La vera consolazione di questa domenica che ha infradiciato - per il tramite della pioggia bianconera - i sogni di gloria sta, come sempre, nel pensiero razionale: non li ha persi oggi i playoff la Varese di Ioannis Kastritis.
Del senno di poi son piene le fosse, ma in quelle biancorosse ci sono i rimpianti a far buona compagnia. C’è l’imbarazzo della scelta se ci si vuol cimentare nel gioco che mira a contare le occasioni perse per strada: le sei sconfitte su sette partite iniziali, a pagare forse a prezzo fin troppo caro l’unico, vero, clamoroso errore del mercato estivo, Moody; la stoppata di Biligha su Iroegbu a Tortona, il no show casalingo contro Udine, il finale pieno di dabbenaggine di Treviso, la “gita” a Napoli, il fallo di Stewart a Trieste, il derby di ritorno…
Chi vuole si diverta a contare, ma sappia che c’è una forza superiore che tutto rende inutile: il destino. E il destino si accetta quanto lo si costruisce con il proprio valore. E allora conviene scriverla cruda: la Openjobmetis, evidentemente, non vale più di questo nono posto, o almeno non è stata capace di dimostrarlo.
Finisce una stagione, non a mani vuote però. Sarebbe disonesto non riconoscere a chi ha diretto e scelto e a chi è andato in campo quei miglioramenti rispetto al recente passato certificati non solo dai punti e dalla classifica: piombata in un’era tecnica cupa, sbagliata e pericolosa, Varese quest’anno ha almeno ritrovato dignità, competitività, orgoglio e una base di senso che non è mai andata a smarrirsi, nemmeno nei momenti peggiori. Lo ha fatto affidandosi completamente a un allenatore, per la prima volta da quando Attilio Caja è stato cacciato in un pigro pomeriggio di settembre lasciando un vuoto che i credi religiosi più o meno imposti dall’alto e presi aprioristicamente non hanno certo colmato: Kastritis è stato il simbolo di una crescita, nel bene e nel male, che però a un certo punto si è arrestata, forse per limiti oggettivi, forse perché anche coach K. non è stato perfetto. Dietro di lui arriva chi l’ha seguito, un gruppo in cui un po’ di talento è stato finalmente distribuito - che gioia per gli occhi che è stato Nkamhoua… Che bravo che è stato Iroegbu… - grazie ad acquisti che sono anche - almeno parzialmente - riusciti a rovesciare il senso delle priorità e delle urgenze (vedi Renfro, positivo ma in calando nel finale).
Altrettanto disonesto sarebbe non notare che non tutto è filato via liscio, che nulla è stato davvero memorabile e che di errori ne sono stati commessi. Come scritto poco sopra, la Openjobmetis 2025/2026 ha incontrato dei limiti invalicabili: è rimasta la peggior squadra offensiva della Serie A, è stata ahinoi catastrofica a rimbalzo, non ha mai scovato una solida continuità, è spesso passata - senza avvisaglie - dalla concentrazione alla farfalloneria in un batter di ciglia, ha tenuto un Freeman inutile dall'inizio alla fine. E potremmo continuare per righe intere.
La storia sarà magistra vitae? Sarebbe d’uopo…
In attesa di scoprirlo, questi playoff sfumati ci ricordano soprattutto che i salti di qualità sportivi valgono il prezzo di lacrime, sangue e tanto tempo, soprattutto per una società come quella diretta da Luis Scola, per la quale i risultati del campo sono davvero l’ultima cosa e la più lontana (e difficile) da raggiungere in quella parabola che mira alla sopravvivenza, all’autosufficienza, al futuro.
E questo è sano, non sbagliato, anche se ammettiamo sia difficile da accettare per quei cuori - tutti i nostri - gonfi di passione e agognanti perennemente la vittoria. Ogni maledetta domenica.