Non è un super uomo, ma un uomo super.
Lui è Stefano Galante, 52 anni il 14 agosto: ovunque si giri trova «qualcosa che lo spinge oltre» grazie allo sport, una «medicina naturale che dà benessere e sposta dai problemi del lavoro, della famiglia, dello stress quotidiano». Quando gli fai notare che sulle gambe o spingendo braccia e pedali sei comunque alla mercé del... cielo, lui risponde così: «Non esistono condizioni meteo avverse, ma atleti arrendevoli». Con un valore, anzi due, a cui altri non danno peso, ma lui sì. Il primo è il "tempo" («Bisogna concedersi il tempo di adattarsi e costruire una preparazione solida. Nessuna sfida è impossibile, ma serve il giusto percorso»), il secondo è il "sorriso": «Mi piace trasmettere passione e vedere che qualcuno, grazie a questo percorso, riesce a ottenere risultati e stare meglio». Tutto questo è iniziato da una salita chiamata diabete di tipo 1. Una salita che Stefano non solo ha scollinato, ma ha messo all'inizio di un'altra salita, stavolta scelta da lui: quella dove ogni difficoltà, così come ogni traguardo tagliato, è una nuova opportunità. Siamo abbastanza certi che se oggi gli chiedessimo di cambiare qualcosa della sua vita, compresa quella sua prima salita, lui risponderebbe: «No, sono felice così». Stefano Galante, unico e inimitabile.
Quando nasce lo Stefano Galante che conosciamo oggi, cioè quell'uomo che vive per lo sport e con lo sport e che scala in bicicletta le montagne, nuota nei laghi e nei mari, corre tra boschi e sentieri senza fermarsi mai e trascinandosi dietro tutti?
«È legato alla mia condizione. Arrivavo dal mondo del basket e a vent’anni mi ammalai di un morbillo importante: da quel momento si sono bloccate le cellule beta del pancreas e sono diventato diabetico di tipo 1. Da lì ho capito che lo sport di resistenza mi portava dei benefici».
Lo hai capito da solo o qualcuno te lo ha insegnato?
«Sinceramente, l'ho capito da solo. All’inizio ho sempre rifiutato un po’ questa condizione. Ho visto che l’unico modo che mi faceva stare bene era ridurre i farmaci e gli ormoni che dovevo introdurre dall’esterno... Facendo sport riuscivo a mantenere un buon equilibrio fisico senza mettere su peso».
All’epoca a un diabetico veniva consigliata l’attività fisica?
«No, anzi: veniva sconsigliata. Ti portavano quasi a fare una vita più controllata, più sedentaria».
E tu?
«Non sono mai stato uno che ha rispettato tantissimo le regole in certe situazioni. Mi sono sempre spinto un po’ oltre».
Da quale sport sei partito?
«Dalla corsa. Era la cosa più semplice: metti le scarpe e in mezz’ora o quaranta minuti hai già fatto i tuoi cinque o sei chilometri. Oggi è una tendenza anche tra i più giovani: c'è chi invece di andare nei locali preferisce correre e poi fermarsi durante il percorso per l'aperitivo...».
Ti ricordi la prima uscita?
«Sì, il Sacro Monte. Ero sparito per mezza giornata e a casa si erano anche preoccupati perché avevo appena scoperto questo problema. In realtà ero andato al Sacro Monte e poi mi ero perso nei boschi».
Quando hai capito che non era più solo attività fisica ma uno stile di vita?
«Mi sono accorto che lasciando tante endorfine stavo sempre meglio. Era diventata una specie di droga positiva».
Dalla corsa sei poi passato alla bicicletta.
«Sì. Tramite un amico che andava in bici. La bicicletta l’ho sempre avuta, soprattutto la mountain bike, ma è diventata fondamentale quando mi sono accorto che potevo fare lunghe distanze e raggiungere posti impensabili. Da lì mi sono spinto sempre più avanti».
La prima impresa che ti è sembrata quasi folle?
«Arrivare al Lago d’Orta, salire al Passo della Colma e scendere in Valsesia. Per uno che non aveva mai fatto ciclismo su strada mi sembrava già una cosa enorme».
E poi dove ti ha portato la bici?
