Opinioni - 27 marzo 2026, 09:16

L'INTERVENTO - «La vittoria del "No" sfugge ai  partiti. È stato un voto autonomo e distante dalla politica»

L'assessore ai Servizi Sociali di Varese Roberto Molinari propone la sua riflessione dopo il referendum: «Quando si tocca la Costituzione gli italiani si mobilitano e questa è una costante. Il 70% degli elettori che si definiscono di centro ha optato per il No, così come i giovani. Queste generazioni vanno ascoltate sempre, non solo ora. Toni astiosi, arroganza della "destracentro" e la paura di una deriva illiberale hanno fatto il resto. Il risultato non significa in alcun modo che il centrosinistra abbia già vinto le politiche del 2027, anche se Giorgia Meloni è indebolita e gli elettori percepiscono che può anche perdere. Gridare alla vittoria del SÌ a livello locale è solo propaganda: servirebbe moderazione, sia a Roma che a Varese»

Ci aveva scritto prima del Referendum e, coerentemente, tiene il filo del discorso anche a urne richiuse con la vittoria del No. Roberto Molinari, assessore ai Servizi Sociali del Comune di Varese, ci propone questa sua riflessione come sempre in punta di penna e ricca di spunti sul voto.

Non voglio qui entrare nell’analisi  del risultato anche perché fiumi di parole ben più importanti delle mie sono già  apparse in questi giorni.

Proverò, invece,  a mettere nero su bianco qualche mia impressione, qualche riflessione dedicata alla possibile evoluzione del quadro politico alla luce di questo “schiaffo” che gli elettori hanno dato a colei che sembrava fino alla vigilia del voto invincibile.

Innanzitutto un dato di fondo. I referendum costituzionali non possono essere assimilati ad altri referendum, né tanto meno ad elezioni  politiche, europee od amministrative.

I referendum costituzionali seguono dinamiche e ragioni diverse. Vanno al di là delle rispettive appartenenze politiche. Questo spiega in parte anche l'alta affluenza se confrontate con altre consultazioni. Quando si tocca la Costituzione gli italiani si mobilitano e questa è una costante.

Così abbiamo avuto elettori dei 5stelle che hanno votato per il SI malgrado Conte, elettori del PD che hanno votato per il SI, ma, soprattutto, elettori della Lega, di FdI  ed anche, paradossalmente,  di Forza Italia che hanno votato per il NO.

Così come, altro dato che ho trovato interessante, quasi il 70% degli elettori che si definiscono di centro hanno optato per il NO.

Altro dato importante e curioso  la ripartizione del voto per classi di età.

Il fatto che molti tra i 18 e 34 anni siano andati al voto ed abbiamo votato NO mi porta a condividere la riflessione di chi dice che la mobilitazione dell'ultimo anno che si è avuta soprattutto tra i giovani per effetto della situazione internazionale, le guerre esplose e l'attuale crisi hanno spinto ad una partecipazione straordinaria ed un recupero rispetto all’astensionismo. Questi di fatto gli elementi fin qui più significativi. Con una precisazione. Questo voto, a mio parere, sfugge ai  partiti. Quindi nessuno si illuda. Come la piazza si è mobilitata per Gaza e lo ha fatto in maniera autonoma e distante dalla politica dei partiti anche questo voto, soprattutto se giovanile, non ha una spinta partitica. Quindi, nessuno pensi di avere in tasca queste generazioni e  di aver già vinto le elezioni e lo scrivo a monito anche per la mia parte politica, il centrosinistra. A queste generazioni bisogna parlare sempre e ascoltarle sempre e non solo quando ci sono le elezioni. Perché a loro la politica e i partiti devono dare una prospettiva di futuro e una possibile vita migliore rispetto a quella che probabilmente stiamo per lasciargli.

Mi permetto ora di fare alcune valutazioni prima di passare a quella che penso possa essere l'evoluzione del quadro politico.

Al di là del quesito e del contenuto del referendum, poi, io penso che i toni particolarmente astiosi manifestati da alcuni del Governo o da esponenti di primo piano del  Ministero dello stesso Nordio, uniti alla discesa in campo della Presidente del Consiglio con argomentazioni particolarmente false e stucchevoli ("stupratori e delinquenti in libertà o bambini sottratti per colpa dei giudici per cui per cambiare bisognava votare SÌ") nonché l'arroganza dimostrata nel voler imporre una riforma a colpi di maggioranza,  abbiano  portato ad una reazione di effetto contrario a quella che gli stessi della destracentro di governo si aspettavano.

Così, dobbiamo onestamente riconoscere,  sono molteplici i motivi che hanno portato ad una vittoria schiacciante del NO.

La Costituzione non si cambia a colpi di maggioranza e gli elettori che sono sempre più saggi di quanto li fanno i politici questo lo avevano percepito come un fatto pericoloso.

L'arroganza dei toni usati da quasi tutta la destracentro al governo. L’assenza manifesta di volontà di dialogo con chi contestava il contenuto dentro e fuori dal Parlamento.  L’impegno personale della Premier con argomentazioni poco sincere e di scarso spessore, oltre  ai consueti toni argomentativi fatti di disprezzo verso l'opposizione.  Il timore che dopo gli interventi sulla Corte dei Conti, la proposta di riforma elettorale ( una accelerazione anche questa poco comprensibile alla vigilia del voto) e il premierato, sono passaggi che hanno ingenerato la convinzione di poter assistere ad uno scivolamento delle nostre Istituzioni verso una deriva orbaniana, illiberale,  tendente a demolire alle radici la nostra Costituzione. E, se aggiungiamo anche l’attuale situazione internazionale  con le sue fortissime implicazioni sulla vita quotidiana di tutti noi, ebbene, penso che queste possano essere  riassuntivamente le ragioni, i motivi che hanno spinto molti, anche tra gli elettori del centrodestra ad esprimersi per il NO. E dunque non un unico motivo, ma tanti motivi pari alle tante differenze che sono proprie degli italiani.

