Storie - 01 giugno 2026, 15:43

Il "miracolo" delle amarene di Varese, l'oro rosso che fa bene alla salute e al palato ma che non va più di moda

Tutto è capitato una mattina della scorsa settimana, quando in corso Matteotti, mentre cercavo come un rabdomante questo frutto ormai d'epoca, incrocio Eugenio Dall’Ova... Domenica mattina il lieto fine: suona il campanello ed ecco un magnifico cestino con tanto di guarnizione floreale: «Vengono da Casbeno, sono di una signora a cui è rimasta una sola pianta. Le dona soltanto a pochissimi». E il miracolo delle cose d'altri tempi si compie

Tutto è capitato una mattina della scorsa settimana, quando in corso Matteotti, di ritorno dal giro mattutino in bicicletta, incrocio Eugenio Dall’Ova, anche lui su due ruote, l’immancabile camice giallo canarino e una consegna da fare al volo. Alla sua tenera età mantiene ancora una passione sviscerata per il lavoro e sono in molti a rimpiangere il negozio di viale Milano, con vetrine coloratissime e frutta e verdura disposte come opere d’arte.

Ogni primavera cerco come un rabdomante le amarene, ormai una frutta d’epoca, troppo verace e anomala nel nostro mondo perennemente “fuori stagione”, che chiede le fragole e i lamponi a dicembre e importa i limoni dal Cile, con assurdi sprechi energetici. 

Le amarene sono di nicchia, per pochi intenditori, anche per il gusto acidulo e la polpa morbidissima, rimangono patrimonio di ditte che le usano per gli sciroppi oppure per il maraschino o il celebre “Sangue Morlacco”, uno cherry fatto con le marasche e così battezzato nientepopodimeno che dal vate d’Annunzio.

A Varese niente amarene, ma l’Eugenio mi dà una soffiata: «Ne ha un po’ Roberto di via Veratti, ma non ti preoccupare, te le trovo io». Sono sicuro al mille per mille che le troverà, come quando in negozio mi procurò le “barbe”, in pratica la scorzonera amara, che ha forti proprietà disintossicanti e viene cucinata fritta con la pastella nella Toscana settentrionale.

Le amarene sono un toccasana, meno zuccherine delle ciliegie, contengono vitamina C e antociani che combattono lo stress ossidativo e l’infiammazione, sostengono il sistema cardiovascolare regolando la pressione arteriosa e sono una fonte naturale di melatonina, l’ormone che regola il ciclo sonno-veglia, e poi aiutano la digestione. Ricordo anni fa il pasticcere Reggiori, con laboratorio vicino ai Vigili del fuoco, sfornare fantastiche crostate di amarene, ma oggi questa frutta, come del resto le bacche dei gelsi, i “murun”, con le quali qualche illuminato faceva il gelato, non è più di moda, anche per il facile deperimento. Le marasche vanno infatti gustate appena raccolte, ancora calde di sole e profumate.

La favola ha un lietissimo fine, perché domenica mattina il campanello di casa suona e naturalmente chi c’è se non Eugenio con la moglie Michela, e lui ha tra le mani un magnifico cestino con tanto di guarnizione floreale di petunie nane. Sotto, l’oro rosso, meravigliose amarene da mangiare avidamente, perché, come le ciliegie, una tira l’altra.

«Vengono da Casbeno, sono di una signora a cui è rimasta una sola pianta. Le dona soltanto a pochissimi», dice Eugenio e sua moglie conferma la rarità delle amarene, «ormai frutta di una volta, dei nonni». In casa mia, fanno pendant con la “rusumada”, il caffè macinato col macinino a mano e “messo su” con la “napoletana”, l’aglio ursino e le ortiche nell’insalata, o la borraggine nei ravioli, cose d’altri tempi ma piene di virtù. E, pensate, a Casalzuigno, l’amico Gaetano mi ha regalato perfino i “murun”!

Mario Chiodetti