Politica - 22 aprile 2026, 12:18

La minoranza di Leggiuno: «Servono idee, coraggio e una visione all'altezza del Lago Maggiore»

Riceviamo e pubblichiamo la nota del capogruppo della lista "Leggiuno per il Lago Maggiore" Stefano Introini, a commento dell'ultimo consiglio comunale: «Bene l'ordinario, ma non basta l'avanzo di amministrazione. Non si governa un territorio straordinario con il solo piccolo cabotaggio»

Il capogruppo di minoranza a Leggiuno Stefano Introini

Riceviamo e pubblichiamo la nota del capogruppo della lista "Leggiuno per il Lago Maggiore" Stefano Introini, a commento dell'ultimo consiglio comunale:

Poiché il Comune di Leggiuno non trasmette online il Consiglio comunale, diventa quasi un dovere civico affidare alla stampa il compito di restituire ai cittadini almeno il senso politico delle discussioni più importanti. E quella andata in scena sabato 18 aprile non è stata una seduta qualunque: si è parlato di rendiconto, di avanzo di amministrazione e, soprattutto, del modo in cui queste risorse potranno o non potranno trasformarsi in futuro per il paese.

Il punto, infatti, non è solo contabile. Nessuno contesta il valore della prudenza, né il fatto che un’amministrazione debba saper tenere in ordine i conti. Ma c’è una differenza, non piccola, tra amministrare con serietà e amministrare in folle. E oggi, a Leggiuno, il rischio è proprio questo: che un avanzo importante venga trattato non come occasione per fare un salto di qualità, ma come un magazzino da cui prelevare, di volta in volta, qualche sistemazione, qualche asfaltatura, qualche intervento utile ma minuto, qualche risposta localizzata. Un po’ come se il futuro del paese potesse essere affrontato con la logica del rattoppo ben fatto.

Eppure l’interrogazione presentata da Stefano Introini andava in una direzione diversa: chiedeva criteri, priorità, cronoprogramma, qualità degli spazi pubblici, sicurezza dei percorsi, interventi su pedonalità e accessibilità, oltre alla possibilità di usare una quota dell’avanzo come leva di cofinanziamento per progetti intercomunali o internazionali. In sostanza, chiedeva se dietro i numeri esistesse una visione. Chiedeva se la parte disponibile del risultato di amministrazione, pari a 720.762,05 euro, potesse diventare uno strumento per migliorare in modo visibile il paese e rafforzarne la capacità di stare dentro reti territoriali più ampie. Nello stesso documento si evidenziava anche che, allo stato del bilancio di previsione 2026-2028, l’utilizzo dell’avanzo presunto risultava pari a zero.

La risposta emersa in aula, però, ha lasciato più di una perplessità. Non perché l’ordinario sia inutile, tutt’altro. Sarebbe ingeneroso non riconoscere a questa amministrazione una certa tenuta nella gestione corrente, nella manutenzione, nella continuità quotidiana della macchina comunale. Ma il punto politico è un altro: Leggiuno non è un paese qualsiasi, e il Lago Maggiore non è un fondale decorativo. Qui la responsabilità di chi amministra non si esaurisce nel tappare buchi, rifare una strada o distribuire attenzione qua e là. Qui bisognerebbe avere la forza di pensare in grande pur restando concreti.

È questo il nodo vero. Un consigliere di opposizione serio non dovrebbe limitarsi a dire “no”. Dovrebbe provare a spostare l’asticella del dibattito. A chiedere se il paese stia davvero usando le proprie risorse per tenere insieme identità, bellezza, funzionalità pubblica e capacità di generare valore. A chiedere, in sostanza, se Leggiuno stia vivendo all’altezza del proprio paesaggio oppure semplicemente accampandosi al suo interno.

Basta guardare alcuni luoghi simbolici. L’oratorio di San Rocco a Cellina continua a essere lasciato in un limbo che ha del surreale, con il sagrato usato come parcheggio. Le unità immobiliari e le casette di Arolo, dotate di un indubbio valore commerciale, restano in una zona grigia di sotto-utilizzo che denuncia non solo inerzia, ma anche mancato reddito e assenza di strategia patrimoniale. Lo spazio del Quicchio, in una zona attraversata da migliaia di visitatori diretti all’Eremo di Santa Caterina, continua a languire come spazio pubblico chiuso, quasi che il transito internazionale potesse attendere con pazienza l’ennesimo “vedremo”. Sono luoghi che non chiedono miracoli: chiedono idee, priorità, immaginazione amministrativa.

