Varese torna a correre, come si è costretta a fare da quando una nuova forma mentis tecnico-tattica-strutturale l’ha ammantata de iure, e si perde in una tonnellata di palle perse.
La maggior parte banali.
Varese torna a cambiare un centro per un centro e una guardia per una guardia, allungando improvvisamente in un pigro pomeriggio di inizio febbraio le sue rotazioni, ma poi si dimentica in panchina nel momento decisivo uno dei due giocatori che il suo confusionario (nel bene e nel male) cammino ha dimostrato essere indispensabile. Si chiama Nate Renfro (l’altro è Tazé Moore): Kastritis lo toglie nel finale e si mette nella condizione di subire 14 punti in 2 minuti e 46 secondi.
Pochi?
Poi intendiamoci: facile fare gli allenatori dal divano eh, ma non è una bestemmia permettersi di criticare una scelta a conti fatti suicida.
Come suicida rimane la percentuale da fuori per una squadra che avrebbe bisogno come il pane di metterla da 3: la versione greca della Openjobmetis scoliana si è sì affrancata dalla dipendenza da triple che drogava le versioni precedenti, ma lo ha fatto senza curarsi delle controindicazioni: qui i tiri da fuori continuano a non entrare e per mancanza di mira dei singoli e per cattiva circolazione di palla.
È la conseguenza di scelte fatte mesi fa, al supermarket, che ora danno i frutti che danno, sempre più chiari (anche qui nel bene e nel male).
Perché se proprio dovessimo spaccare la punta al capello, più corre avanti il cammino stagionale più questa squadra alterna picchi a sprofondi nei quali appare lapalissiano che i problemi siano di tre tipi: a rimbalzo, al tiro, in regia.
Non uno, tre.
Poi vedi Ladurner fare il suo (ovvero tutto tranne l’impossibile: cambiare sugli esterni come re Nate e il finlandese) e allora qualcosa non torna; poi vedi Nkamhoua che spalle a canestro è setoso ma ci va solo due volte a partita (se va bene) e il retrogusto di un basket troppo filosofico e molto poco concreto ti pervade la bocca.
Certo che è un peccato. Un vero peccato.
Continuiamo a pensare che per meriti a più parti ascrivibili - l’allenatore in primis, che ha ridato dignità difensiva a un circo; la società in secundis, che ha scelto giocatori migliori; i giocatori stessi, infine, che ci mettono l’anima e a volte divertono pure - questa Varese abbia una robustezza, una saldezza e una competitività di base più marcate e adeguate rispetto al suo recente passato, ma che per demeriti allo stesso modo universali - che hanno a che fare con la testardaggine nel non risolvere problemi evidenti e con un “credo” che ancora talvolta “comanda” sulla realtà - stia buttando via l’occasione di far meglio, con il rischio di scherzare con il fuoco. Prima o poi.
Un peccato, ribadiamo, un vero peccato. Come stare in partita per l'ennesima domenica su un parquet difficile come quello della Dolomiti Energia e poi trovarsi, al quarantesimo, un pugno di mosche in mano....