«Per questo libro deve chiedere al signor Eligio», era il ritornello delle commesse quando entravo nel negozio di Corso Roma, non ancora Moro, a cercare qualche volume particolare, di uno di quegli editori di nicchia che a Pontiggia piacevano da matti. Lui era un cervello elettronico, i libri li aveva tutti sistemati negli scaffali della memoria, uno per uno. Chiedevi e ti era dato. Se non l’aveva in carico, il libro arrivava al massimo in un paio di giorni.
Eligio Pontiggia era la sua libreria, ereditata da nonno Marco che teneva rivendita di giornali - aveva come cliente Francesco Tamagno - e l’amava come si fa con una persona cara, in negozio era ovunque e con un consiglio di lettura per tutti.
“Il Pontiggia” era anche un luogo di ritrovo, il sabato mattina, dell’intellighenzia varesina e a Eligio si illuminavano gli occhi se gli si nominava Dante Isella, suo cliente storico, con il quale pubblicò una splendida plaquette dedicata all’escursione al Sacro Monte di Domenico Balestrieri, poeta milanese settecentesco dell’Accademia dei Trasformati. Fu tra i primi a credere nell’astro nascente del racconto italiano, Andrea Vitali, da lui giudicato l’erede diretto di Piero Chiara, che ebbi l’onore di presentare un paio di volte in libreria, e all’estro creativo di Alberto Casiraghi, fondatore de “Il Pulcino Elefante”, libri fatti a mano in giornata con il contributo di poeti, scrittori e pittori di fama.
I sabati pomeriggio in libreria erano un appuntamento di culto per i lettori varesini, ed Eligio, gli occhiali a mezz’asta sul naso, girava tra gli scaffali a dare consigli e a invitare i clienti a fermarsi per la presentazione di questo o quel volume. Ricordo ancora la vecchia libreria, con il bancone della cassa in legno entrando a sinistra, presidiato dalla zia di Eligio e il silenzio quasi da sacrestia mantenuto dai clienti durante la scelta delle letture. La Varese di allora era quella dei negozi di lusso, del passeggio del sabato con le puntate da Valenzasca per il pranzo e da Zamberletti per la torta domenicale, una città dove da Pontiggia entravano oltre a Isella, Morselli, Chiara, Piovene, Testori, Emilio e Giuseppe Bortoluzzi, perché la cultura libraria e letteraria di Eligio era sterminata e il dialogo intellettuale sempre appassionante.
«Lei è il Cesarino Branduani di Varese», gli dissi un giorno, paragonandolo al leggendario libraio che a Hoepli ricordava tutto il catalogo a memoria, ma Pontiggia si schernì, rispondendomi che era soltanto un commerciante di libri, pur con migliaia di titoli disponibili e una conoscenza sterminata del mercato.
Nel 2007 mi chiamò, dicendomi di avere una notizia un po’ buona e un po’ cattiva da darmi. Mi ricevette in casa, naturalmente ubicata sopra la libreria, come usava un tempo, e con la voce già sottile un po’ incrinata mi comunicò di aver ceduto l’attività a Feltrinelli, lui libraio indipendente schiacciato dai costi di gestione e dalla crisi del libro, in un paese che conta quasi più scrittori che lettori. Ma il galantuomo uscì fuori anche in quell’occasione, perché il signor Eligio riuscì a non far licenziare alcun dipendente e a far sì che sopra l’ingresso del negozio si mantenesse la scritta dorata “Pontiggia” tuttora presente. «Non ci dormo la notte», mi confidò, «a malincuore devo passare la mano, ma mi vedrà ancora in libreria». Un altro pezzo della storia di Varese scompariva, trasformandosi in uno store, senza più quell’intimità da biblioteca che si incontrava entrando in negozio.
Settant’anni tra i libri - ora da Feltrinelli lavora la figlia Giulia, mentre Antonio è un bravo fotografo - al servizio dei lettori anche di quelli più difficili, il lascito di Eligio Pontiggia è quello di un uomo che ha lavorato per il bene della città e per la sua crescita culturale e umana, con passione e umiltà, sempre in giacca e cravatta e con un’antica cortesia ormai perduta. Ma anche oggi, se mi capita di parlare con un amico di un libro appena letto, mi viene da dirgli: «L’ho comprato dal Pontiggia», perché il cuore non cambia mai indirizzo.