Diario di Bordo - 14 giugno 2026, 08:40

DIARIO DI BORDO. Ludovico e quella vita al volante del suo autobus: «Varese a volte sembra un paese, altre una metropoli»

Vi raccontiamo Varese dal finestrino di uno dei suoi pullman, quello di Ludovico Testa, decano dei conducenti di Autolinee Varesine che dal lontano 1992 percorre tutti i giorni le vie della città. Ricordi, emozioni e preoccupazioni: «Che dolcezza quel ragazzino down che saliva e si confidava ogni giorno con me a Bobbiate o quella signora che ogni sera combatteva la solitudine salendo alla fermata. Un tempo c'era più umanità, adesso tutti pretendono e si chiudono davanti al loro cellulare. La linea che unisce la città è la "E". Per fare questo lavoro servono pazienza e autocontrollo»

Ludovico Testa, una vita su e giù per Varese alla guida del suo autobus

Inizia oggi il nostro viaggio alla scoperta di Varese da una "vetrina" privilegiata, quella degli autobus di Autolinee Varesine. Ogni mese vi racconteremo la nostra città attraverso un viaggio, una testimonianza, una storia nata sui mezzi pubblici che la attraversano tutti i giorni, portando con sé vite, esperienze ed emozioni. 

«Varese a volte sembra un paese, altre volte Milano». Il diario di bordo di Ludovico Testa parte da lontano, da inizi anni Novanta, quando si mise per la prima volta alla guida di un autobus di linea dell'allora Avt, oggi diventata Autolinee Varesine. Una vita nel traffico, tra volti e tabelle da rispettare, perché questa città «alcune mattine è un'oasi di tranquillità, ma altre all'improvviso si trasforma in una metropoli».

Sono passati più di trent'anni da quel  5 ottobre 1992 quando, con tanta emozione, si mise per la prima volta dietro al volante.  Dal parabrezza del suo autobus Ludovico ha visto cambiare la città e anche i varesini. Ce lo racconta in questa intervista piena di umanità, aneddoti e di quella autenticità di chi, come lui, è al servizio dei cittadini seguendo sempre una regola d'oro, insegnatagli quando iniziò questo lavoro: "Sul tuo autobus saliranno galantuomini e delinquenti, tu dovrai saper fare la cosa giusta con tutti". E così è stato. 

Ludovico ricorda, con affetto e dolcezza, quel ragazzo down insieme alla mamma che saliva tutti i giorni sull'autobus a Bobbiate e gli sedeva accanto, scambiando con lui racconti di vita e confidenze. Ricorda quella signora elegante che al capolinea di Capolago apparecchiava con piatti e posate un sedile nella sua tavola da pranzo, prima di ripulire tutto dopo il suo silenzioso, e bizzarro, pasto. Ma ricorda anche la paura per le aggressioni, la maleducazione di chi prende a calci un mezzo che è un luogo di tutti, l'indifferenza di persone perse davanti allo schermo di un telefono.

Poi c'è la sua - la nostra - città. Una città che è unita come un filo rosso da una linea, la E, che da Bizzozero a Masnago tiene insieme quartieri, persone, luoghi e vite. «Una volta impiegai un'ora e un quarto dalla fine di viale Borri a piazza Monte Grappa. Meno male che oggi c'è la rotonda di largo Flaiano...». Ma c'è anche la bellezza della fermata alla Schiranna, dove il lago incontra il cielo ed è «uno spettacolo da ammirare». A due anni dalla pensione Ludovico ha imparato che per fare questo mestiere serve carattere e, soprattutto, «pazienza e autocontrollo». Doti che lascerebbe come testimone ai ragazzi che si avvicinano a questo lavoro. E non solo.

Ludovico Testa, una vita alla guida degli autobus di Varese. Lei ha iniziato nel 1992. Si ricorda come è arrivato a questo lavoro?
«Avevo le patenti sia per i camion che per i pullman ed è uscito il concorso in AVT, un posto ambito perché ai tempi era comunale. Ho fatto il concorso e sono entrato».

