Nel primo giorno di primavera, nella sede municipale di Villa Frua, Laveno Mombello ha vissuto una giornata di raro spessore culturale e civile. Il seminario “Rigenerare il territorio post-sprawl: demo-densificazione, densità selettiva e progetto nel costruito”, con Carlo Moretti e Oscar Toribio Sosa, coordinato da Stefano Introini, non è stato soltanto un appuntamento per addetti ai lavori, ma un momento pubblico di riflessione sul destino contemporaneo delle nostre città, dei paesi lacustri e del paesaggio abitato.
La sala, attenta e partecipe, ha restituito il segno di un bisogno diffuso: tornare a discutere di urbanistica non come sommatoria di norme, indici e procedure, ma come sapere che tiene insieme visione, forma, comunità, memoria e trasformazione. Ed è proprio in questa direzione che l’iniziativa si è intrecciata con lo sfondo culturale che il vicesindaco e assessore al territorio Fabio Bardelli sta imprimendo al proprio mandato: un “fare urbanistica” che non separa il piano dal progetto, la regolazione dall’idea di città, la disciplina tecnica dalla responsabilità civile verso i luoghi.
Il punto emerso con forza, sin dall’introduzione di Stefano Introini, è che lo sprawl non è soltanto una forma urbana, ma un modello antropologico e culturale. È la casa isolata che si fa destino individuale, l’automobile che diventa protesi quotidiana, la dispersione dei servizi che erode lo spazio comune, il rarefarsi delle centralità e delle occasioni di incontro. Per questo la rigenerazione non può essere ridotta a un aggiornamento edilizio o a una manutenzione amministrativa: deve interrogare il modo in cui una società abita, si sposta, riconosce i propri simboli e costruisce il proprio orizzonte collettivo.
Da questo punto di vista, i richiami ai classici e all’antropologia, emersi lungo l’intera mattinata, non sono apparsi come ornamento colto, ma come fondamento del pensiero contemporaneo. Nel ragionare sui primi insediamenti umani, sulle forme originarie dell’abitare, sulla città greca e sulle matrici profonde dell’ordine urbano, il seminario ha ricordato a tutti che la produzione territoriale non nasce mai dal nulla. Ogni progetto serio, per essere davvero contemporaneo, deve sapere dialogare con una lunga durata: con la sapienza degli insediamenti storici, con il rapporto tra sole e ombra, tra densità e misura, tra spazio pubblico e vita comune, tra geografia e forma urbana.
Anche per questo il contributo di Oscar Toribio Sosa è risultato particolarmente coinvolgente. Il suo percorso attraverso gli insediamenti primitivi, le città di antica fondazione, l’esperienza della città compatta e le riflessioni sul soleggiamento, sul clima, sul costruire nel costruito, ha mostrato con chiarezza che abitare non significa semplicemente occupare uno spazio, ma istituire una relazione sapiente tra corpo, ambiente, comunità e tempo. Dietro la qualità dell’architettura e del disegno urbano non c’è soltanto una tecnica del comporre, ma una vera e propria antropologia dell’abitare: un modo di stare al mondo che riconosce soglie, orientamenti, prossimità, ripari, aperture, relazioni.
Allo stesso modo, la lezione di Carlo Moretti ha riportato il dibattito dentro la grande tradizione dell’idea di città. Nodi, centralità e progetto urbano sono stati letti non come parole astratte, ma come strumenti per contrastare la disgregazione e ricostruire intensità civile. Nella sua riflessione, le figure archetipiche e il richiamo a una forma urbana capace di ambizione e misura hanno indicato una via esigente: sottrarre il progetto all’arbitrio dell’episodio e restituirlo a una visione più alta, nella quale bellezza, verità costruttiva, ordine e libertà ritrovano un equilibrio possibile. In questo passaggio si è sentita la presenza viva dei classici, non come nostalgico ritorno, ma come grammatica ancora attiva per pensare il futuro.
