26 aprile 1986: esattamente 40 anni fa esplodeva il reattore quattro alla centrale nucleare Vladimir Ilic Lenin, vicinanze di Pripyat, allora Unione Sovietica, oggi Ucraina. All’inizio ci fu la paura, giustificata ed estesa su scala come minimo continentale. Poi arrivò il tempo della preoccupazione e delle ricostruzioni, via via più dettagliate, con l’emersione degli errori, degli orrori, dei gesti eroici e fatali. Infine subentrò la sedimentazione. E sui fatti di Chernobyl incominciò a depositarsi polvere. Intanto, però, Antonio Tosi, il Pedèla, iniziò, con Aubam, quella che per un certo periodo fu un’azione diffusa e condivisa, in Italia e altrove: l’accoglienza di bambini provenienti dalle regioni più interessate dalle radiazioni, allo scopo di garantire stacchi salutari da un ambiente compromesso. La missione, nel caso di Aubam, prosegue. Nonostante le bombe che oggi grandinano in Ucraina, a Busto la polvere non ha velato il ricordo di Chernobyl.
«In Ucraina sono andato parecchie volte. E una quindicina di anni fa, con mia moglie, Antonella, ho visitato i luoghi dell’incidente». Tosi, nell’anniversario del peggiore disastro nucleare della storia (le bombe atomiche non possono essere considerate incidenti) rievoca con frasi brevi, telegrafiche. E spiega il motivo dei pensieri spezzettati, lui che con tante persone colpite direttamente o indirettamente dalla tragedia ha intessuto legami: «Il giorno in cui sono stato a Chernobyl avevo le lacrime agli occhi. Mi ero portato la Nikon. Ma non sono riuscito a scattare neanche una foto. Quei luoghi li rivedo anche adesso, senza bisogno di immagini che me li ricordino. Li ho davanti, letteralmente».
Emozioni forti, a dispetto di una visita in qualche modo ridimensionata rispetto ai programmi iniziali: «In generale, l’inquinamento da radiazioni non è cessato. Nel periodo del disastro si aveva ben presente che le conseguenze sarebbero durate a lungo, si facevano calcoli, si discuteva. Oggi ce lo siamo quasi dimenticato ma se vai da quelle parti... E poi, banalmente, pioveva. Acqua e fango, là, sono pericolosi per la salute».
Fra i ricordi più forti, inevitabilmente, quelli legati ai morti: «C’è, per esempio, un monumento dedicato ai soccorritori, ai Vigili del Fuoco, ai cosiddetti liquidatori. Persone che sacrificarono la vita, che soffrirono... Lo ammetto, avendo fatto quell'esperienza diretta, non sono riuscito a vedere la famosa serie sul disastro. Mi dicono che è ben fatta. Quindi sarebbe stata un altro pugno allo stomaco».
Aubam si appresta ad accogliere ancora, per un soggiorno, i bambini di Chernobyl, prevalentemente nella colonia dell’Aprica messa a disposizione dal Comune, alcuni in famiglie di Busto (vedi QUI e QUI). «La sensazione – conclude Tosi – è che la gente si stia lasciando alle spalle la tragedia. La si ricorda, la si commemora, si avverte ancora la necessità, specie per i più giovani, di un allontanamento almeno temporaneo da quei luoghi. Ma non bisogna dimenticare che oggi l’Ucraina è un Paese in guerra. L'attualità si impone. Di recente, la cantante Ute Lemper, che non seguivo da un pezzo, ha affermato: nessuno fra quelli che comandano ha letto un libro di storia. Sensazione di molti. Anche mia».