Una targa e un elmetto d’oro regalati dall’Associazione Nazionale dei Vigili del Fuoco, con diversi veterani varesini accorsi a portare il proprio abbraccio e i propri complimenti. E un attestato - che reca la scritta “Eroe del Venezuela” - da far venire i brividi, firmato direttamente dalla Presidente della Repubblica Delcy Rodríguez.
Sono i segni di riconoscenza per chi non ha avuto paura di “tuffarsi” con abnegazione e professionalità dentro a una terribile tragedia, partendo dalla parte opposta del mondo per portare aiuto, conforto, presenza. Nella sede di via Legnani oggi si è festeggiato il Comandante provinciale dei Vigili del Fuoco di Varese Ciro Bolognese, appena tornato dal Sudamerica dove è stato team leader della spedizione italiana USAR, impegnata nei soccorsi necessari dopo il violento terremoto del 24 giugno che ha colpito la zona settentrionale del Paese, in particolare tra La Guaira e la capitale Caracas.
Quasi 3900 morti, 17 mila feriti e ancora decine di migliaia di dispersi: è in questo drammatico contesto che ha operato Bolognese. Nella breve intervista che segue il Comandante racconta il lavoro svolto e i momenti vissuti, alcuni dei quali molto toccanti.
Cosa vuol dire, per un vigile del fuoco abituato a intervenire in qualunque situazione, operare in una tragedia di questo tipo?
«Sicuramente lo scenario internazionale è diverso da quello nazionale, perché porta dei rischi aggiuntivi legati al fatto che si opera in un ambiente diverso dal nostro, non noto e con condizioni particolari, da quelle ambientali a quelle climatiche fino al tema della sicurezza. È stata un'esperienza sicuramente molto importante e significativa che credo tutti quanti noi porteremo per sempre nella mente e soprattutto nel cuore».
Avete ricevuto anche un riconoscimento dalle autorità venezuelane?
«Sì, abbiamo ricevuto un riconoscimento come singoli membri della squadra che si è occupata dell'attività di ricerca e soccorso in maceria e poi, come squadra e quindi come rappresentanti dell'Italia, abbiamo ricevuto la massima onorificenza concessa dal presidente incaricato del Venezuela per l'impegno che è stato profuso. Questo ci ha reso molto orgogliosi del lavoro fatto e soprattutto di aver rappresentato l'Italia all’estero».
In quali luoghi siete stati impegnati e quali sono stati i vostri compiti principali?
«Noi siamo stati impegnati nella zona maggiormente colpita, quella della periferia di Caracas verso il mare. La nostra attività è stata rivolta principalmente, nelle fasi iniziali, alla ricognizione dei siti operativi per rilevare la presenza di vittime vive ancora da soccorrere o di vittime purtroppo decedute da recuperare. Successivamente abbiamo svolto l'attività operativa vera e propria: siamo stati impegnati nella ricerca e nel soccorso in maceria su tre siti operativi differenti e abbiamo recuperato quattro vittime purtroppo decedute».
C'è un momento che le è rimasto particolarmente dentro?
«I momenti sono stati tanti. Sicuramente direi che ce ne sono stati tre. Il primo è quando, nel sito operativo in cui stavamo lavorando per cercare una vittima ancora in vita, abbiamo ritrovato tra le macerie l'immagine di Santa Barbara. Questa combinazione, questa casualità, non so come definirla, ci ha molto toccato. In quello stesso scenario si è verificata poi una scossa di assestamento molto importante che ha danneggiato il fabbricato: questo è stato il secondo evento che certamente ci ha colpito. Il terzo è stato l'ultimo recupero che abbiamo effettuato, quello di una bambina di tre anni insieme alla nonna. Sono situazioni che ti colpiscono sempre nel cuore, una volta che hai terminato il tuo lavoro di soccorritore».