In questo quadro, fa discutere anche l’ipotesi di acquistare il fabbricato addossato alla chiesa di San Primo e Feliciano, prospettando perfino una possibile destinazione a biblioteca. Ora, la biblioteca è una funzione nobile e preziosa, e nessuno ne mette in dubbio il valore. Ma proprio per questo non può essere usata come argomento risolutivo per nobilitare qualsiasi contenitore. Il punto non è se la biblioteca serva: certo che serve. Il punto è dove e come collocarla senza trasformare un bisogno culturale vero in una comoda giustificazione urbanistica.

Perché qui il rischio è evidente: acquistare e rifunzionalizzare quel fabbricato, così com’è, equivarrebbe a una sorta di sanatoria culturale prima ancora che amministrativa. Significherebbe consolidare, con una funzione meritoria, un rapporto edilizio che continua a soffocare la percezione di un gioiello romanico. Se qualcuno dicesse: lo compriamo per liberare finalmente la chiesa da quella morsa e restituirle respiro, luce e dignità, il ragionamento sarebbe almeno comprensibile. Ma usarlo come sede di eccellenza culturale rischia di trasformare una ferita paesaggistica in una soluzione presentabile. In altre parole: non si cura il problema, gli si mette accanto uno scaffale ben ordinato.

Su via Bernardoni, poi, il problema non è tecnico ma politico. Perché qui il rischio è che un intervento tutto sommato marginale, su una strada che peraltro così com’è non presenta affatto i caratteri dell’emergenza assoluta, venga improvvisamente promosso a priorità pubblica più per ragioni di opportunità che per reale necessità generale. E il sospetto, inevitabilmente, è che ci sia anche una certa pretestuosità di sapore preelettorale: mettere una pezza amministrativa oggi, a ridosso del clima che porterà al voto del 2027, suona meno come una scelta strategica e più come un gesto di attenzione selettiva. Nulla di clamoroso, per carità: la politica locale vive spesso di queste micro-geografie del consenso. Ma proprio per questo bisognerebbe avere il coraggio di dirlo. Perché un conto è risolvere una criticità vera e condivisa; altro conto è inseguire ex post assetti privati del passato e trasformarli, per convenienza del momento, in improvvise urgenze comunali. Il punto non è negare i problemi di qualcuno; il punto è non spacciare per visione generale ciò che ha piuttosto il sapore di una garbata, ma riconoscibilissima, carezza elettorale.

Ecco allora la difficoltà vera di chi siede in minoranza senza voler cadere nella sciocca dicotomia del partito preso. Perché il tema non è demolire per principio ciò che fa la maggioranza. Il tema è riconoscere che l’ordinario, pur necessario, non basta più. Non basta in un territorio che vive di paesaggio, di storia, di bellezza diffusa, di prossimità all’Eremo, di rapporto con il Lago Maggiore, di identità frazionali fortissime. Non basta in un luogo in cui ogni scelta pubblica, anche la più minuta, dovrebbe misurarsi con una responsabilità che non è solo locale ma territoriale, culturale e perfino simbolica.

Il rischio, altrimenti, è che l’avanzo di amministrazione diventi il paradossale certificato di una politica che arriva ai supplementari per fare le cose ordinarie. E qui l’ironia si fa quasi inevitabile: più che un risultato, l’avanzo sembra un tempo di recupero. Si conserva, si aspetta, si accumula, poi si distribuisce un po’ di manutenzione e la si chiama programmazione. Ma un conto è sistemare ciò che si rompe; altro è costruire una direzione. Un conto è l’efficienza dell’ufficio tecnico; altro è la visione di un’amministrazione.

Per questo Stefano Introini insiste su un punto che va oltre la polemica del giorno: Leggiuno avrebbe bisogno di un vero masterplan, di una cornice condivisa nella quale governo e opposizione, magari uscendo da certi rituali da teatro della politica locale, si confrontino sui luoghi strategici, sul patrimonio disponibile, sui percorsi pedonali, sui poli culturali, sull’accoglienza, sulle opportunità di reddito e sulle connessioni sovracomunali. Non per inventare cattedrali nel deserto, ma per smettere di rincorrere i vecchi pasticci con l’aria rassegnata di chi ripete che “si è sempre fatto così”.

E forse è proprio questo il punto più politico di tutti. L’amministrazione del quotidiano può anche meritare rispetto. Ma il quotidiano, da solo, non genera futuro. E il Lago Maggiore, con tutto ciò che rappresenta, non merita una politica che si limiti a galleggiare nell’ordinario. Merita un salto. Merita coraggio. Merita la capacità di osare. Anche a Leggiuno.

Stefano Introini
Consigliere comunale a Leggiuno

Comunicato Stampa


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