Sulla neve olimpica, dove ogni salto può trasformarsi in emergenza. «Essere nel punto più complesso e delicato dell’intero evento, sapendo di vivere qualcosa di irripetibile, è una responsabilità che ti arricchisce sul piano umano e professionale».
Così Matteo Lavazza, medico dell’Asst Sette Laghi, racconta la sua settimana di volontariato alle Olimpiadi di Milano Cortina: un impegno in pista e nei presidi sanitari a supporto delle gare, vissuto con entusiasmo e senso di servizio, mettendo competenze ed esperienza al servizio del più grande evento sportivo internazionale che possa esistere.
Il medico legnanese, 41 anni, in servizio presso l’Unità Operativa di Chirurgia Generale d’Urgenza e Trapianti dell’Asst Sette Laghi (Varese), ha fatto parte della squadra medica impegnata al “Livigno Snowpark”. Dal 2 al 10 febbraio è stato operativo in pista: prima durante gli allenamenti, poi nelle gare ufficiali che hanno assegnato le medaglie dal 7 al 9 febbraio nelle discipline “freestyle”, tra salti, discese e acrobazie, maschili e femminili.
Lavazza descrive la dimensione professionale e umana dell’esperienza. Inserito nel team sanitario dedicato agli atleti, ha lavorato a bordo pista nella gestione dei traumi e delle emergenze post-infortunio, all’interno di una macchina organizzativa imponente.
A Livigno sono attive due medical station a bordo pista - una per gli atleti e una per il pubblico - oltre a una “Casa della Sanità” con funzione di primo soccorso. I casi più gravi vengono trasferiti in elicottero all’ospedale di Sondalo, con il coordinamento dell’Ospedale Niguarda di Milano, che ha gestito il reclutamento e l’organizzazione sanitaria dei Giochi.
«Non ho curato particolari situazioni di emergenza, anche se a Livigno ce ne sono state parecchie, anche piuttosto gravi. Per quanto mi riguarda, ho preso in carico un partecipante che aveva subito un trauma cranico», spiega.
«Per le gare maschili di sci alpino sulla “Stelvio” di Bormio erano schierati 18 team sanitari, cinque professionisti per ciascuna squadra: in pratica un presidio ogni 200 metri di pista. Anche a Livigno, dove operavo io, l’organizzazione era strutturata allo stesso modo, nonostante i tracciati fossero più corti e situati più a valle. Una macchina imponente, coordinata dal Niguarda, con una quota significativa di medici arrivati anche da fuori Lombardia».
Prima di essere impiegato in pista, Lavazza ha seguito un corso di formazione di tre giorni organizzato da Areu (Agenzia Regionale Emergenza Urgenza) sul soccorso in ambiente ostile: neve, ghiaccio, condizioni meteo variabili e dinamiche ad alta velocità richiedono competenze specifiche, anche fisiche.
«Certamente, quando ti confronti con atleti olimpici l’emotività è diversa, ma finché si tratta di situazioni senza rischio di vita, il livello emotivo resta diverso dall’ordinario, ma è comunque controllato. C’è poi il fatto di doversi rapportare anche con i medici delle nazionali e, nel caso degli atleti più importanti, con i loro medici personali».
Il lavoro del medico olimpico non è mai solitario: responsabili di pista, tecnici del soccorso alpino, infermieri, medici delle squadre e personale dell’elisoccorso operano in perfetta sinergia. In caso di incidente, la valutazione primaria e l’immobilizzazione avvengono direttamente sul luogo dell’impatto, con eventuale evacuazione rapida verso il centro più idoneo.
Il medico chirurgo, anche esperto sciatore, ha risposto all’ultimo bando aperto tra dicembre 2025 e gennaio 2026, candidandosi su base volontaria. E ha vissuto, oltre alla tensione operativa, anche il fascino dell’evento. Con lui, sempre dell’Asst Sette Laghi, la dottoressa Marta Donati e il dottor Roberto Pizzi, in servizio al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Circolo di Varese, hanno garantito assistenza sanitaria nelle Medical Station e nel Centro Mobile di Rianimazione, operando nell’area dedicata al pubblico.
La decisione di mettersi al servizio dell’Olimpiade di casa, per Matteo Lavazza, è nata dal desiderio di contribuire in prima persona a un appuntamento che unisce sport e valori universali. «È stata una scelta di servizio, un’occasione per rappresentare la sanità pubblica italiana in un contesto internazionale».
Il fascino dell’Olimpiade. «È stato bello - prosegue il dottor Matteo Lavazza -: l’organizzazione ci ha garantito i “pass” per assistere alla cerimonia di apertura a Livigno, dove sfilavano le squadre. A Livigno si è vissuta e percepita l’atmosfera olimpica: c’erano tante persone di nazionalità diverse, ed è stato bello; oltre agli stand degli sponsor e a Casa Olanda, Casa Polonia e Casa Italia, che hanno animato l’atmosfera dei Giochi».
Un’esperienza che non sembra destinata a restare unica. «Se dovesse esserci un’altra possibilità, penso che mi ricandiderò. È un’esperienza che mi è piaciuta e, ovviamente, ha il suo fascino. La rifarei anche in situazioni ancora più difficili di soccorso in pista».