Storie - 31 maggio 2026, 20:00

Il tenente colonnello che scrive a mano: le tre vite di Giorgio Dalceri, autore del romanzo "Rispettabilità altomilanese"

Di giorno ufficiale dell’esercito, di notte scrittore chino sui suoi quadernetti neri. Giorgio Dalceri, 44 anni, racconta l’animo dell’uomo, l’anima di Busto Arsizio e il bisogno di scrivere lontano da computer e intelligenza artificiale. Una passione nata in un momento difficile e diventata terapia, romanzi e storie capaci di conquistare anche i detenuti del carcere cittadino

Di giorno indossa la divisa da tenente colonnello, la sera riempie quadernetti neri di parole, cancellature e pensieri. Non usa il computer, non si affida all’intelligenza artificiale, non detta frasi a un software. Giorgio Dalceri, 44 anni, milanese residente a Busto Arsizio, scrive ancora a mano, come si faceva una volta. «Perché con il computer non riesco a slegare il pensiero», racconta. «Scrivere a mano significa slegare i pensieri, lasciare libera la mano».

Ed è forse proprio questa immagine — un ufficiale dell’esercito che, dopo le missioni internazionali e le giornate scandite dalla disciplina militare, passa le notti chino sui suoi taccuini — a raccontare meglio di qualsiasi definizione chi sia davvero Giorgio Dalceri: un uomo diviso tra tre vite, quella familiare, quella professionale e quella letteraria.

Padre di due bambine di 3 e 6 anni, sposato, una carriera nelle forze armate costruita tra Afghanistan, Kosovo, Iraq e Nato, Dalceri scrive quasi sempre dopo le 22, quando la casa si addormenta. «Spesso vado avanti fino all’una di notte».

La scrittura, però, non nasce da un sogno adolescenziale. «Io faccio parte della casta dei lettori, non degli scrittori», precisa. Tutto cambia grazie a Francesca Cramis, avvocatessa bustocca conosciuta in un periodo difficile della sua vita. «Scrivevo qualche pamphlet, lei mi incoraggiò a continuare. Mi interessava la sua storia, vedevo i suoi fascicoli e così nacque il primo libro».

Da quell’incontro prende forma “Frenny”, il racconto della vita professionale e personale dell’avvocata penalista Francesca Cramis, arrivato a tre ristampe. Un successo costruito sul passaparola e sulla forza di una storia fuori dagli schemi: «Il libro è piaciuto perché raccontava anche gli inizi difficili, quando lei aveva iniziato a fare l’avvocato».

Poi arrivano altri lavori: sulle Bestie di Satana, i casi di Santa Puglia e Ugo Cariddi, fino a “Rispettabilità altomilanese”, pubblicato nell’ottobre 2025 da Macchione Editore e andato esaurito in poche settimane. Duecento copie “volate via” prima di Natale.

Un romanzo nato dall’amore per Busto Arsizio. «È il posto più bello del mondo», dice senza esitazioni. «Qui la gente non si vergogna di raccontarti la propria vita. C’è una coesione sociale che a Milano manca completamente».

Nel suo libro convivono mondi opposti: professionisti, famiglie benestanti, persone fragili, quartieri popolari e vite ai margini. «A Busto Arsizio possono convivere nello stesso quartiere persone con milioni di euro e persone in difficoltà. È una terra fertile per l’ispirazione».

Il suo metodo di scrittura è quasi artigianale. Parte dagli autori che ama — Kafka su tutti — e da suggestioni letterarie precise. «Leggi “Il processo”, leggi “Lettera al padre”, trovi il nucleo della famiglia. Io ho invertito i ruoli: nel mio romanzo è il padre che si rivolge al figlio chiedendogli dove ha sbagliato». Poi arriva l’ambientazione, Busto Arsizio e infine la storia prende forma da sola. «So come inizia e come finisce. Tutto quello che c’è in mezzo nasce strada facendo».

Dietro quelle pagine c’è però anche un uomo che ha visto la guerra da vicino. Dalceri entra nell’esercito in una stagione storica segnata dall’11 settembre. «La mia generazione si è trovata davanti a un Paese che chiedeva di andare in Afghanistan. Pensavamo che il mondo dovesse essere un posto meraviglioso e invece siamo entrati in una guerra dopo l’altra».

Afghanistan a vent’anni, poi ancora a 27 e 28 anni, quindi Kosovo e Iraq. «Sono stato fuciliere, ufficiale di fanteria. Ho vissuto all’estero fino ai 35 anni». Negli ultimi sette anni ha lavorato alla Nato di Solbiate Olona e a settembre potrebbe arrivare una nuova destinazione.

La scrittura, racconta, è stata anche una terapia. «Mi ha aiutato Francesca a capire che poteva diventare qualcosa di più». E oggi quella voce arriva persino dentro il carcere di Busto Arsizio, dove i suoi libri sono diventati richiestissimi nella biblioteca interna. «I detenuti si sono appropriati dei miei libri e li voglio ringraziare».

Per loro ha scritto anche “La patria degli onesti”, un testo che riflette sul significato dell’errore e della responsabilità. «In chi ha sbagliato sento spesso più onestà che altrove. Alcuni detenuti hanno il coraggio di ammettere un fallimento e chiedere scusa. Non è una cosa da poco».

E mentre il mondo corre verso algoritmi e automazione, Dalceri difende con forza la scrittura umana. Sull’intelligenza artificiale non ha dubbi: «Per lo studio è uno strumento straordinario, perché dà accesso a tantissime informazioni. Ma nella scrittura andrebbe abolita. Uccide l’ingegno, la creatività, l’intelletto, l’estro. Rischiamo di leggere libri tutti uguali».

Per questo continua a scrivere come ha sempre fatto: a mano, nei suoi quadernetti neri, tra una cancellatura e una frase riscritta. Perché certe storie, prima ancora di essere raccontate, devono passare attraverso la pelle.

Laura Vignati