Anche le sconfitte sono state parte del percorso. «Le ho gestite con rabbia, ma senza farne un dramma. Il nostro sport è tremendo: hai a che fare con un mezzo meccanico e non bastano le tue capacità».

Una filosofia che Giacomelli ha applicato a tutta la sua vita. «Tutto quello che ho fatto l'ho fatto step by step. Ho sempre fatto calcoli matematici prima di affrontare le cose, quindi non ho mai avuto delusioni. Non ho mai pensato di arrivare in Formula 1: gradino per gradino ci sono arrivato».

Dalla fabbrica alla Formula 1

Ed è forse qui che il libro trova la sua dimensione più interessante. Perché Continuavano a chiamarmi Jack O’Malley non è soltanto un'autobiografia sportiva. È il racconto di un uomo partito da un piccolo paese della provincia di Brescia, che prima delle piste ha conosciuto la fabbrica.

«Lavoravo in fabbrica, disegnavo rubinetti dal mattino alla sera. Fino al 1975 lavoravo in una fabbrica e costruivo gli stampi per fare i rubinetti».

Un progettista meccanico che sognava di progettare automobili di Formula 1 e che, passo dopo passo, è invece diventato pilota.

Stefano Nada ha insistito proprio su questo aspetto: «Il libro parla dell'uomo. Bruno è un uomo che dal nulla è diventato un grande campione, è l'esempio di un italiano che ha saputo costruire un impero rischiando la vita. È arrivato da un piccolo paese della provincia di Brescia ed è diventato un grande. È un libro che va dentro un personaggio».

I soldi, gli sponsor e quella Jaguar

Anche gli inizi professionali raccontano un mondo della Formula 1 molto diverso da quello attuale.

«Correre in macchina non è come il calcio – ha spiegato Giacomelli – i piloti si devono arrangiare. Non c'è il cartellino».

Il primo campionato vinto gli fruttò un premio federale di cinque milioni di lire. «Un appartamento costava sei milioni. Io quei soldi li diedi alla squadra inglese con la quale avevo vinto la Formula 3. I premi in denaro dovevano rimanere alla casa per la quale correvo».

Gli sponsor privati arrivarono successivamente. Per molto tempo sulla sua vettura comparve la scritta Marlboro. E poi, quando le possibilità economiche lo permisero, arrivò anche una Jaguar.

Dietologo, sali minerali e casco pulito da solo

La Formula 1 di Giacomelli appare lontanissima da quella di oggi. Anche nella preparazione del pilota.

«Non avevamo il dietologo. Bisognava mangiare due ore prima della gara e io mangiavo le cose che mangio ancora oggi».

E il famoso beverone di sali minerali? «Lo preparavo io». Così come «il casco lo pulivo io, le visiere me le preparavo».

Oggi, ha spiegato, molte di quelle incombenze sono affidate a strutture e personale dedicato. Allora il pilota doveva occuparsi praticamente di tutto.

E quando gli è stato chiesto dei celebri “bacini alle signorine” che nell'immaginario collettivo accompagnavano le gare dell'epoca, Giacomelli ha sorriso: «Avevi altri pensieri».

Quel gatto sulla pista

Non poteva mancare qualche aneddoto. Uno dei più curiosi riguarda una gara in Germania e un gatto nero che attraversò la pista. «Ho fatto un pensierino… ma sono passato lo stesso».

Un episodio che ha permesso di parlare anche di scaramanzia. «Non sono proprio scaramantico», ha spiegato Giacomelli, che però davanti a quel gatto comparso improvvisamente sul tracciato qualche pensiero, evidentemente, lo fece.

«Nessuno mi ha mai detestato»

E il rapporto con gli avversari? Anche qui la risposta è stata sorprendentemente serena. «Chi mi detestava? Nessuno. Ho lasciato un bel ricordo, mi hanno voluto tutti bene».

Per Giacomelli anche il sorpasso deve avere una regola fondamentale: rispetto dell'avversario. «Deve essere fatto in modo pulito, senza toccarlo». Una filosofia dello sport che sembra appartenere a un'altra epoca e che il pilota continua a rivendicare.

Il confronto con Antonelli e la nuova Formula 1

Inevitabile anche un riferimento alla Formula 1 contemporanea e al giovane talento italiano Kimi Antonelli. «È molto giovane e ha un'esperienza incredibile: ha iniziato a correre a cinque anni».

Un percorso molto diverso da quello di Giacomelli, che ha raccontato con ironia di essere stato addirittura «bocciato tre volte all'esame di scuola guida», naturalmente «per colpa dell'esaminatore».

Un padre, due figlie e un'altra grande vittoria

Dietro al pilota c'è poi il padre di due figlie, alle quali Giacomelli ha dedicato parole particolarmente affettuose. «Penso di essere stato un buon papà. Ho due figlie. Ho avuto un rapporto straordinario con loro, mi adoravano ed erano orgogliose di me».

Le figlie hanno scelto il mondo della moda, mentre Bruno è rimasto legato alla sua anima di progettista meccanico. E proprio la famiglia è una delle parti della vita raccontate nel libro, che segue Giacomelli «dalla nascita fino a quando ho smesso di correre».

«Sognavo di scrivere questo libro»

«Sognavo di scrivere un libro», ha confessato il pilota. E la sua storia, effettivamente, ha qualcosa di fuori dall'ordinario.

Una storia «sui generis», nata dalla fabbrica, passata per le categorie minori, arrivata alla Formula 1 e poi proseguita attraverso un'infinità di esperienze nel mondo delle corse.

Il titolo, Continuavano a chiamarmi Jack O’Malley, è dunque molto più di una strizzata d'occhio nostalgica alla Formula 1 degli anni Settanta e Ottanta. È il filo attraverso il quale Bruno Giacomelli torna a raccontare una stagione irripetibile dell'automobilismo e, soprattutto, se stesso.

Con una certezza che sembra essere rimasta intatta dopo una vita trascorsa a tutta velocità: la passione, la determinazione e la capacità di costruire il proprio percorso un gradino alla volta.

Laura Vignati