Varese - 20 febbraio 2026, 10:01

Un dialogo tra innamorati: la musica di Pietro De Maria incanta Varese

Ancora un successo per i concerto della Stagione musicale comunale, con la basilica di San Vittore sempre gremita. Sul palco il pianista De Maria e l’Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala diretta da Pietro Mianiti

È un dialogo tra innamorati, fitto e appassionato, un gioco di rimandi e piccole attenzioni, compresa qualche innocente schermaglia che rinsalda ancor più il legame tra chi si vuol bene senza inutili orpelli. Il Concerto per pianoforte e orchestra in la minore op. 54 di Robert Schumann contiene una dichiarazione d’amore tra le più potenti della storia della musica, e Pietro De Maria, pianista che ama vagabondare tra gli anfratti dello spartito, l’ha fatta sua sin dalle prime note, andando per la sua strada come un romantico wanderer qual era Robert, che in quest’opera tra le più eseguite al mondo ha messo sé stesso e unito la passione alla tecnica compositiva, rivoluzionando l’idea di un’intima unione tra pianoforte e orchestra.

Il concerto della Stagione musicale comunale, con la basilica di San Vittore sempre gremita, ha visto come partner del viaggio appassionato di De Maria l’Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala diretta da quel Pietro Mianiti ormai habitué varesino e prima alla testa dell’Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Milano. I ragazzi della Scala all’inizio sono sembrati un poco intimoriti dai sentimenti palesati in maniera così diretta dalla ricerca del pianista veneziano, ma via via che questi prendevano forma e sostanza si sono messi a colloquiare con il pianoforte, esaltandone i tratti più poetici e visionari. Pietro De Maria non è un pianista appariscente, ma la sua accurata ricerca nel tocco e lo scavo psicologico nell’animo del compositore lo rendono empatico con chi nella musica ricerca la poesia, la schiettezza e la complicità. Il suo è uno Schumann devoto alla figura di Clara, che ricerca continuamente parole per manifestare il suo amore, inciso a lettere di fuoco nella partitura del concerto, ma lascia spazio anche a momenti di timidezza e introspezione.

De Maria ha poi omaggiato la figura di Maria Tipo, sua insegnante mancata il 10 febbraio dello scorso anno, «una straordinaria artista e una persona di incredibile generosità”, eseguendo come bis lo splendido Scherzo n. 2 op. 31 di Fryderyk Chopin, anche questo un atto d’amore dove apollineo e dionisiaco si rincorrono tra il pianissimo di arpeggi terzinati e il fortissimo degli stacchi di accordi. Applausi convinti e spazio a un altro monumento, questa volta del repertorio tardoromantico, la Sinfonia n. 3 in fa maggiore op. 90 di Johannes Brahms, composta a Wiesbaden nel 1883, una sorta di inno all’amicizia -in questo caso del compositore e del violinista Joseph Joachim- con la citazione in partitura del motto caro a entrambi “Frei Aber Froh”, libero ma felice, palesato dalle note Fa-La bemolle-Fa, in tedesco F-As-F.

Qui l’orchestra ha mostrato maggior compattezza e convinzione, con l’eccellenza di clarinetti e fagotti, guidata con mano ferma da Mianiti, che dei giovani è sicuro mentore, a mostrare nei dettagli l’infinita scala cromatica brahmsiana, fatta di colori bruniti e continuamente cangiante come una foglia che cade dal ramo e piroetta in mille modi prima di cadere a terra, a volte mostrando un verso a volte l’altro, accogliendo così la luce in infinite sfumature. Una musica totalmente ispirata, quasi fatata, con il Poco allegretto del terzo movimento di sublime incanto, in cui l’amore di Brahms per la pace della natura -villeggiava quasi sempre nel silenzio di laghi e boschi- si fa assoluto e dolce come il ricordo di chi hai amato. Dopo questo sortilegio, diversi ascoltatori commentavano: «Dopo una tale meraviglia, si ritorna a casa migliori».

Mario Chiodetti

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