Ha compiuto quarant’anni, ma il tempo che passa anziché invecchiarla l’ha fatta salire fin sull’Olimpo, quello dei cinque cerchi. Sede di tante sfide, tra cui le gare di Coppa del Mondo e dei Mondiali (ospitati nel 1985 e nel 2005), con l’edizione dei Giochi invernali di Milano Cortina 2026 è diventata anche pista olimpica. È la pista Stelvio di Bormio, 3250 metri di lunghezza (la discesa libera) con un dislivello di 1010 metri, considerata uno dei tracciati più impegnativi e spettacolari del pianeta.
Per celebrarne i quattro decenni è stato realizzato il documentario “I 40 anni della pista Stelvio” che racconta la storia della montagna e della pista intrecciata a quella dei protagonisti, tra cui i suoi “disegnatori” Aldo Anzi e Oreste Peccedi. E poi la sua evoluzione e le imprese che l’hanno contrassegnata. Il documentario racchiude anche immagini di repertorio delle Teche Rai e fotografie storiche rielaborate con tecniche di animazione digitale oltre alle interviste a figure di spicco del mondo della neve (e non solo) come Deborah Compagnoni, Gustav Thöni, Pirmin Zurbriggen, Danilo Sbardellotto, Tino Pietrogiovanna e Giorgio Rocca.
Deborah Compagnoni nel documentario sui 40 anni della pista
La firma dell’iniziativa si deve ad un bustocco che unisce Busto Arsizio e Bormio e che coniuga la passione per lo sci e quello per il cinema, Gabriele Tosi. Il presidente e fondatore del BAff – BA Film Festival la Stelvio la conosce bene (ci scia da sempre) ed è stato lui, insieme a Pier Marco Gerosa, ad occuparsi della ricerca storica per la realizzazione del documentario. Diretta da Ciro Tomaiuoli , l’opera è stata prodotta dall’Istituto Cinematografico Michelangelo Antonioni di Busto Arsizio con BA Film Factory e Armonia Film con il patrocinio dei Comuni di Bormio e di Busto.
Gustav Thöni
Tosi, com’è nata l’idea del documentario?
«E’ nata circa un anno fa frequentando Bormio. Mi sono reso conto che la pista poteva essere valorizzata bene come era stato fatto nel ventennale del 2005».
Come è stato occuparsi della ricerca storica?
«E’ stato impegnativo e appassionante. Il primo tracciato della pista è nato negli anni ’30 e nel 1938 si è disputato il primo Memorial Giacinto Sertorelli. Il tracciato definitivo invece è stato realizzato nel 1985 per i Mondiali».
Quali sono i suoi ricordi più belli legati alla pista Stelvio?
«Sono tanti, ma il Mondiale del 1985 è indimenticabile. Ricordo ancora i tifosi svizzeri che facevano suonare le loro campane, che invece in occasione delle Olimpiadi non hanno potuto agitare: non sentirle mi è dispiaciuto».
Tra gli atleti che sono scesi dalla pista valtellinese, quali ricorda in modo particolare?
«Sbardellotto, che è di Bormio, e non si può parlare della Stelvio senza citare il suo re, Dominik Paris».
Com’è vedere la Stelvio ospitare le gare olimpiche?
«Per me e per le persone che ci hanno lavorato è una grande emozione. Ti rendi conto che è stato realizzato qualcosa che si trova ai vertici mondiali nel campo dello sci».
Il documentario per ora è stato presentato in Valtellina. I bustocchi quando potranno vederlo?
«Spero al Baff, altrimenti in un’altra occasione».
Dopo “I 40 anni della Stelvio” cosa dobbiamo aspettarci?
«Dovrà nascere un altro lavoro, che avrà un differente taglio, “Il mito della Stelvio”: all’estero quando parlano di questa pista si tolgono il cappello».
Chi tifa in queste Olimpiadi?
«Tutti gli italiani e poi ho tifato moltissimo, e sono stato ripagato, da Federica Brignone, leggendaria. Questi Giochi inoltre ci hanno detto chi sono i Sinner e Alcaraz dello sci: Franjo Von Allmen e Giovanni Franzoni».