Cinque nuove specie di pesci fossili vissuti nel Triassico medio, tra 247 e 237 milioni di anni fa, sono state recentemente descritte da un team di paleontologi guidato dal professor Andrea Tintori. Tra i ricercatori coinvolti nello studio figura anche il luinese Massimiliano Andreetti.
La ricerca rientra nel progetto di Davide Conedera, dottorando dell’Università degli Studi di Padova, e prende avvio dai nuovi importanti ritrovamenti effettuati sul monte Civetta, nel sito paleontologico di Pelsa/Vazzoler, scoperto circa dieci anni fa proprio dal professor Tintori.
Tra le cinque nuove specie individuate ce n’è una particolarmente significativa per il territorio varesotto: proviene infatti dalle pendici che sovrastano Castelveccana. Gli esemplari studiati erano stati raccolti circa vent’anni fa da Massimiliano Andreetti e Andrea Tintori.
La nuova specie è stata denominata Placopleurus verbanensini, un nome che rende omaggio al Verbano, l’antico e tradizionale nome del Lago Maggiore. Si tratta di un neopterigio basale, un piccolo pesce che non superava generalmente i 10 centimetri di lunghezza. Nonostante le dimensioni ridotte, gli esemplari fossili presentano un livello di conservazione eccezionale.
Per comprendere l’importanza della scoperta bisogna tornare indietro di circa 240 milioni di anni, al Ladinico, nel Triassico medio. A quel tempo la Lombardia occidentale aveva un aspetto completamente diverso da quello attuale: era occupata da un caldo mare tropicale. Il paesaggio marino era caratterizzato da grandi piattaforme carbonatiche, lagune e bacini, popolati da pesci e rettili marini. Anche le aree oggi occupate dalla Valcuvia e dalla Valtravaglia, a ovest del Monte San Giorgio, facevano parte di questo antico sistema marino.
In particolare, la zona era una laguna e nelle sue parti più profonde i fondali erano privi di ossigeno: una condizione che impediva la decomposizione degli organismi e favoriva la straordinaria conservazione dei loro resti. È proprio grazie a queste particolari condizioni ambientali che oggi è possibile studiare fossili.
Altri esemplari di Placopleurus erano già noti anche dal Monte San Giorgio, il celebre sito fossilifero al confine tra Italia e Svizzera divenuto Patrimonio dell'Umanità UNESCO anche grazie agli studi condotti dal professor Tintori. Resti attribuiti a questo gruppo sono stati inoltre rinvenuti in una regione molto lontana dalle Alpi: la Cina.
La distribuzione geografica di Placopleurus è quindi particolarmente ampia e testimonia la capacità di questi piccoli pesci di diffondersi in differenti ambienti marini del Triassico medio.
Una delle caratteristiche più interessanti del genere riguarda la particolare disposizione delle scaglie sui fianchi, organizzate per la prima volta in tre file. Un elemento anatomico che contribuisce a distinguere le diverse specie e che ha avuto un ruolo importante nell'identificazione dei nuovi esemplari. Il Placopleurus rappresenta quindi un importante tassello per comprendere l'evoluzione dei pesci durante il Triassico medio.
Tra gli aspetti evolutivi più rilevanti evidenziati dallo studio vi è anche la presenza, in questo gruppo, di quello che viene considerato il più antico esempio conosciuto di coda omocerca.
La scoperta di Placopleurus verbanensini aggiunge un nuovo tassello alla conoscenza della storia geologica e paleontologica del territorio varesotto. Il Monte San Giorgio rappresenta certamente il sito più noto e prestigioso dell'area, ma i nuovi studi dimostrano come il patrimonio paleontologico della provincia di Varese sia molto più ampio.
Le valli e le montagne del territorio conservano infatti le tracce di un passato nel quale questa parte della Lombardia era ricoperta dal mare e ospitava una straordinaria varietà di forme di vita come dimostra anche il ritrovamento, studio e classificazione dello Habroichthys flaviae altro pesce fossile vissuto in quelle acque.
La nuova specie proveniente da Castelveccana ci dice che molto resta ancora da scoprire: fossili raccolti decenni fa possono conservare informazioni scientifiche di grande valore, che nuove ricerche e moderne interpretazioni sono in grado di portare alla luce.
Il Varesotto custodisce un patrimonio paleontologico di eccezionale interesse e ancora in larga parte da conoscere.
L’articolo scientifico completo è disponibile qui: https://cdnsciencepub.com/eprint/HSPERPUEABYGTWC89XIU/full