C’è un termometro da parete, bianco smaltato, appeso a sinistra dell’ingresso del negozio di corso Moro, che spiega meglio di tante parole concetti come lavoro, sacrificio, passione e famiglia. Sopra c’è soltanto una scritta: ““Ossola Gino già Santini, Varese“”, e indica, oltre alla temperatura, l’età di un negozio lì dal 1919, quando Giovanni “Gino” Ossola, orafo nato alla Motta, rilevò l’attività e si mise in proprio, in una Varese circonfusa di ville e giardini di vacanza, ricca di botteghe artigiane e fertile di commerci.
Ed è in questo negozio che un genio della pallacanestro italiana torna a essere il signor Aldo Ossola, anzi il ragionier Ossola, gioielliere assieme al figlio Emanuele, che prosegue la tradizione familiare.
L’intervista parte dall’attività di famiglia, ma poi, inevitabilmente, la lingua va a battere sulla palla a spicchi e un poco su una città cambiata e in parte stravolta, certo meno aulica di quella di un tempo, che la memoria contribuisce a infiorare.
«Mio papà incominciò da solo, si sposò una prima volta con Rosa, la madre di Franco, ma rimase vedovo presto e, nel 1936, si risposò con Angelina Civelli, mia mamma, figlia del “mornée” di Barasso, titolare del mulino nei pressi della stazione, dove scorre il Tinella, ed ebbe due figli, Luigi “Cicci” e me, entrambi malati di sport. Gino era un artigiano bravissimo, lavorava l’oro e a casa ho ancora un suo portasigarette intarsiato, e Franco, fratello maggiore, ripeteva che noi piccoli dovevamo prima diplomarci e poi pensare al pallone», racconta Aldo, leggenda della Ignis del “cumenda” Giovanni Borghi e metronomo del parquet.
«Purtroppo non ho ricordi di mio padre e di Franco, ed è una cosa che mi ha sempre morsicato. Avevo solo quattro anni quando entrambi morirono, nel 1949, papà il 16 febbraio, in un incidente stradale, - mia mamma Angelina si salvò per miracolo - e Franco il 4 maggio nella tragedia di Superga. Mentre Luigi si avviava verso una carriera calcistica, in prima divisione con la Robur poi la scalata fino alla serie A con il Varese quindi due stagioni con la Roma, dal 1966 al ’68, io ero incerto tra calcio e basket. Ma una febbre tifoidea mi fece crescere di colpo di cinque centimetri, così scelsi la pallacanestro, sempre nella Robur et Fides dopo il “praticantato” all’oratorio. Giocando, dimenticavo tutti i problemi che avevo».
Ossola, nonostante l’impegno costante con allenamenti e partite, non ha mai smesso di lavorare nel negozio di famiglia: «Mia mamma si ruppe il femore nel 1965, io intanto avevo seguito il consiglio di Franco e mi ero diplomato ragioniere, era già arrivata la prima chiamata alla Ignis, ma non avrei potuto abbandonare il mio vero lavoro in gioielleria, del resto abitavamo sopra il negozio. In quell’anno passai all’Onestà di Milano, dove allenava Richard Percudani, a cui avevo venduto il mio primo brillante. Chiudevo il negozio alle 19,15 e poi, assieme a Benito Vaccaro, partivo per Milano ad allenarmi prendendo l’autostrada all’andata e pagando 100 lire di pedaggio, e la statale al ritorno per risparmiare. Questo avveniva quasi ogni giorno, ma l’entusiasmo era grande e la fatica non si sentiva».
Nel 1968 Aldo torna a casa, Borghi “obtorto collo” lo riprende in squadra, forse il più grande affare sportivo della sua vita, e da lì Ossola, complice il giornalista del “Giorno” Grigoletti, diventa “von Karajan”, il direttore d’orchestra della grande Ignis.
«L’ambiente era ottimo, ci seguivano giornalisti come Oscar Eleni e Zelio Zucchi ai quali ne combinavamo di tutti i colori. Borghi non mancava una partita e organizzava feste al Bel Sit di Comerio, quando andammo ad Antibes a giocare in Coppa Europa ci invitò a Montecarlo. Quando ritornavamo dalle sfide all’estero spesso ci trovavamo a casa mia per festeggiare. La forza era il gruppo, l’amicizia tra noi, oggi si cambiamo i giocatori con troppa facilità e non si fa a tempo a creare coesione».
Colui che ha vinto 7 scudetti e alzato 5 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali, non ha avuto molto tempo per gli hobby: «Giocavo un po’ a tennis e ho il rimpianto di non aver potuto imparare a suonare la chitarra, ma con il sergente Nikolic c’era poco da fare, ci avrebbe allenato anche di notte. Ma erano anni meravigliosi, la squadra viveva assieme alla città. Varese era splendida, ricordo le “porticate” in corso Matteotti, ci si metteva la brillantina per far colpo, mi spiace che i miei figli non abbiano vissuto questi momenti. La vita era semplice, si andava all’Isolino a fare il bagno, alla Prima Cappella a ballare, e la sera al caffè a giocare a biliardo o a carte prima del cinema. Il lavoro in gioielleria l’ho imparato da solo, sono sempre stato qui, e ancora oggi, che vado per gli 81 (li compirà il 13 marzo) passo in negozio per tenere un po la testa impegnata».
E il basket varesino? «Soffre come gli altri, meno male che ancora ci sono persone come Toto Bulgheroni e Luis Scola, ma oggi non ci sono soldi e così i risultati devono arrivare subito, mancano le scuole di basket che sfornavano giovani interessanti. Ai miei tempi sul parquet si usava più la testa, non c’era il tiro da tre, si faceva lo schema per avvicinarsi meglio a canestro e segnare più facilmente, adesso si punta a buttarla dentro e via. Non mi diverto più, la pallacanestro italiana è sparita a livello europeo».
Aldo Ossola ritorna l’impeccabile gioielliere di corso Moro e racconta di come la classe media oggi soffra molto e brillanti e orologi di marca se li possano permettere solo persone abbienti: «Per l’80 per cento i nostri clienti sono uomini che comperano il regalo per la moglie o l’amica, vendiamo meno orologi, teniamo marche come Longines e Baume et Mercier e per la gioielleria ci serviamo da Crivelli di Valenza Po e da Vhernier, di alto livello. Dietro il bancone occorre sempre tener gli occhi ben aperti, brutte sorprese ne abbiamo avute, questo mestiere ha vantaggi e svantaggi, va fatta molta attenzione negli acquisti»
Alla fine il pensiero va alla città, così diversa da quella di un tempo: «Non mi faccia parlare, altrimenti cadiamo nella nostalgia. Chiudono tutti i negozi-simbolo, il commercio è in crisi ma nessuno prende l’iniziativa per sollevarlo. Certo, il commercio online ha dato un brutto colpo, ma sta a galla chi propone articoli originali e di grande qualità, da qui occorre ripartire. Aggiungo solo che ai tempi della Ignis tutti ci invidiavano perché eravamo di Varese, una città allora elegante con negozi unici, presi d’assalto nella stagione della villeggiatura da milanesi e svizzeri. Non è rimasto più niente».