«Ho raggiunto lo Stelvio, il Mortirolo, il Gavia, Livigno. Sono arrivato fino al confine con la Francia, a Sanremo. Una volta ho raggiunto Piombino mentre la mia famiglia scendeva in macchina, poi ho preso il traghetto e sono andato all’Elba».
C’è un luogo a cui sei particolarmente legato?
«La Valtellina. È la mia seconda casa. Più che Livigno, Bormio a cui sono legato fin dall’adolescenza».
Come si trova sempre una nuova sfida?
«Non c’è mai limite alle sfide. Ovunque ti giri c’è qualcosa che ti spinge oltre. Bisogna però riconoscere i propri limiti. Se una persona si spinge troppo oltre senza preparazione rischia poi di abbandonare lo sport perché diventa uno sforzo enorme».
La prossima sfida?
«Sabato prossimo parteciperò alla Granfondo Livigno Alè: 160 chilometri con 4.000 metri di dislivello, affrontando Stelvio e altre salite iconiche della Valtellina».
Quando tagli il traguardo cosa provi?
«È una soddisfazione personale. Non ti confronti più con chi arriva davanti o dietro. Dici semplicemente: ce l’ho fatta anche stavolta».
Poi è arrivato anche il nuoto.
«Il nuoto lo praticavo da bambino. Sono arrivato fino al livello agonistico senza grandi risultati, poi l’ho abbandonato. Quando mi sono accorto che mi piacevano corsa e bici ho ripreso anche quello. In piscina non lo amo particolarmente, mentre adoro le acque libere. Appena posso vado al lago di Ghirla».
Corsa, bici e nuoto cosa danno di diverso?
«Stimolano gruppi muscolari differenti. Il nuoto è quasi una fase di riscaldamento. La bici è la parte meno traumatica. La corsa invece è la frazione più impegnativa e invasiva».
Ti è mai capitato di allenarti in condizioni estreme?
«Il mio motto è che non esistono condizioni meteo avverse, ma atleti arrendevoli. Recentemente sono salito sul Gavia appena dopo l’apertura e durante la notte aveva nevicato. Siamo partiti al mattino e c’era ancora neve fresca ai bordi della strada. È stata una giornata bellissima».
Hai compagni abituali di avventura?
«Sì, soprattutto Luca Beltrani, che è un altro pazzo come me. Ultimamente si sta avvicinando molto anche Alessandro Farè».
Cosa vorresti trasmettere a chi si avvicina a questi sport?
«Oggi va di moda fare l’Ironman o la maratona. Io invece consiglio un percorso graduale. Bisogna concedersi il tempo di adattarsi e costruire una preparazione solida. Nessuna sfida è impossibile, ma serve il giusto percorso».
Che valore ha lo sport dal punto di vista psicologico?
«Per me qualsiasi sport è una medicina naturale. Ti sposta dai problemi del lavoro, della famiglia, dello stress quotidiano. Ti dà benessere».
Con il caldo di questi giorni bisogna fermarsi?
«Bisogna evitare le ore più calde, questo sì. Però bisogna anche abituare gradualmente il proprio fisico alle varie condizioni. E spesso si trovano scuse: mezz’ora o un’ora al giorno per muoversi si possono trovare».
Meglio allenarsi al mattino o alla sera?
«Ogni persona ha il proprio orario ideale. In generale il mattino presto, dopo una buona colazione, probabilmente è il momento migliore».
Tra pochi giorni ci saranno quattro giornate dedicate a sport, spettacolo e divertimento all'Acinque Ice Arena, dove sei responsabile dell'area fitness (leggi QUI e anche QUI). Che significato avranno gli Acinque Summer Days?
«L’obiettivo è creare una festa e un evento che possano essere riproposti negli anni. Vogliamo avvicinare le persone alla struttura e far capire che qui si può fare di tutto: nuoto, palestra, corsi, attività outdoor, recupero infortuni e preparazione atletica».
In definitiva, cosa ti ha dato lo sport?
«Mi ha dato una marcia in più per affrontare le problematiche quotidiane. Ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace e lo sport mi aiuta ad affrontare tutto con lo spirito giusto».
Qual è oggi la soddisfazione più grande?
«Ricevere feedback positivi dalle persone. Mi piace trasmettere questa passione e vedere che qualcuno, grazie a questo percorso, riesce a ottenere risultati e stare meglio».