Si ricorda il primo giorno di lavoro?
«Sì, il 5 ottobre. L'emozione c'era, eccome (sorride, ndr). Ma dopo un affiancamento di circa cinque giorni sono andato da solo. E non ho più smesso...».

Che cosa l'ha convinta a rimanere in questa professione per tanti anni?
«Mi sono trovato bene. L'azienda era valida, tutto funzionava bene. E quindi sono ancora qui».

Com'è cambiato il rapporto con i passeggeri in questi anni?
«È cambiato molto, anche perché l'utenza e il traffico sono cambiati. Prima c'era una sorta di rispetto reciproco: i problemi ci sono sempre stati, però c'era un rapporto diverso».

In che senso?
«I passeggeri erano più tolleranti, meno aggressivi, probabilmente meno stressati. Prima si sentivano parlare i dialetti, lombardo, campano, siciliano. Adesso invece si sentono le lingue di tutto il mondo».

Che città era la Varese che ha conosciuto nel 1992 e che città è oggi vista dalla cabina di guida?
«C'è molto più traffico rispetto a un tempo. Oggi sulle strade diventa tutto più difficile quando devi rispettare una tabella e cercare di arrivare puntuale ad ogni fermata: diventa una sfida, non sempre facile da vincere».

Il lavoro è più stressante?
«Sì. Per il traffico, per il rapporto con i clienti e per i tempi di percorrenza. Con il traffico si fa molta più fatica a tenere la frequenza esatta. Spesso siamo in ritardo, la gente si lamenta e quindi...».

Che cosa è migliorato invece rispetto agli inizi?
«I mezzi sono migliorati molto. Prima c'era il cambio, adesso sono tutti automatizzati e, soprattutto, hanno l'aria condizionata. Dal punto di vista della fatica fisica è un'altra cosa».

C'è ancora qualcuno che le fa un complimento o le dimostra rispetto per il suo ruolo?
«A tutt'oggi c'è gente che spende per noi belle parole, un sorriso, un gesto gentile. Spesso si tratta di persone anziane. Devo riconoscere però che prima capitava più spesso... diciamo che la gente oggi per prima cosa pretende».

Ricorda una persona incontrata sul pullman che le è rimasta nel cuore?
«Ricordo con molto affetto un ragazzino down, simpaticissimo, che tanti anni fa saliva insieme a sua madre alla fermata di Bobbiate e si metteva sempre davanti vicino a me. Eravamo sulla linea N. Ci piaceva parlare insieme, scambiare qualche confidenza. Per diversi anni mi ha "accompagnato" nel mio lavoro, poi non l'ho più visto. Era una di quelle persone che incontri con piacere. Che lasciano il segno e ti toccano l'anima».

E invece un episodio curioso o divertente che non dimentica?
«Ricordo una signora elegante al capolinea di Capolago. Verso mezzogiorno, puntualmente, apparecchiava il sedile di fronte e si metteva a mangiare tranquilla con le sue posate. Non di plastica, proprio di metallo. Avevamo una sosta e lei si faceva il suo pranzo. Poi però ripuliva e lasciava tutto in ordine».

Le è mai capitato di fare anche un po' da psicologo?
«Sì. Mi è capitata una signora su una notturna fino alle undici. È salita verso le otto e mezza e mi ha detto: "Autista, io sto su con lei perché non so cosa fare tutta la sera". Si è messa a parlare, poi è scoppiata a piangere e mi ha raccontato la sua vita».

Oggi succede ancora?
«Molto più raramente. Adesso il rapporto è più distaccato».

E a volte purtroppo rischioso: ha mai vissuto situazioni difficili o pericolose?
«Sì. Ho subìto due aggressioni. Sette-otto anni fa sono stato aggredito da una persona che aveva problemi psichici».

E l'altra?
«C'era un uomo che saliva con quattro o cinque cani liberi. Una volta, due, tre volte. Gli ho detto che non poteva continuare così, ma lui ha reagito in malo modo. Mi ha tirato calci e pugni sulla porta di vetro. Ho bloccato l'autobus, chiamato i carabinieri e aperto le porte per farlo uscire. Poi ha capito che stavo aspettando la pattuglia e si è dileguato».

