Torna l'appuntamento con la rubrica dedicata alla storia, agli aneddoti, alle leggende e al patrimonio storico e culturale di Varese e del Varesotto in collaborazione con l'associazione La Varese Nascosta. Ogni sabato pubblichiamo un contributo per conoscere meglio il territorio che ci circonda.
La Rocca di Caldè: la fortezza leggendaria che ha dominato il Lago Maggiore per mille anni.
Sullo sperone roccioso che domina il lago, dove il vento porta ancora il sapore di antiche battaglie, sorgeva la Rocca di Caldè, nota nei manoscritti più antichi come Rocca di Travaglia o Castello di Veccana.
Non era solo una fortezza: era il cuore visibile di tutta la Valtravaglia, il punto di riferimento per torri, posti di guardia e anime spaventate che cercavano salvezza.
La sua storia affonda le radici in un passato lontanissimo. In origine era un massiccio torrione longobardo, eretto per difendere le strade che scendevano dai passi alpini. Ma fu nel X secolo, sotto la furia delle invasioni ungare, che quel torrione divenne qualcosa di più grande: un castello quasi inespugnabile, rifugio di interi paesi.
Immaginate il 962.
Le acque del Verbano si tingono di rosso. Tra Caldè e Germignaga si combatte una battaglia navale feroce: la flotta di Ottone I sconfigge quella dei difensori. Due anni dopo, nel 964, dopo un assedio lunghissimo e sanguinoso, le truppe tedesche dell’Imperatore, affiancate dalle milizie dell’arcivescovo di Milano Valperto Medici, prendono d’assalto la rocca. Guido e Adalberto, figli di Berengario II, combattono l’ultima, disperata resistenza per un regno d’Italia libero. La sconfitta è amara. La rocca cade.
Ottone I, da vincitore, concede il castello di Travaglia insieme a Brebbia e altre fortezze proprio all’arcivescovo Valperto come ricompensa per la fedeltà. Da quel momento la Valtravaglia passa sotto il dominio degli arcivescovi di Milano, che vi costruiscono anche un sontuoso palazzo. La posizione strategica, con il promontorio e l’approdo sottostante, permette loro di controllare tutto il traffico sull’alto lago. Un potere enorme.
Nei sotterranei umidi e bui di questa rocca, durante la drammatica “Guerra dei preti”, i patari nascondono il corpo di Arialdo da Cucciago. Un luogo che ha custodito segreti e cadaveri di martiri.
Fu l’arcivescovo Ottone Visconti a trasformare definitivamente il torrione in un vero castello: un Maschio imponente con cappella dedicata a San Tommaso, affiancato dal nuovo Domignono in alto e dal Palatium vecchio sul “pian del brug”. Mura perimetrali seguivano l’andamento della roccia, con camminamenti, cisterne, porte fortificate. Ai piedi del promontorio, un fossato irto di pali appuntiti (“bozorada”) e siepi spinose rendeva l’assalto un incubo. E proprio lì sotto, le fornaci di calce fumavano da secoli, fonte preziosa di ricchezza.
Per secoli la Rocca di Caldè fu il simbolo del potere arcivescovile su tutto il Luinese e la Valtravaglia. Ma la storia è fatta di tradimenti e ambizioni. Alla morte dell’arcivescovo Giovanni Visconti nel 1254, i confini tra Chiesa e potere laico si fanno confusi.
I Visconti le “Vipere gentili” salgono.
Nel 1314 Matteo I Visconti riconquista il castello per uso personale, usurpando beni della Chiesa. Per questo viene scomunicato dall’arcivescovo Cassone Della Torre. Da quel momento il castello smette di appartenere alla Curia e passa sotto il diretto controllo ducale.
All’inizio del Quattrocento i Visconti lo affidano ai Franchignoni da Cecina, insieme al castello di Locarno. Questi signori diventano presto arroganti e briganteschi: nel 1406 arrivano a rifiutare i messi ducali e minacciano di gettarli nel lago. Poi arrivano i Rusca. Duri, autoritari.
Lotario Rusca, nel 1416, diventa il primo vero feudatario della Valtravaglia. Popolo e signori vivono in un rapporto fatto di tensioni e rivolte.
Il destino della rocca si compie all’inizio del Cinquecento.
Nel 1510 i Confederati Svizzeri invadono la zona. Nel 1513, dopo aver sconfitto i francesi a Novara, gli svizzeri, per assicurarsi le spalle, decidono di cancellare ogni possibile resistenza: distruggono sistematicamente tutte le fortificazioni della Valtravaglia e della Valcuvia. La Rocca di Travaglia viene rasa al suolo. Solo i castelli di Bellinzona vengono risparmiati perché occupati stabilmente.
I ruderi che restavano in cima al promontorio furono sgomberati soltanto nel 1920 per far posto al Monumento ai Caduti. Oggi il borgo ai piedi della rocca si chiama ancora “Castello”, e la piccola chiesa di Santa Veronica, che risale probabilmente al 1200, ricorda silenziosamente il tempo in cui armigeri, serventi, pastori e contadini pregavano all’ombra delle mura.
La Rocca di Caldè non c’è più. Ma il suo spirito rimane inciso nella roccia, nel lago e nella memoria di chi sa ascoltare il vento che soffia sullo sperone. È la storia di un luogo che ha visto imperi nascere e cadere, di uomini che hanno combattuto per la libertà e per il potere, di un castello che fu orgoglio, rifugio e, alla fine, vittima della storia stessa.
Una sentinella di pietra che, anche da rovine, continua a vegliare sul Verbano.
Davide Sottocasa