Ora, scritto questo, a me pare opportuno riflettere su a quale scenario si va incontro per questo ultimo anno di legislatura.

Con una premessa. La vittoria del NO in questo caso non significa in alcun modo che il centrosinistra ha già vinto le elezioni politiche del 2027, anzi di strada se ne deve fare ancora.

Ma veniamo al possibile scenario dei prossimi mesi. Nel momento in cui scrivo sappiamo delle dimissioni tardive di Delmastro e della Bartolozzi e del braccio di ferro ingaggiato con la Ministra del Turismo prima di arrivare anche alle sue dimissioni. Sappiamo di dichiarazioni di guerra tipo “da oggi non copro più nessuno, chi sbaglia paga” almeno così riportato dai giornali e rilasciate a denti stretti dalla Premier.

Quindi, quello che appare evidente, è  un certo indebolimento della Meloni e di conseguenza anche del suo partito. La Meloni è indebolita perché si è gettata in prima persona nella campagna per il SÌ e ha perso. È indebolita perché ha usato toni arroganti e sopra le righe e questa modalità ha indispettito gli elettori moderati e ha mostrato per l’ennesima volta che il richiamo alla foresta e alle  radici politiche di provenienza ne fanno percepire  il suo “conservatorismo e moderatismo” come  solo di facciata e tattico, ma né naturale né convinto. Di qui, una richiesta non colta e disattesa più e più volte da questo esecutivo  così meloniano, di moderazione.

È indebolita perché ora gli alleati e gli elettori percepiscono che può anche perdere.

È indebolita perché per i prossimi mesi il Governo e la maggioranza in Parlamento vivranno una sorta di guerriglia  perenne e continua, con scontri, risse e indisciplina anche dei suoi alleati e non solo frutto di chi sta all’opposizione.

Salvini aumenterà gli agguati forte del fatto che il SÌ ha vinto solo nelle regioni governate da leghisti e questo lo farà per tacitare la crescente opposizione interna e per salvarsi la vita politica come segretario e Ministro. E sarà sempre più condizionato dalla necessità di smarcarsi dalla Meloni al fine di attrarre a se i voti degli scontenti prima che finiscano in mano a Vannacci.  Forza Italia in questa tornata ha perso molti voti moderati. Ma, sopratutto, a molti dirigenti del partito del fu Berlusconi viene imputato il fatto di non essersi  spesi a sufficienza  in campagna elettorale e questo è un altro pessimo segnale. Viatico di una possibile  resa dei conti tra la famiglia Berlusconi e l’attuale dirigenza, in cui la prima testa a saltare, quasi a comando “padronale”, è stata, nel momento in cui scrivo, quella del capogruppo Gasparri.

A tutto questo, poi, dobbiamo aggiungere che la situazione internazionale ed economica del Paese, malgrado gli annunci, i proclami ed il “va tutto bene e siamo rispettati nel mondo grazie a Giorgia Meloni”, si stanno rivelando sempre più propaganda, un bluff che non regge più. Così come, spiace dirlo, è sempre più evidente la mancanza di risposte ai problemi degli italiani e al loro difficile vivere quotidiano.

L’accise ridotta di 25 centesimi su benzina e diesel per 20 giorni ha suonato più come una presa in giro per  molti, anche tra gli elettori del centrodestra.

A questo poi dobbiamo aggiungere due considerazioni che danno anche il senso della prospettiva dei prossimi mesi. L’alto tasso di dilettantismo legislativo e politico  presente in questa compagine di Governo coperto con la guerra per qualsiasi cosa ai giudici produrrà ancora  errori e imbarazzi che faranno scendere ancora di più l’indice di gradimento degli italiani nei confronti della Premier e quindi anche dei partiti che la sorreggono, con il rischio dell’aumento della litigiosità interna sia nella destracentro sia all’interno dei diversi partiti che compongono questo schieramento. Ma, soprattutto, verrà meno la leggenda che lei è brava e sono gli altri che sono mediocri. Ma a questo livello di governo e di politica, una i collaboratori se li sceglie e se sbagli nella scelta l’errore è tuo e non di altri. E non si può neanche negare il fatto  che aumenteranno le sirene nei confronti della Premier per invitarla a staccare la spina e a chiedere elezioni anticipate per fuggire al logoramento.

Ovviamente, questo scenario imbarazzante avrà ripercussioni anche in periferia, nelle classi dirigenti di questa destracentro e nei rapporti tra alleati alzando il tasso di conflittualità e di sfiducia reciproca. E questo provoca ancora una volta delusione e l’allontanarsi degli elettori c.d. moderati, molto allergici ai toni alti, alla violenza verbale e ai comportamenti sopra le righe a cui continua a sottoporci questa destracentro al Governo. Ed anche qui, il gridare già vittoria dove ha vinto il SÌ, appare quanto meno precoce e facilmente smontabile da una lettura più attenta e poco propagandista.

Ma per fare questo occorrerebbe un tasso di  moderazione che, ahimè,  appare non insito in questa destracentro, sia a Roma che a Varese. E d’altra parte che affidabilità può avere chi ha aperto la campagna elettorale per le elezioni amministrative di Varese con un referente politico che ha messo in imbarazzo la Presidente del Consiglio?

Roberto Molinari
Assessore ai Servizi Sociali
Comune di Varese