Come si gestiscono situazioni del genere?
«Devi intervenire per forza se vedi maleducazione, piedi sui sedili, cuffie troppo alte. Però cerchi anche di bypassare perché sai che vai allo scontro e non sai mai cosa può succedere».

Questi episodi sono frequenti?
«Vanno a periodi. Ce ne sono sono alcuni tranquilli e altri in cui succedono abbastanza frequentemente».

Qual è stata la giornata più difficile che ricorda?
«Una volta ci ho messo un'ora e dieci minuti per fare Bizzozero-Varese. Mi è rimasta impressa. Non c'erano incidenti, era semplicemente tutto bloccato dal traffico».

E le situazioni particolari, magari con la neve?
«Quelle sono davvero difficili. Quando devi scendere da San Fermo devi tenere i nervi saldi. Non puoi permetterti la minima distrazione. La cosa più difficile è valutare gli altri veicoli. Una volta che sei partito, sei partito e in quelle condizioni fermarsi non è sempre così semplice... Devo dire che da quando vige l'obbligo di pneumatici invernali però la situazione è migliorata e la sicurezza è aumentata».

Le è capitato di assistere sulla strada a qualche episodio che l'ha colpita profondamente? 
«Più di dieci anni fa, davanti ai licei di Masnago. Effettuo la fermata, una ragazza scende e viene travolta in pieno da un'auto che aveva superato il pullman. Ho telefonato io alla madre della ragazza per tranquillizzarla, aspettando i soccorsi e tutto quanto. La scena in sé non era stata bella».

Se dovesse raccontare Varese attraverso una sola linea urbana, quale sceglierebbe?
«La linea E».

Perché?
«Perché collega l'asse principale della città: ospedale, università, stadio, palazzetto. Unisce diverse realtà, tenendo insieme quelli che sono un po' i simboli di Varese e dei suoi abitanti».

Largo Flaiano ha migliorato la situazione del traffico?
«Sì, ha migliorato parecchio. Le code fino alla Bassani ormai sono più rare. Rispetto a prima va meglio».

Come guidano i varesini?
«Non sono il massimo della disciplina (sorride, ndr), ma del resto come in tutte le altre città. Non peggio e non meglio. Però gli automobilisti che guidano parlando al telefonino non si contano. E poi ci sono quelli che vanno in monopattino: purtroppo devo dire che sono piuttosto indisciplinati: saltano giù dai marciapiedi all'improvviso, attraversano di colpo, vanno contromano. Pensano di essere su un mezzo che può fare quello che vuole. Non si rendono conto dei rischi che corrono».

Ha una linea del cuore?
«La Z, perché mi porta tra la quiete e il paesaggio di Bregazzana».

E un luogo che le piace particolarmente raggiungere?
«Quando arrivo giù al lago, alla Schiranna. È una bella immagine, una bellissima cartolina molto piacevole da ammirare».

Che messaggio darebbe ai giovani che vede ogni giorno sugli autobus?
«Di guardare meno il telefonino, di comunicare tra loro. Ma quello ormai è una droga anche per gli adulti».

Che immagine di Varese porta con sé dopo tutti questi anni?
«Varese ha due immagini: o è completamente tranquilla o è un caos. E me le porto tutte e due. Di colpo passa da una situazione all'altra. Diciamo che a volte sembra ancora un paese, altre volte sembra di essere a Milano. E il bello è che non si capisce come si passi da un estremo all'altro. In questa città è difficile prevedere il traffico».

La famiglia quanto ha condiviso di questo lavoro?
«Molto. Mia moglie Morena mi ha sempre sopportato. Non è sempre facile: è un lavoro con orari completamente sballati, il weekend praticamente non esiste. È un sacrificio anche per la famiglia. Nei primi tempi inevitabilmente portavo a casa i problemi del lavoro. Adesso ho capito che non si può fare: stacco qui e non parlo più di niente».

Che consiglio darebbe a un ragazzo che volesse fare l'autista?
«Pazienza infinita e autocontrollo in mezzo alla strada».

Andrea Confalonieri e Bruno Melazzini