Olivier Nkamhoua già a Barcellona, capitani sbattuti in prima pagina due giorni prima della gara più importante della stagione (Librizzi è interessato alla NCAA? Ma va? Che poi onestà vorrebbe che si aggiungesse che il ragazzo non ha ancora scelto davvero cosa fare del proprio immediato futuro…), notiziole di mercato a riempire colonne fameliche di inchiostro che altrimenti rimarrebbe più vuote di un pozzo nell’altopiano del Burundi.
È iniziato il solito giochino dell’estate, più noioso di certi sudoku, ma chi lo porta avanti e chi gli va dietro con la stessa mortale curiosità di un boccalone del lago di Pusiano forse non si ricorda che l’estate dalle parti del Campus e per i tifosi della Pallacanestro Varese stavolta non è ancora iniziata: non tenerne conto è una mancanza di rispetto infinita nei confronti di chi gioca e di chi tifa.
Chi ama il biancorosso merita un brivido dopo anni di atarassia, pur nella consapevolezza del valore reale dei playoff eventualmente conquistati da ottavi (con la quota di raggiungimento più bassa di sempre) e senza alcuna ragionevole speranza di fare strada durante gli stessi: merita di riprovare dentro le proprie viscere quell’atmosfera da dentro o fuori che toglie il respiro, merita di illudersi almeno per una sera di calcare il palcoscenico dei più grandi, merita infine e in particolare di vivere l’avvicinamento verso il match decisivo contro la Virtus Bologna di domenica alle 17 senza che nessuno inquini il dolce, palpitante e anche un po’ terrorizzante sapore dell’attesa che sale al palato in occasioni come queste.
«E se ci andremo ce li saremo meritati anche noi» esclama giustamente Ioannis Kastritis dopo l’allenamento del venerdì. Già. La sua Openjobmetis, così umile, sudata, orgogliosa e fragrante negli sforzi messi per combattere il mostro dell’imperfezione, arrivata dove nessuna Varese negli ultimi otto anni è arrivata: «A fare bilanci aspettiamo però anche l’ultima partita - continua coach K., senza perdere la consueta “calma” - Siamo padroni del nostro destino e questa è già una gran cosa: essere lì, lottare fino all’ultimo per un obiettivo è la cosa più importante. Non voglio parlare oggi come se finisse la stagione perché la stagione non è finita, ma l’andamento del nostro campionato dimostra che abbiamo costruito una cultura, e questo è l’aspetto più importante. E per me è stato cruciale e fondamentale che, durante i tanti alti e bassi avuti, abbiamo mantenuto la nostra unità, abbiamo mantenuto la fiducia nel nostro roster. Siamo tra le squadre che non hanno fatto molti cambiamenti, se escludiamo l’inizio e siamo rimasti tutti insieme, combattendo tutti insieme, dimostrando che in questo modo possiamo far funzionare le cose».
«Se poi non arriveremo alla post season - continua l’allenatore greco - significa che avevamo bisogno di qualcosa in più ancora: solo se raggiungeremo i playoff significherà che ce li saremo meritati davvero».
Mentre Kastritis parla, vicino a lui c’è Tazé Moore con una borsa del ghiaccio sul piede. Problemi? «Non penso sia qualcosa di serio. In generale Taze ha un po’ di irritazione derivante dal suo infortunio precedente alla partita contro Cantù: stiamo semplicemente gestendo questa situazione» rassicura Kastritis, che poi - stimolato sul punto - commenta anche la sua candidatura a coach of the year: «La cosa più importante è che la squadra abbia una stagione di successo e, ovviamente, se c’è qualche tipo di riconoscimento per lo staff, non ha nulla a che vedere con il successo individuale. Anche se questa è una candidatura per me o per un giocatore, è una grande ricompensa, diciamo, per il lavoro di squadra e per lo sforzo che tutti hanno messo durante tutta la stagione».