È qui che il seminario di Villa Frua ha toccato il suo punto più fertile. La questione non è scegliere tra piano e progetto, come se si trattasse di due mondi contrapposti. La vera sfida è comprendere il loro rapporto dinamico, talvolta dicotomico ma sempre necessario. Fabio Bardelli ne è pienamente consapevole: un buon piano deve saper orientare, riconoscere le permanenze, leggere le fragilità e aprire possibilità; ma un buon progetto, quando è chiaro, rigoroso e generativo, può a sua volta ridefinire la pianificazione, spingere più avanti l’immaginazione amministrativa, mettere in crisi una zonizzazione ormai muta e restituire al piano la sua funzione di interprete del territorio.
Per troppo tempo, in molte stagioni dell’urbanistica italiana, il piano regolatore è stato percepito come uno strumento chiamato soprattutto a “colorare le zone”, separare funzioni, attribuire indici, delimitare perimetri. Ma oggi questo non basta più. Un territorio vivo non si lascia comprendere soltanto attraverso campiture normative. Occorre un’urbanistica capace di ascoltare: di cogliere le vibrazioni dei luoghi, le energie latenti, le soglie tra centro e margine, il rapporto tra paesaggio, infrastrutture, economie, fragilità sociali e desideri collettivi. In altri termini, serve un pensiero territoriale che non rinunci alla regola, ma la renda più intelligente perché più aderente alla realtà umana e geografica che deve governare.
Nel contesto di Laveno Mombello, e più in generale del Lago Maggiore, questa impostazione assume un significato ancora più forte. Qui il territorio non può essere letto come semplice somma di tessuti edificati o come sequenza di destinazioni d’uso. È un organismo complesso, lineare e paesaggistico, nel quale i nuclei storici, il lungolago, la mobilità, i versanti, i servizi, i vuoti e le centralità chiedono di essere rimessi in relazione. Il seminario ha mostrato che rigenerare il post-sprawl significa esattamente questo: ricucire, addensare con intelligenza dove serve, riusare il costruito, dare forma allo spazio pubblico, ridurre la dipendenza dall’auto privata e restituire senso alle centralità urbane.
Il valore della giornata, dunque, non risiede solo nell’alto livello dei contenuti, ma anche nell’aver riportato la cultura urbanistica dentro un orizzonte pubblico e condiviso. Villa Frua si è fatta per alcune ore non solo sede istituzionale, ma luogo di confronto tra discipline, amministrazione e società. Ed è un segnale importante che ciò avvenga nel segno di un assessorato al territorio che considera la pianificazione non come burocrazia del suolo, ma come forma alta di responsabilità verso la città e verso chi la abita.
A Carlo Moretti e a Oscar Toribio Sosa va una gratitudine sincera, per la generosità intellettuale, per la chiarezza dei riferimenti, per la capacità di rendere accessibili questioni complesse senza impoverirle. Un ringraziamento altrettanto sentito va a Stefano Introini per aver promosso e costruito con rigore questo momento di studio e di dialogo, al Comune di Laveno Mombello per l’ospitalità, e a tutti i professionisti, amministratori, studiosi e cittadini che hanno partecipato con attenzione.
Da giornate come questa non si esce con una formula pronta, ma con qualcosa di più prezioso: con un lessico più ricco, con domande migliori, con una rinnovata fiducia nel fatto che il territorio possa ancora essere pensato, interpretato e trasformato con intelligenza. È questo, forse, il risultato più importante emerso a Villa Frua. Ed è anche il modo migliore per darsi un arrivederci: tornare presto a incontrarsi, a Laveno Mombello, per continuare a mettere in relazione cultura, progetto e futuro del territorio.
Con gratitudine ai relatori e con l'auspicio di ritrovarsi presto, ancora a Villa Frua, per continuare questo dialogo tra cultura, progetto e futuro del territorio.